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Gabriela Wiener scrive un romanzo indocile per raccontarci la storia del suo Perù: un racconto di formazione che è insieme memoria politica e interrogazione sull’educazione e sul potere. Si può crescere una generazione di rivoluzionari? La sua narrazione inquieta attraversa utopie, contraddizioni e identità in trasformazione

Di Amanda Rosso

Qualche tempo fa ho visto al Barbican di Londra la retrospettiva dedicata a Beatriz González, una delle figure più radicali dell’arte latino-americana del secondo Novecento, scomparsa di recente. Camminando tra dipinti, sculture, mobili e oggetti quotidiani re-immaginati dall’insaziabile curiosità sperimentale dell’artista, ho avuto la sensazione che le sue opere continuassero a porre una domanda che riguarda tutte noi: cosa succede quando la violenza si infiltra così radicalmente nel quotidiano, da diventare quasi parte dell’arredamento? Quando la cronaca si trasforma in abitudine visiva, quando il dolore di un paese intero finisce stampato su carta da giornale con tale frequenza da diventare quasi impercettibile, che ruolo hanno le narrazioni?
Fin dagli anni Sessanta González costruisce la propria pratica artistica a partire da materiali che la storia dell’arte avrebbe relegato ai margini: fotografie di giornale, ritagli di cronaca, immagini di propaganda, frammenti di cultura popolare. Quelle immagini – consumate dalla circolazione mediatica, destinate a un oblio rapidissimo – vengono ridipinte, semplificate, replicate fino a trasformarsi in icone perturbanti. Non è appropriazione ironica, non è citazione pop: è un gesto quasi ostinato di restituzione. González prende immagini già viste e le costringe a essere guardate di nuovo, a restare lì, davanti a noi, finché non smettono di essere innocue.
Ho riconosciuto un movimento simile nell’ultimo libro di Gabriela Wiener. Non perché la sua scrittura abbia qualcosa di pittorico, ma per l’intesa e la direzione del gesto che la muove. Anche Wiener prende materiali già circolanti – ideologie, memorie, narrazioni politiche, storie familiari, letteratura, folklore – e li ricompone per far emergere le contraddizioni che li attraversano. Così come González usa la pittura per interrogare la storia violenta della Colombia, Wiener utilizza la scrittura per attraversare quella del Perù, con le sue utopie socialiste, le sue sconfitte e le sue persistenti ferite coloniali.
Ma né González né Wiener si fermano alla denuncia. Entrambe sembrano sapere che i loro paesi non possono essere raccontati solo attraverso la violenza. C’è anche altro: una vitalità culturale irriducibile, una capacità di immaginare mondi diversi, una specie di ostinata fede nel fatto che l’utopia – anche quando fallisce – continui a lasciare tracce.
È dentro questo orizzonte che si colloca Atusparia (La Nuova Frontiera, 2026) tradotto magistralmente in italiano da Elisa Tramontin. Fin dalle prime pagine il libro si presenta come un oggetto narrativo refrattario alle classificazioni, una scrittura che attraversa generi diversi e si muove continuamente tra registri e forme: è allo stesso tempo romanzo di formazione, memoir politico, pamphlet, storia collettiva e meditazione autobiografica.
La vicenda prende avvio negli anni Ottanta, in una scuola peruviana sperimentale fondata da ex studenti dell’Unione Sovietica. La scuola si chiama Atusparia ed è molto più di un istituto scolastico: è un progetto pedagogico e politico insieme, un tentativo quasi utopico di formare una nuova generazione di soggetti rivoluzionari. Qui si studiano scacchi e letteratura, fisica e marxismo, scienza sovietica e cultura andina. Come ogni progetto politico radicale, è un luogo attraversato da entusiasmi sinceri e contraddizioni insanabili.
In questa atmosfera cresce la protagonista del romanzo, mentre il Perù attraversa uno dei periodi più turbolenti della sua storia recente. La crisi economica, la violenza politica, i conflitti sociali non rimangono fuori dalle aule: filtrano dentro l’infanzia, ne modellano relazioni e immaginari. D’altra parte, per sua stessa ammissione, Atusparia è un libro sulla formazione del soggetto, ma soprattutto sulla pedagogia come campo di battaglia ideologico. L’infanzia che Wiener racconta non è un territorio innocente. È uno spazio attraversato da discorsi politici, da visioni del mondo, da promesse di emancipazione che rischiano sempre di trasformarsi in nuove forme di disciplina. Come suggeriscono le citazioni in esergo – che costituiscono anche lo scheletro di una prima alfabetizzazione politica della protagonista, Wiener riflette sulla possibilità di far germogliare l’utopia in un terreno di resti senza nome.
Le letture, quindi, diventano strumenti di orientamento dentro questo paesaggio ideologico. Tra le figure che attraversano il romanzo compaiono José Carlos Mariátegui, teorico del socialismo indoamericano; José María Arguedas, interprete della complessità culturale delle Ande; Manuel Scorza, narratore delle rivolte contadine e della violenza del potere. E poi Daniela Catrileo, poeta e attivista mapuche cilena, e le cantanti e attiviste quechua Renata Flores e Rita Puma Justo: sono presenze formative, voci che insegnano a leggere il mondo.
È difficile non percepire l’eco della Pedagogia degli oppressi di Paulo Freire, con la sua idea di educazione come pratica di liberazione, e di bell hooks, che in Insegnare a trasgredire immagina l’insegnamento come uno spazio radicale di trasformazione. In entrambe le prospettive la pedagogia non è mai neutrale: è sempre una pratica politica e un territorio di negoziazione costante. La scuola Atusparia sembra nascere da questa stessa tensione. Vuole formare soggetti critici, liberi, capaci di immaginare un mondo diverso. Ma il romanzo non smette mai di interrogare le ambiguità di questo progetto.
Il soggetto che emerge da questa esperienza, tuttavia, è tutt’altro che stabile. L’“io” che attraversa il romanzo non è mai pienamente definito. È mobile, poroso, attraversato da influenze diverse. Wiener sembra suggerire che questa storia non appartenga davvero a una sola persona: è la storia di una generazione, di una comunità, forse persino di un Paese.
Il nome stesso del romanzo lo suggerisce. Atusparia è innanzitutto il nome di Pedro Pablo Atusparia, leader indigeno che nel XIX secolo guidò una rivolta contadina contro lo Stato peruviano. Nel romanzo quel nome cambia forma: diventa il nome della scuola, poi qualcosa di più, quasi un’identità simbolica che la protagonista assume su di sé. Il nome diventa una linea sotterranea che collega memoria collettiva e esperienza personale. Allo stesso modo, la forma del romanzo rigetta la visione Illuminista di un Io univoco e pacificato, e coltiva questa ribellione stilistica nella struttura: la narrazione è frammentaria, multivocale, instabile. Come scriverà la professoressa Grass in una sezione del romanzo:

«Ti prendevi gioco di me perché mi piaceva catalogare i momenti della mia vita per generi letterari: ora una cronaca immaginata, ora puro realismo sociale, domani realismo magico, dopodomani il diario di un guerrigliero. A volte erano generi inventati, altri li avevo letti su un giornale, in qualche rubrica culturale marginale, e mi avevano fatto ridere. E ti dicevo: Ho trascorso degli anni dentro un romanzo di autofantascienza. E tu ridevi. Dopo una breve parentesi in cui le mie giornate sembravano degne di un eco-dramma cli-fi, la mia vita con te si è trasformato in un thriller politico indigenista sovietico, con qualche tocco di romance paranormale».

È difficile non leggere questa frase come una dichiarazione poetica del libro.
Allo stesso modo, Atusparia è un gioco metamorfico di generi, un romanzo di formazione, un pamphlet politico, una lettera d’amore, una distopia e un’utopia, un romanzo speculativo. In questo senso Wiener compie un gesto politico: rifiuta l’idea illuminista di un soggetto coerente e compiuto, capace di raccontare la propria vita come una storia ordinata; al contrario, sceglie deliberatamente la frammentazione e forse si può riconoscere una parentela con la tradizione narrativa di Manuel Scorza, che rifiutava l’etichetta di “realismo magico” per parlare piuttosto di realismo andino, una forma narrativa capace di restituire la complessità storica e culturale delle società latinoamericane senza ridurle a folklore.
Per costruire questo spazio narrativo Wiener si affida a una fitta rete di intertestualità. Il concetto, introdotto da Julia Kristeva e sviluppato da studiosi come Gérard Genette, indica le relazioni che ogni testo intrattiene con altri testi. Nessuna opera nasce isolata: ogni narrazione è attraversata da altre narrazioni. In Atusparia questa rete diventa la struttura stessa del romanzo. Letteratura, folklore, musica, teoria politica, filosofia e memoir convivono nello stesso spazio testuale. Il risultato ricorda la tecnica del quilting: una coperta patchwork cucita insieme da frammenti diversi. Ogni pezzo conserva la propria storia, ma è l’insieme a produrre il disegno complessivo. Non si tratta di un vezzo stilistico. La forma stessa del romanzo diventa una presa di posizione politica in cui Wiener costruisce un libro femminista, decoloniale e radicalmente anti-lineare, come reazione a una contemporaneità sclerotica in cui la realtà viene continuamente ridotta a slogan. Atusparia insiste nel fare il contrario, moltiplica le voci, apre contraddizioni, rifiuta le soluzioni pacificate e rassicuranti: è un romanzo che chiede tempo, attenzione, disponibilità alla disorientante ricchezza del reale.
In questo scenario gli scacchi, che accompagnano la protagonista lungo tutta la sua vita, diventano una metafora critica. In modo superficiale, Atusparia ama gli scacchi perché promettono ordine, «la comprensione delle strutture piuttosto che la memorizzazione di lunghe linee teoriche»: una scacchiera perfetta, regole precise, strategie calcolabili. Un mondo in cui ogni mossa ha una logica, ogni errore una punizione, ogni partita una conclusione. Ma il mondo che Wiener mette in scena non ha nulla di quella rassicurante geometria. La protagonista sperimenta nel quotidiano l’instabilità sistemica della partita che sembra giocare dall’infanzia. E Wiener sembra suggerire che la realtà, e di conseguenza le sue narrazioni, non sono partite a scacchi. Non esistono strategie perfette, né vittorie garantite.
La formazione dei soggetti oppressi, come insegnano Freire e hooks, non è una sequenza di mosse previste ma un processo irregolare, accidentato, attraversato da traumi, affetti, sconfitte e improvvise aperture. Allo stesso modo, come è accaduto con Sanguemisto, l’autrice esplora l’intersecarsi quotidiano fra personale e politico, storia personale e collettiva, ma soprattutto le modalità attraverso cui l’oppressione sistemica si infiltra nelle nostre relazioni più intime, e la storia che ci attraversa, e ci manipola, si impossessa anche degli spazi di intimità e memoria. Se è vero che «l’emozione rivoluzionaria è religiosa», è altrettanto vero che «i motivi per credere», come i territori di rivendicazione e negoziazione, «si sono spostati dal cielo alla terra. Non sono divini, sono umani, sociali».
In quella prigione a cielo aperto che è la scacchiera – e l’esistenza? – dove il cavallo chiama libertà l’eterna L delle sue scelte, Atusparia non offre soluzioni, ma porta avanti un esercizio di utopia, lascia invece intravedere qualcosa di più fragile e più necessario: la possibilità di muoversi comunque, e in quel tragitto raccogliere fiori, coltivare, amare, sanguinare e scrivere.
E in questo scenario la scacchiera si fa corpo:

«In quei momenti di tensione è come se anche il mio corpo fosse sulla scacchiera a dare battaglia. Non so come spiegarlo meglio, ma tutte le mie identità si distribuiscono tra i pezzi che smettono di essere di legno per incarnarsi, diventare pelle, la mia pelle, quasi sempre nera e rilucente».

Anche dentro una scacchiera spietata si può ancora spostare un pezzo. Inventare una mossa imprevista. E quando le mosse sembrano finite resta sempre un gesto ultimo, radicale: mandare all’aria il gioco.

Gabriela Wiener, Atusparia, trad. Elisa Tramontin, La Nuova Frontiera, 2026

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Amanda Rosso

Amanda è nata e cresciuta nell’entroterra ligure. Si è laureata in Comunicazione all’Università di Pavia e ora vive e lavora a Londra, dove sta portando avanti un dottorato di ricerca in Comparative Literature alla Birkbeck University of London. I suoi racconti sono apparsi su “Narrandom”, “Quaerere”, “Malgrado le Mosche”, e in alcune antologie online e cartacee, fra cui “Musa e getta. I racconti delle lettrici e dei lettori” (Ponte alle Grazie, 2021) e “Il corpo c’è” (Vita Activa Nuova, 2023). Ha co-tradotto la raccolta di racconti “Donne d’America” (Bompiani, 2022) a cura di Giulia Caminito e Paola Moretti. Ha fatto parte del direttivo della Società Italiana delle Letterate.

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