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Che bisogni si nascondono dietro il desiderio di accudire qualcuno? Scegliamo di aver cura o rispondiamo ad aspettative sociali che premono inesorabili su di noi? Il gruppo fiorentino di lettura ha letto “La figlia unica” di Guadalupe Nettel, che narra dell’essere donna e madre con uno sguardo critico e ironico

Di Clotilde Barbarulli

La scrittrice latinoamericana Guadalupe Nettel è interessante perché esplora i temi della maternità, del prendersi cura di sé e dell’altra/o collegando l’atto del curare con l’essere donna e madre, un legame che però analizza criticamente e con ironia. Scrive molto di “cura” intesa come relazione, imperfezione e identità femminile, spesso in contrasto con l’idea tradizionale della maternità, riflettendo su come la cura sia politicamente attribuita alle donne, spesso senza retribuzione, e su come le professioni legate alla cura siano considerate femminili, creando una confusione tra maternità e cura.
Che cosa significa prendersi cura? Che bisogni si nascondono dietro il desiderio di accudire qualcuno? Scegliamo di aver cura o rispondiamo ad aspettative sociali che premono inesorabili su di noi?
Nella discussione ci si è chieste se è sempre più difficile spiegare perché si fanno figli: forse non ci sono parole nuove senza il rischio di ricadere nella retorica dominante da cui il femminismo ha cercato di allontanarsi? Laura sceglie una vita centrata sulla passione per lo studio,  la conoscenza,  i viaggi. L’autrice è contro l’idealizzazione della maternità che viene desacralizzata, sottolineando  che non esiste un unico modo di essere madre, o un modo migliore di un altro,  attraverso alcune donne  che hanno rapporti diversi con la cura: Alina, anche grazie al  legame con Aurelio, desidera diventare madre, ma  le difficoltà nel concepimento, la gravidanza, la scoperta della malattia genetica della figlia la pongono di fronte a problemi drammatici; Doris ha da un marito violento un figlio problematico che rifiuta;  Laura considera la maternità un condizionamento sociale e un limite alla libertà del suo corpo (tanto da decidere di legarsi le tube) ma finisce per occuparsi del bambino vicino di casa Nicolàs, ascoltandone le urla perché «l’infelicità filtrava attraverso la parete come fa l’umidità nella stagione delle piogge”. La cura si declina così in senso familiare, ma anche amicale e erotico-sessuale.
«La maternità è un’imposizione sociale» , afferma  «E quasi sempre impedisce alle donne di fare la loro vita. Bisogna essere molto convinte di voler diventare madri prima di tuffarsi in un’avventura simile. Infatti aumentano i cani  che  «sono figli a bassa intensità di cui occuparsi  ma senza impedirti di avere un vita». C’è anche la madre di Laura, dapprima sostenitrice della famiglia tradizionale, e successivamente impegnata all’interno di un collettivo femminista che aiuta le donne vittime di quello stesso sistema tradizionale; Marlene, che compensa la sua impossibilità ad avere bambini, con il premuroso accudimento di Ines, la figlia di Alina.
Ma non è solo un romanzo sulla maternità (e le relative difficoltà) verte soprattutto sui sentimenti, sulla capacità delle persone di gestirli, sulle convinzioni, sulla solitudine e sul senso di comunità. La comunità è qualcosa che viene dalla conoscenza, dallo scambio, dalla somiglianza, dal dolore, dal tessuto connettivo, dal contesto sociale; e solo qualche volta la famiglia può coincidere con la comunità, o con una parte di questa.
L’autrice mentre analizza le varie personagge guarda al sistema sanitario messicano, denuncia la gentrificazione subita dal quartiere negli ultimi anni., e ricorda la condizione terribile in cui versano le donne messicane, quanti ancora siano gli stupri e gli omicidi annuali.
Proprio come la famiglia di piccioni sul balcone, non desiderata perché sporca, Laura cerca di difendersi dall’invasione acustica dei vicini Doris e Nicholàs fino a transitare da una semplice comprensione ad una attiva partecipazione. I piccioni covano l’uovo che il cuculo ha deposto nel loro nido (parassitismo di cova), assistono alla schiusa e accudiscono amorevolmente il brutto pulcino fino al suo primo volo, nell’attuazione naturale di un «prendersi cura» che supera la diversità tra le specie come succede fra differenti animali. La relazione d’amore cresce nel concreto, imparando ad amare esseri inaspettati come il ragazzo dell’abitazione accanto ed i piccioni il cuculo. In una intervista Nettel ha dichiarato: «Credo che gli animali sono il miglior specchio che ci offra la natura…Ci permettono di vedere in che termini i nostri istinti, le nostre paure, le reazioni chimiche, i ritmi biologici decidano il nostro comportamento». La strategia narrativa del ricorso agli animali è infatti una costante della sua narrativa.
Riesce a intrecciare i diversi fili narrativi suscitando aspettative e tensione, quasi suspense. Per qualcuna c’è troppa ideologia anche se ben risolta, forse un manifesto femminista ma un bel libro. Ha una grande capacità di intramare le diverse storie generando sempre tensione e sorpresa, nel ripensare in modo allargato il concetto stesso di famiglia e di genitorialità, e le modalità del prendersi cura con rapporti fuori dagli schemi che sfuggono a qualsiasi definizione. «Tra l’altro il legame di sangue non garantisce niente…molto spesso sono i padri, i nonni gli zii a picchiare e violentare i bambini».
L’autrice delinea così una sorta d’inventario della cura. E se è vero che l’accudimento è parte dell’essere madre, è anche vero che non è necessario avere le stesse piume o la stessa pelle per sentir dentro di sé il desiderio di proteggere un altro individuo, di farlo crescere e di vederlo vivere. Ma si va oltre: è possibile tradurre e concretizzare questa spinta in una pluralità di rapporti tutti legittimi e ugualmente preziosi. Una storia d’amicizia, allora, di legami, d’ amore, fra difficoltà, fatica e dubbi.

Guadalupe Nettel, La figlia unica, La Nuova Frontiera edizioni, 2020

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Clotilde Barbarulli

Clotilde Barbarulli collabora attivamente con associazioni quali il Giardino dei Ciliegi di Firenze, la Libera Università Ipazia, la Società Italiana delle Letterate. Si occupa di autrici contemporanee fra lingue e culture e di scrittrici ‘800/900. Tra le sue pubblicazioni: con L. Brandi, I colori del silenzio. Strategie narrative e linguistiche in Maria Messina (1996); con M. Farnetti, Tra amiche. Epistolari femminili tra Otto e Novecento (2005); con L. Borghi Visioni in/sostenibili. Genere e intercultura (2003), Forme della diversità. Genere, precarietà e intercultura (2006), Il Sorriso dello Stregatto (2010).”Scrittrici migranti: la lingua, il caos, una stella” (ETS 2010),

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