In “Contar le stelle” Gianna Cannì e Ivana Margarese raccontano cosa può insegnare tuttora la scrittrice ad alunne, alunni e docenti
Di Amanda Rosso
A quattordici anni Anna Maria Ortese lascia la scuola e non ci torna più. La scuola di avviamento al lavoro di San Marcellino, a Napoli, l’ha frequentata quattro o cinque mesi appena: un edificio vecchio e nero, la cattedra lontana «come un confessionale», settanta compagne più giovani e meglio vestite, e la vergogna del grembiule e delle scarpe rotte. «Se mi mandate a scuola, mi uccido», dice al padre, e nessuno insiste più. Diventerà una delle scrittrici più visionarie del Novecento italiano da autodidatta, imparando — sono parole sue — camminando, guardando, leggendo i libri che voleva.
È da questo abbandono che Gianna Cannì e Ivana Margarese fanno partire Contar le stelle. Anna Maria Ortese e la scuola, uscito a maggio per AnimaMundi nella collana Semi diretta da Valentina De Pasca, con una prefazione di Pier Cesare Rivoltella e una postfazione di Ugo Morelli. Il titolo viene da un compito impossibile: quello che Franco Lorenzoni, supplente in una seconda elementare della Magliana, assegnò ai suoi alunni chiedendo loro di contare tutte le stelle del cielo e scrivere il numero sul quaderno. Michele ne contò undici, Pino mille; e il giornalino della classe si chiamò così.
Le due autrici sono entrambe insegnanti – Cannì di materie letterarie a Catania, Margarese di filosofia e scienze umane a Palermo – e il libro nasce dal punto in cui la loro pratica quotidiana incontra un’opera che alla pedagogia non aveva alcuna intenzione di parlare. Attraversando Il porto di Toledo, il Diario adolescenziale del 1928-29, Corpo celeste, Le Piccole Persone, gli epistolari, ne ricavano non un modello ma un attrito: la scolara senza scuola come figura di un’inadeguatezza che si converte in ricettività; l’Espressività come conquista che non è espressione di sé ma qualità del mondo, dove lumi, piante, venti e cieli rispondono e interpellano; e infine l’immaginazione, dichiaratamente utopica, della scuola in cui Ortese forse sarebbe tornata – poetica e contemplativa, accogliente per risonanza più che inclusiva per omologazione, azzurra e mediterranea.
Il metodo è dichiarato in apertura e praticato fino in fondo: procedere per alleanze, «generare parentele» nel senso di Donna Haraway, non ordinare ma intrecciare. Così, accanto a Ortese, il libro convoca bell hooks e Carla Lonzi, Simone Weil e Clarice Lispector, Luce d’Eramo e Leopardi, le neuroscienze di Vittorio Gallese e la pedagogia della risonanza di Hartmut Rosa. E si chiude su due conversazioni con Franz Haas e Patrick Mégevand, amici e corrispondenti della scrittrice, che restituiscono il ritratto intimo di una donna che nella sua stanza di Rapallo dormiva in poltrona e non usava il letto. Ne abbiamo parlato con le autrici.
Cominciamo proprio dall’inizio. Il libro nasce da un dialogo con Ortese già avviato altrove – il volume collettaneo Il tempo è un altro, l’incontro a Filicudi con la Società Italiana delle Letterate – e prende il titolo da un compito impossibile che Franco Lorenzoni assegnò a una seconda elementare della Magliana: contare le stelle. Vorrei capire il momento in cui avete visto che il rapporto di Ortese con la scuola non era un tema fra altri ma reggeva un volume intero. E poi il viaggio editoriale: siete uscite per AnimaMundi nella collana Semi. Com’è nato quell’incontro, e cosa ha portato la collana alla forma finale del libro?
Gianna: Quando Ivana mi ha proposto di scrivere un contributo a partire dalla raccolta di saggi Corpo celeste per il volume Il tempo è un altro di cui è curatrice, sono stata colpita dall’impostazione che voleva dare al lavoro: entrare in un dialogo autentico con quei testi non da studiose ma a un livello più profondo, come in un incontro tra persone. Questo modo di leggere, empatico e stratificato, mi interessava davvero, anche se non sapevo ancora che tema dare al mio articolo. Leggendo la raccolta, le parti che ho sentito più vicine alla mia esperienza sono state quelle sulla scuola, non soltanto perché sono un’insegnante ma perché emergeva, dalla fuga della scrittrice dal sistema scolastico del suo tempo, anche un’idea di scuola possibile, accogliente, non utilitaristica, autenticamente nuova, in cui mi sono riconosciuta. Questo è stato il punto di partenza del mio piccolo contributo per il volume collettaneo e il punto di partenza di una riflessione molto più ampia e articolata su Ortese e la scuola, che ha impegnato Ivana e me per molti mesi. Lo sguardo di una scrittrice sulla scuola ci è sembrato più ricco di molti testi specialistici sull’argomento e di alcune semplicistiche politiche scolastiche, ma soprattutto leggere Ortese ci ha consentito di affinare la nostra lettura dell’adolescenza. Un tema importante del libro è proprio l’avventura/impresa dell’adolescenza.
Il progetto ha cambiato forma nel tempo, si è fatto più complesso, mentre cresceva anche la relazione fra di noi. Voglio sottolineare questo aspetto perché la natura “relazionale” del nostro lavoro riguarda il dialogo tra noi, quello con l’opera di Ortese e di molte altre autrici e autori che abbiamo richiamato. Ripercorrendo brevemente la storia del progetto, in un primo momento avevamo pensato di coinvolgere e far interagire – all’interno del volume – alcune autorevoli figure di riferimento del panorama pedagogico italiano e la casa editrice AnimaMundi aveva accolto favorevolmente questa idea; poi, come ho accennato prima, nel momento in cui lo scambio tra me e Ivana si è fatto più personale, abbiamo scelto di far sentire e accordare solo le nostre due voci e le letture di entrambe.
Siamo molto felici di condividere con Animali poetici la presenza nella collana Semi perché i due libri, pur riferendosi a contesti diversi e con apporti teorici anche distanti, sono in perfetta armonia, soprattutto per l’idea di non ridurre i bisogni dell’adolescenza alla costruzione di strumenti e competenze professionali: noi siamo animali poetici che, come sostiene Ortese, hanno un desiderio primario di espressività e di sogno, cui allude l’esercizio del Contar le stelle, evocato nel titolo.
Ivana: Aggiungo qualche parola in merito all’esperienza vissuta sull’isola di Filicudi all’interno della rassegna letteraria Transiti 2025, di cui avevo la direzione artistica, e alla giornata dedicata alla Società Italiana delle Letterate dove Rossella Caleca, Francesca Maffioli e io, con il supporto delle letture di Nunzia Lo Presti, abbiamo fatto interagire le scritture in metamorfosi di Hélène Cixous e Anna Maria Ortese. Anche in questo caso un intreccio inusuale ma assai fecondo. Voglio inoltre sottolineare, come noti giustamente tu, che la scelta di Animamundi per questo progetto non è stata casuale. Seguiamo e apprezziamo il lavoro editoriale di Giuseppe e Valentina da anni e li abbiamo subito riconosciuti come gli interlocutori giusti per questo nostro progetto.
Infine, hanno contato molto per me i dialoghi con Franz Haas, amico di Anna Maria Ortese, che ho avuto la gioia più volte di incontrare e che si è rivelato prezioso per accedere a una dimensione più intima della scrittrice al punto che abbiamo ritenuto fondamentale includere la sua testimonianza, insieme a quella di Patrick Mégevand, all’interno del nostro saggio.
Il metodo lo dichiarate in apertura e lo praticate fino in fondo: procedere per alleanze, generare parentele nel senso di Haraway, «non ordinare ma intrecciare», far incontrare libri lontani perché da quegli incroci impensati emergano nodi di senso. E scrivete che la scrittura stessa è stata un processo di relazione, con la gioia e la fatica del confronto costante, il rispetto per i tempi diversi di ciascuna. Come si scrive davvero a quattro mani un libro che ha la coerenza di questo? Qual è stato l’incrocio impensato che vi ha sorprese di più — il punto in cui due letture che non c’entravano nulla si sono illuminate a vicenda?
Ivana: Con Gianna, con cui collaboro da qualche anno anche all’interno della rivista Morel voci dall’isola, avevo già condiviso l’esperienza del volume collettaneo Il tempo è un altro (Iacobelli editore, 2025), in cui lei aveva firmato un contributo dedicato all’esperienza scolastica di Ortese che, da curatrice, avevo fortemente voluto. Ortese è una straordinaria maestra di sguardo, e l’educazione non dovrebbe mai abdicare al compito di farci guardare meglio per vivere più profondamente. Scrivere a quattro mani non è stato semplice: ciascuna porta se stessa e la propria voce nella pagina e i punti di vista non sempre coincidono. È stato proprio questo continuo esercizio di scarto a trasformare la scrittura in un processo autenticamente dialogico. Per noi, convinte che il femminismo offra una chiave preziosa di trasformazione, il dialogo non è una premessa teorica, ma un elemento imprescindibile della pratica. È stato così un percorso orientato all’accoglienza di uno sguardo capace di dislocarsi. Nel testo non ci siamo limitate a confrontarci – anche attraverso momenti d’incontro reale – con chi ha a lungo studiato Ortese o la scuola, ma abbiamo voluto accostare opere distanti per far affiorare cortocircuiti e nuove risonanze. Rispetto alle convergenze inaspettate, ho trovato ad esempio illuminante il momento in cui i romanzi di Jane Austen, che Ortese conosceva e amava, mi hanno offerto il materiale per restituire l’immagine della scrittrice come un’adolescente con il sapere della solitudine, fiera e appassionata, reattiva agli stati amorosi e alle loro oscillazioni. Intrecciare le voci di due autrici in apparenza così lontane ha permesso di mettere in luce tratti di Ortese solitamente trascurati.
Nel libro c’è un punto in cui vi fermate sulla soglia. Osservate che il prestigio sociale della scuola è crollato in concomitanza con la sua femminilizzazione, citate bell hooks che diventa insegnante per non dover fare la domestica. Cosa significa che il lavoro educativo, quando diventa lavoro di donne, viene insieme svalutato e caricato di aspettative morali — cura, dedizione, vocazione, tutte parole che di solito servono a non pagare? E cosa c’entra questo con Ortese, che si definiva «uno scrittore-donna, una bestia che parla», e che ha passato la vita nella precarietà economica?
Gianna: Il femminismo da sempre ha posto l’attenzione, contro una visione astratta, classista e razzista della cultura, alle condizioni materiali delle donne che studiano e che sono impegnate nei vari campi artistici. Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf è ancora attuale, sotto molti aspetti, mettendo in opportuna relazione talento, genere e situazione economica. bell hooks sperimenta sulla propria pelle un cambiamento di status sociale ed economico legato alla sua carriera di insegnante: per lei diventare docente ha rappresentato la possibilità di cambiare città, tipo di abitazione, amici, stile di vita, come si legge nella raccolta Da che parte stiamo. La classe conta (Feltrinelli, 2022). Oggi, chi insegna in Italia – e un’altissima percentuale di insegnanti sono appunto donne – vive una condizione di precarietà a fronte di un aumento del carico di lavoro e di una ridotta collaborazione con le famiglie nell’impegno educativo: la cronaca restituisce centinaia di casi estremi da cui si evince la crisi della scuola, che grava sul corpo docente. Una decina di anni fa Maria Serena Sapegno nel volume collettaneo da lei curato La differenza insegna (Carocci, 2014) rifletteva sul fatto che la scuola italiana – insegnanti e popolazione studentesca – è un mondo popolato da donne, nonostante veicoli ancora il messaggio che la cultura sia sostanzialmente maschile. Il tema è complesso: riguarda la femminilizzazione della scuola in un momento in cui la scuola è chiamata a svolgere funzioni che non le appartengono per statuto e al contempo è invasa da figure professionali che la medicalizzano; riguarda la perdita di prestigio sociale dell’insegnante in un momento in cui la sua competenza specifica viene disconosciuta; riguarda l’incurabile assenza delle scrittrici, artiste e filosofe dal canone scolastico.
In particolare, il nesso classe scolastica e classe sociale è analizzato molto lucidamente da Ortese, che sente il peso della povertà della propria famiglia come ostacolo all’integrazione scolastica. Da adolescente, nel suo diario- testo pubblicato nel 2002 da Adelphi all’interno del primo volume della raccolta dei Romanzi – annota: “Io ero proprio dietro, all’ultimo banco, il più alto, e mi vergognavo per i miei vestiti. Le mie compagne erano tante, forse settanta, tutte più giovani, belle, ben vestite di me, tutte dai nove ai dieci anni, mentre io quasi tredici, quasi vecchia”. Questo diario, preziosissimo, è stato per noi illuminante per capire il rapporto della scrittrice con la scuola. Il problema delle difficoltà economiche, della fatica di vivere in una casa troppo piccola o rumorosa per scrivere e studiare sarà fonte di angoscia per tutta la vita (per esempio, L’iguana, pubblicata quando l’autrice aveva già più di cinquant’anni, è stata scritta in una sorta di cucina/camera da letto minuscola) e ricorre frequentemente nelle lettere di Ortese, sia nei carteggi citati nel libro sia nello scambio epistolare tra Anna Maria Ortese e Leonardo Sciascia che Ivana e io abbiamo avuto modo di analizzare alla Fondazione Sciascia a Racalmuto lo scorso anno. Ma anche questa è un’altra storia, una porta socchiusa che contiamo di aprire a breve…
«Scolara senza scuola» è la formula che regge il volume, e ha una sua ambivalenza preziosa: Ortese rifiuta quell’aula buia e affollata, e insieme ne soffre — il Diario si chiude su con il desiderio, anzi l’intenzione di tornare a scuola, e decenni dopo, nella lettera a Haas, rimpiange perfino una «dura educazione» che le avrebbe permesso di radicarsi. Questa oscillazione mi pare il cuore vivo del libro. Cosa dice, a voi che insegnate ogni giorno, di quei ragazzi e ragazze che oggi vengono liquidati come svagati, distratti, senza motivazione?
Ivana: La scuola sta attraversando un momento di profonda sofferenza. C’è un divario sempre più ampio tra il desiderio, il piacere di conoscere e scoprire anche attraverso i corpi e i loro mutamenti, e le cornici preordinate fatte di formule burocratiche o retoriche vuote. Da docente di Filosofia, ciò che mi colpisce è come studentesse e studenti vengano raramente invitati a leggere i testi e a farne terreno di smarrimento e confronto. Troppo spesso la didattica si riduce a docenti che spiegano e a studenti che ripetono il pensiero dell’autore filtrato da quella spiegazione.
Sono stata un’adolescente che ha trovato nella filosofia, nella letteratura e in pomeriggi interminabili trascorsi in libreria con i compagni più cari un campo di interrogativi accesi e comuni; adesso da insegnante mi chiedo che senso abbia una disciplina che si fa mera ripetizione. Da questa prospettiva, la «scolara senza scuola» ci parla da vicino: quel disinteresse o quella svagatezza che si rimproverano ai ragazzi non sono sempre assenza di motivazione, ma talvolta potrebbero essere una forma di resistenza, di autodifesa. È il segnale di chi non trova spazio per la propria inquietudine e rifiuta una conoscenza addomesticata, pur conservando, proprio come Ortese, un bisogno profondo di radici e orientamento. Scrive Ortese in Corpo Celeste: «Necessario non è comprare e godere, ma fare e pensare in proprio».
La pagina teoricamente più densa mi pare quella sull’Espressività: non l’espressione di un soggetto che si rappresenta, ma una qualità del mondo — città, lumi, venti, cieli pregni di segni che rispondono e interpellano; e lo spaesamento come effetto di un campo espressivo che cambia, non solo come crisi interiore. È un rovesciamento bellissimo, perché sposta la parola dall’io alle cose. Come cambia, questa idea, il modo di far scrivere in classe? Cosa si chiede a una ragazza o a un ragazzo, se scrivere non è dire se stessi ma raccogliere le voci — e i silenzi — di ciò che ci circonda?
Gianna: Tutto respira e tutto parla nel corpo celeste che provvisoriamente ci ospita, questo è il senso dell’espressività ortesiana, come hai colto perfettamente. Crediamo sia una indicazione, anche pedagogica, essenziale perché spinge ad ampliare l’idea di cittadinanza, oltre le anguste attuali politiche, fino a diventare “cittadinanza dell’ascolto” o dell’attenzione al vivente. A scuola, uno degli ambiti dell’educazione civica è proprio l’educazione ambientale, ma questa educazione riguarda principalmente la condotta umana, pone al centro l’uomo da disciplinare. Ortese ci fa riflettere sulla necessità di superare questa forma di antropocentrismo che disconosce o riduce a mera risorsa le altre specie, animali e vegetali, i mari, l’aria. A scuola “esprimersi” ha a che fare tradizionalmente con la produzione di un testo scritto oppure orale, o di qualsiasi altro artefatto: in una società narcisistica come la nostra, in cui esprimersi coincide con l’esporre – alla ricerca spasmodica di approvazione – se stessi e la propria vita, introdurre una concezione di espressività quale accoglienza nella propria sensibilità della voce del vivente sarebbe una rivoluzione, significherebbe proporre quel “dislocamento” di cui parliamo nel libro, quell’uscire fuori da sé per ritrovarsi in un campo identitario più ampio, fluido, non gerarchico e pacifico. In maniera indiretta, non didascalica, non meramente psicologica, l’adolescente potrebbe avvicinarsi a far pace con le “differenze” irrisolte che lo abitano.
Il quasi-manifesto finale immagina una scuola azzurra e mediterranea, costruita secondo una «fantastica degli spazi» che, con Lorenzoni, parte dal cielo: una scuola che intreccia un legame stretto con il paesaggio in cui è immersa, che insegna a essere buoni vicini non solo degli altri umani ma delle stelle, dei mari, delle povere creature inimmaginabili. Voi insegnate una a Palermo e una a Catania, dentro quell’azzurro, con le meraviglie e le criticità, i collegamenti e le complessità, che il territorio offre. Come si fa entrare concretamente il fuori — la luce, il mare, il territorio — in un’aula?
Gianna: Prima di insegnare a Catania, ho insegnato per vent’anni a Torino: cieli diversi, è assolutamente vero. La coscienza di trovarsi su un corpo celeste, che vive nel dolore e nella meraviglia, è fondamentale e fondativa in Ortese. Nelle sue riflessioni sull’Italia la scrittrice lamenta lo spostamento del baricentro culturale e sociale al nord del Paese, arriva a definirsi una “scrittrice borbonica”: polemicamente rimpiange un tempo precedente a quello in cui, nel secondo dopoguerra, d’un tratto “fummo America”. Quello che oggi viene chiamato “mondo Occidentale” ha perso molti tratti della cultura mediterranea che lo caratterizzava, e Ortese sottolinea questa perdita, voluta programmaticamente in nome di un progresso economico che comunque riguarda una minoranza. Per riportare questo discorso alla scuola, certamente è necessario che un sistema scolastico nazionale individui standard di competenza e contenuti che mettano al centro la storia e la tradizione nazionale: tuttavia questo non solo non è sufficiente, ma non è neppure auspicabile se porta a una omologazione, a una perdita della dimensione locale, del radicamento. L’Italia, per la sua storia e per la sua geografia, si compone di paesaggi naturali e culturali diversi: la scuola non può ignorare questa ricchezza. In Africa, l’adoscente Ortese ha imparato il senso dello spazio: ogni luogo educa lo sguardo in modo peculiare. Il rapporto tra locale e globale è complesso ma imprescindibile, da un punto di vista educativo: da un lato bisogna avere una visione ampia, e ricordare che conviviamo – con numerosissime altre specie – su corpo celeste tra infinite galassie; dall’altro, è necessario non perdere il legame anche affettivo con il territorio, con la specificità dei luoghi (ma anche dei singoli individui). Una scuola mediterranea è quella che fa propria la storia del Mediterraneo, che – prima di divenire muro e confine – è stato mare di scambi, di contatti, di ibridazioni. Ci chiedi come si fa a far entrare il “fuori” nell’aula: ti rispondo che è possibile se si fa anche entrare l’aula nel “fuori”; la relazione tra vita e scuola dovrebbe essere più forte, chi va a scuola non dovrebbe mai aver la sensazione di trovarsi in luogo e un tempo separato dalla sua vita reale, dove si veicola una cultura astratta e distante; la vita entra a scuola e la scuola entra nella vita quando trovano spazio, a lezione, il presente, il mondo, i vissuti, i corpi di chi impara e di chi insegna.
AR: Chiudete con una citazione da Alonso e i visionari: «la vita non è mai nelle nostre stanze ma altrove; chi cerca il Cucciolo scruti nel silenzio, non lo chiami se non sottovoce, ma abbia sempre cura di rinnovare l’acqua della sua ciotola triste. Non visto, verrà. Per un libro sulla scuola è una scelta sorprendente e commovente: nessun obiettivo, nessun risultato da misurare, solo la cura ostinata di una ciotola e la fiducia che qualcosa arrivi senza essere chiamato». Perché avete voluto che il libro finisse lì? Cosa vi sembra che quel gesto dica a chi insegna?
Ivana: La citazione che riporti raccoglie tantissimi elementi della poetica di Ortese: la capacità di orientare lo sguardo oltre ciò che è immediatamente visibile, di stare in relazione con ciò che tace, di compiere gesti che si sottraggono alla logica dell’apparire. È la pratica di una cura invisibile, che agisce sottovoce. Il rapporto con gli animali, penso ai gatti da lei tanto amati, sono in tal senso un’opportunità preziosa di apprendimento “silenzioso”.
Abbiamo voluto chiudere lì perché questo lascito etico andrebbe urgentemente rimesso al centro dell’educazione, scardinando l’ossessione contemporanea per i risultati misurabili, le prestazioni e gli obiettivi verificabili. A chi insegna, quel gesto ricorda che l’educazione cresce nella fiducia. Il mio compito da docente non vorrei fosse quello di addestrare “vincitori” in competizione tra loro, ma di formare alleati capaci di coabitare un mondo meno violento.
L’ultima domanda è sulle letture: alcune sono citate nel libro – Ortese stessa e le letture che ne hanno fatto Farnetti, Clerici e Attanasio, ad esempio; ma anche hooks, Lonzi, Haraway, Weil, Melandri con cui condividete lo sguardo. Ma ogni libro ha anche letture che non compaiono nelle note e che pure hanno lavorato. Quali sono state, per ciascuna di voi? E cosa avete sul comodino adesso, che il libro è uscito e vi ha lasciate?
Ivana: Grazie per questa domanda che riporta l’attenzione sulle alleanze sotterranee, su ciò che agisce sottotraccia. Gianna e io siamo sin da ragazzine due lettrici appassionate di poesia, e credo che questo ci abbia aiutate molto ad accostarci ai testi ortesiani, che chiedono proprio di abbandonare steccati rigidi e logiche categorizzanti. Inoltre, nell’entrare nel mondo di Ortese, ho tenuto a mente la delicatezza di Gianna Manzini, il tormento di ricerca di Luce d’Eramo e l’enorme talento di Laudomia Bonanni, scrittrice eccellente che, in quanto maestra elementare estranea alle koinè letterarie dell’epoca, ha sofferto a lungo un senso di isolamento che l’ha condannata per lungo tempo all’invisibilità.
Al momento ho ripreso i testi di Luisa Muraro e sono in dialogo con Elvira Roncalli, autrice de Il futuro è aperto. Storia e prospettive del femminismo (Prospero edizioni, 2026), un saggio articolato su interviste a Lea Melandri, Luisa Muraro e Adriana Cavarero che riesce a restituire il femminismo come finestra aperta sull’orizzonte. Cito a questo proposito le parole della stessa Ortese: «Vi sono libri che si chiudono, ed altri che rimangono aperti; libri dai quali, come da una finestra, non si scorge che un muro, la facciata livida di una casa, una povera piazza; e libri che guardano l’orizzonte» (Da Moby Dick all’Orsa Bianca).
Gianna: Rispetto alle letture, aggiungo solo due nomi a quelli fatti da Ivana: il primo è quello di Christian Bobin – autore scoperto in Italia da AnimaMundi – che insegna ad abitare poeticamente il mondo attraverso una attitudine contemplativa, che proponiamo nel libro anche come approccio educativo; l’altro nome è quello della pedagogista Martha Nussbaum, la quale ci ricorda che la scuola vera è “non per profitto” . Sul comodino ho i libri di Bobin, che sono un viatico buono che mi riconcilia con il diritto di tutti alla bellezza.
Gianna Cannì, Ivana Margarese, «Contar le stelle». Anna Maria Ortese e la scuola, prefazione di Pier Cesare Rivoltella, postfazione di Ugo Morelli, AnimaMundi edizioni, Otranto 2026, collana Semi, 272 pp.
Amanda Rosso
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