In “Ostinato Canto Controvento”, l’ultima raccolta poetica di Floriana Coppola, il disamore si configura come forza attiva e il corpo come luogo di attraversamento, in una scrittura che intreccia dimensione intima e tensione politica, tra genealogie femminili e urgenze del presente. L’abbiamo intervistata
Di Amanda Rosso
Vorrei partire da una nota personale: io e Floriana Coppola abbiamo fatto parte insieme del direttivo della SIL nel biennio 2024-2026, di cui lei era presidente. In quel contesto ho conosciuto la sua presenza ferma, concreta, capace di tenere insieme e mediare, ma soprattutto sono rimasta colpita dalla sua scrittura: ogni newsletter, ogni introduzione a eventi, webinar, incontri e seminari portava con sé un’intensità politica, una prosa limpida ma densa, e una cura per la parola che ho ritrovato pienamente in questa silloge.
Ostinato Canto Controvento si muove lungo una tensione costante tra resistenza e attraversamento, dove il disamore non è privazione ma forza attiva, materia viva che incide il corpo e il linguaggio. La raccolta costruisce una soggettività plurale e instabile, che si fa e si disfa tra memoria, trauma e desiderio, in cui il corpo è insieme luogo di ferita, di lotta e di conoscenza.
La poesia si configura così come pratica situata e quotidiana, capace di intrecciare intimo e politico, esperienza individuale e violenza sistemica, mentre il mondo che emerge è segnato da guerra, perdita e precarietà, ma anche da una tensione ostinata alla sopravvivenza. Allo stesso tempo, la raccolta attiva una costellazione genealogica che attraversa miti, figure letterarie e immaginari femminili, riscrivendoli in chiave contemporanea e femminista, in una poetica antigerarchica ed eco-poetica in cui umano e non umano si intrecciano.
Ne deriva una scrittura polifonica, mobile, che non si limita a rappresentare ma interpella, chiamando chi legge a una partecipazione attiva, etica, responsabile.
Come è nata la silloge e qual è stato il suo percorso editoriale? Questa nascita è stata più frammentaria o organica? Mi chiedo se i testi, che non hanno titolo ma si susseguono in movimenti ondivaghi e nuclei tematici interrelati, siano emersi come nuclei autonomi poi ricomposti, o se c’era fin dall’inizio una visione unitaria, anche in relazione a quella struttura non lineare e a quella molteplicità dell’io che attraversa la raccolta?
Questa silloge nasce in modo prima frammentario negli ultimi dieci anni e poi, nell’ultimo anno, ho curato la sua composizione cercando di avvicinare i testi, seguendo il motivo che li accomuna. È rimasta anni nel cassetto, perché aspettavo una sua compiutezza, la percezione che ogni frammento si legasse dinamicamente all’altro, formando un discorso con una sua circolarità. Parlare del disamore, non è stato semplice. Come non citare la silloge Poesie del disamore di Cesare Pavese (1934/1938). I suoi versi secchi, senza retorica parlano di relazioni vissute come nodi dolorosi, irrisolti, che lasciano spezzati e vuoti, attraversati dal vuoto e dalla ferocia dello strappo. E le Poesie del non amore di Pier Paolo Pasolini, dove la critica sociale del fallimento dei legami si intreccia alla denuncia del marcio sociale e linguistico che rende impossibile ogni amore.
Ma la mia idea del disamore si lega all’approccio psico-esistenziale di Clarissa Pinkola Estès, secondo la quale il disamore è la perdita del contatto con la donna selvaggia, mentre la ricerca psicologica e letteraria aiuta a ritrovarla dentro di sè. L’amore fallito può determinare il rischio di spegnere la voce interiore e di adattarsi al buio, invece di amarsi. Il nucleo melanconico, che genera, diventa il lutto dell’amore materno non elaborato. L’amore che resta dentro diventa autodistruttivo se non trova forma. La conoscenza del mito serve per uscire fuori da questo impasse. Il disamore si registra nel corpo. Bisogna allora recuperare la parte selvaggia non addomesticata, che sa dire no, che sa dire io. Il disamore è solo il sintomo di un possibile scollamento con noi stesse. Questo ho imparato con il tempo.
La direzione è dare voce al dolore, attraverso il corpo, il mito e la memoria fino a riappropriarsi della propria integrità, uscendo fuori da ogni dipendenza tossica che mutila e zittisce ogni risorse interiori. Bisogna invece dare voce al dolore, ritirare ogni proiezione nell’altro e ritrovare le parti interne assopite. È necessario superare l’aspetto depressivo di ogni perdita, di ogni abbandono. Questo è il tema centrale della mia silloge. Sentire la liberazione dall’idea di possesso e di controllo, recuperando la coscienza che ogni inciampo, ogni fallimento, sono parti integranti del gioco relazionale della vita, per tornare a unità.
Vorrei partire dal titolo Ostinato Canto Controvento, e più specificamente dal sottotitolo, “poesie del disamore e di altre passioni”, quell’idea di disamore come manifestazione ed essenza di una passione, non la sua assenza, forse una forza attiva, produttiva, una tensione che attraversa il corpo e il linguaggio e che si configura come un campo di conflitto e trasformazione.
Il titolo fa riferimento alla resistenza che ho esercitato contro la programmazione esistenziale a cui ero destinata, a cui sono destinate le donne, resistenza ostinata, contraria agli schemi tradizionali di comportamento. Ostinazione e resistenza che spesso le donne esercitano nella loro esperienza di vita. In questo senso, la scrittura femminile attraversa sempre il corpo, come primo spazio di espressione. Ogni trauma, ogni ferita, si incista nel corpo, luogo prioritario del danno, della percezione dell’esilio, grammatica che parla dal margine. Le poetesse spesso fanno riferimento ad un “io collettivo”: Alda Merini passa dall’io al noi, per dare voce alle matte, alle diseredate. Lei denuncia il disamore istituzionale che si accanisce sul corpo frammentato delle donne con una medicina invasiva, crudele, alienante.
La poesia è la cura per chi vive ai margini, il dolore personale non deve rimanere privato, perché è il sintomo di una violenza sistemica. Per me la scrittura poetica è per suo fondamento un gesto politico di libertà dagli schemi dei e delle “vincenti”, fuori dal contesto patriarcale/capitalistico, presuppone una sensibilità anarchica e divergente. Sviluppa una capacità espressiva precognitiva in forte connessione con parti arcane inconsce ancestrali, che recupera. Scrivere è una strategia di sopravvivenza, una postura politica e spirituale capace di creare una distanza dalla vita vissuta, ha un potere trasformativo e generativo di un’altra dimensione, crea uno sguardo che non raffredda il pathos ma lo spinge in un livello di autoconsapevolezza che fertilizza la percezione. Come afferma Gloria Anzaldua, l’io parte dal suo corpo che vive il margine, il confine, la frontiera, ascoltando il dolore della sua identità spezzata ma non esiste senza il noi della comunità di appartenenza. Come donna e come meridionale sento profondamente questa posizione. So che significa l’emarginazione di classe e di genere.
L’esergo di Carla Lonzi è un’ode alla libertà, ma molti sono gli ostacoli per poterla vivere pienamente, un movimento che mi fa pensare anche a Goliarda Sapienza, quindi una libertà non lineare o pacificata, ma fatta di scarti, rifiuti, sottrazioni, di rottura dei ruoli imposti e di costruzione di una soggettività che si fa e si disfa continuamente…
La citazione di Carla Lonzi è stata scelta come una porta necessaria, per aprire la stanza dei versi. Come donna ormai “anziana” (e lo dico con l’orgoglio della Crona), le parole di Carla Lonzi aprono a un pensiero profondo sulla nostra liberazione interiore e politica da ogni pressione di genere, di classe e di sesso. Sentirsi libera di essere oltre le aspettative sociali, professionali, politiche di una programmazione esistenziale femminile, programmazione che affoga ogni “canto”. La parola scritta è segnatura incarnata del bisogno di essere, di farsi ponte e rivelazione prossima di un cerchio in cammino. Non è semplice percorrere la strada con altr* ma ci sono delle fertili interferenze tra noi e chi ci ha preceduto che aiutano a tenere la lanterna accesa nel buio dei nostri tempi. André Lorde, bell hook, Carla Lonzi, Donna Haraway e altre donne sono sorelle e madri simboliche di questo nostro passaggio. Ma anche Maria Gimbutas e Clarissa Pinkola Estes, Carol Gilligan e Naomi Snider, Lea Melandri e Fabrizia Ramondino. Per la poesia maschile tradizionale il corpo della donna era immagine, musa, simbolo da contemplare, per noi donne il corpo è il punto di partenza. Tanti sono i nomi di donne che sono state capaci di coniugare il dolore privato, la militanza politica e la passione per la scrittura. Mi insegnano ogni volta a legare un altro tassello, per capire come il sistema patriarcale ci ha mutilato e quali sono gli antidoti, i correttivi, i medicamenti per riprendere quelle parti che abbiamo rischiato di perdere.
Le donne che pensano e che scrivono provano ad allargare la loro visione del mondo. Ogni parola ci parla del nostro corpo oltraggiato da millenni. Ogni mito ci chiede una spiegazione, formula una domanda che arriva fino a noi. La poesia è un collettore psico-esistenziale di interrogativi, in connessione intrapsichica con ciò che è stato, ciò che è e ciò che sarà. Non ci sono risposte ma più il campo si allarga e più intensa è la nostra percezione dell’essere in vita.
Ma penso anche ad Audre Lorde, specialmente nei primissimi versi che aprono la tua raccolta: «Sono una che scrive qualcosa / tra una corsa e l’altra, scrivo / e mi mantengo intera, aggrappata / all’asse d’acciaio della metropolitana». Vi leggo un’idea di poesia situata e corporea, ma anche quotidiana, frutto di un’osservazione del mondo ma anche prodotto concreto di una vita vissuta, che intreccia lo spazio intimo e quello politico, il corpo materico della poeta ma anche la fisicità dell’atto poetico stesso, come un gesto e non solo elucubrazione; una pratica incarnata, performativa, in cui il linguaggio diventa materia e il corpo un vero e proprio campo di attraversamento…
Audre Lorde mi è particolarmente cara. Leggere i suoi testi mi ha dato la sensazione di incontrare un’anima a me prossima. Ho sentito una prossimità politica, filosofica e letteraria. Nei versi cadono frammenti della nostra vita vissuta, le mortificazioni provate, le difficoltà che attraversiamo, per liberarsi dai lacci di una emarginazione sociale che mutila e umilia. Come lei, ho faticato a trovare la mia strada e a dare forza alla mia voce. bell hooks ha rinforzato la mia intuizione che nascere in una classe diversa da quella predominante crea un’impasse interiore profondo, da cui bisogna sollevarsi, per sopravvivere. Il femminismo intersezionale e transfemminista ha espresso in modo magistrale ciò che c’era già nel femminismo della differenza ma con una chiarezza maggiore, con uno sguardo più aperto ad accogliere tutti i soggetti imprevisti della storia. La classe di appartenenza è un dato ineluttabile anche fra donne.
Questo essere situata però non si limita all’atto poetico ma anche alle tematiche della silloge, una fra queste il suo carattere fortemente eco-poetico, la poesia come vanga che scava, come qualcosa che si immerge nel terreno, fra i muschi e i roghi, le acque e le rocce, tanto quanto nella carne e negli umori, dove umano e non umano si intrecciano continuamente… una poetica-compost, per citare Donna Haraway, che insiste su una interconnessione radicale tra corpi, ambienti e linguaggi…
Dice Maria Zambrano che la poesia nasce dalla meraviglia, dallo stupore. Accoglie il mondo senza volerlo spiegare, apre al mistero, al contradditorio, al sacro. Dice ciò che la ragione non sa dire, esprime l’angoscia, il desiderio, parte dall’esperienza vissuta. Nei suoi testi richiama immagini come “chiari del bosco”, spazi di luce che liberano dall’angoscia. La parola poetica trema sul vuoto e il ritmo riesce a sostenerlo, senza farla crollare. L’ispirazione nasce dal sacro viscerale. Diventa un solo movimento scrivere e immergersi nel dato naturale, animale, minerale di ciò che ci circonda. La simbologia ecologica è tutta dentro questo moto che scava nel pozzo interiore, sollevando materiale simbolico inconscio e sotterrato nelle viscere più profondo del nostro corpo animico. Non inventiamo nulla ma siamo attraversate da qualcosa che viene da più in profondità. La poesia si muove su un piano prerazionale. Non c’è la violenza del concetto che taglia e definisce, deturpando la complessità del reale. Donna Haraway fa riferimento proprio a questo continuo sinergico lavoro di decomposizione e ricomposizione, del lavoro sotterraneo e letterario con gli scarti, con i morti che non scompaiono ma diventano humus fertile per dare altra vita. Creiamo così famiglie, parentele inattese con umani, animali, batteri, idee e scarti. Il nostro io poetico è sempre corale, multispecie, non sovrano. La poesia si attorciglia con tutto ciò che è vivente, con ogni creatura, senza la supremazia degli uomini egoriferiti, egocentrici, individualisti e borghesi.
Poetare ribelle e più che umano, quindi un poetare antigerarchico, una poetica che canta la cosmogonia dell’esistente e la fa scaturire da un femminile potente e indomabile, meticcio, disordinato, ribelle, che è donna e mondo, donna e natura, donna e costellazione, e che allo stesso tempo richiama anche una dimensione di animalità e istintualità come forma di resistenza all’ordine normativo…
La parola costellazione mi risuona molto. Una parola polisemantica che fa riferimento a quella che per me è la complessità della sapienza delle donne. Da poco ho finito di leggere Le Guardiane della soglia di Luciana Percovich, che elabora in chiave antropologica le ricerche archeo-mitologiche di Maria Gimbutas. Percovich lavora sulla mitologia, sugli archetipi femminili e analizza le figure che stanno sulla soglia, tra la vita e la morte, le Moire, le Sibille, le streghe, le levatrici che vegliano i riti di passaggio. Figure rimosse o demonizzate, quando la cultura patriarcale ha preso il controllo sui rituali sacri, imponendo una lettura della storia che segue una linea retta. Secondo Percovich invece la concezione della storia, prima dell’avvento violento del patriarcato, era spiralica e ibrida, in piena conversazione tra terra e cielo. Esiste un’autorità spirituale e politica delle donne risalente alle civiltà pre-patriarcali che va studiata, recuperata e diffusa. E la poesia è una strategia potente per evocare questa dimensione del sacro femminile, dove natura, cosmo e umanità sono profondamente connessi e respirano insieme. È necessario riattivare questo sapere cancellato, che contiene una grande connessione istintuale animale, sinergica, con ogni creatura vivente sul nostro pianeta, superando una concezione suprematista, che ci ha portato alla distruzione di ogni risorsa, allo sfruttamento della terra e al potere mortifero delle guerre.
Ma è anche una poetica situata nel senso di genealogica, che crea appigli e richiami a sfere diverse della conoscenza, a generi letterari e linguaggi diversi e anche a temporalità multiple. Così facendo costruisce una genealogia femminista e femminile, che chiama le antenate, le abbranca e invoca, le riporta nel mondo dalla sfera famigliare, alla storia, alla mitologia, alla letteratura, al folklore, riattivando e trasformando continuamente queste figure: Arianna, Ofelia, Virginia, Euridice…
La costellazione genealogica femminista fa riferimento proprio alla costruzione consapevole di una polifonia, in cui tante voci non sono in un ordine gerarchico ma sono situate in una rete plurima di connessioni dinamiche trasformative e generative. E il primo compito di questo cammino è la decostruzione degli stereotipi, che hanno imbavagliato e rimosso le donne dalla storia per millenni e le hanno rinchiuse in un sistema patriarcale e misogino, che ancora le offende e le mortifica. Ma in ogni mito bisogna recuperare il punto di vista femminile, guardare con un altro sguardo e svelare la potenzialità liberante di tanta mitologia e di tanti archetipi. E per tale motivo che richiamo nei miei testi i nomi di tante eroine mitologiche, dando loro voce e spessore. Non ombre ma soggetti alla ricerca della loro strada.
Temporalità multiple però non significa senza tempo, ma ancorate a un presente di guerra, pandemia, militarizzazione del linguaggio e delle relazioni, violenza micro e macroscopica. È un poetare politico del quotidiano, il tuo, che interpella chi legge, chiede di riconoscersi nell’atto interpretativo e riconoscere la propria responsabilità collettiva, mettendo in gioco una dimensione etica della lettura stessa. E questo interpellare il quotidiano è esso stesso atto politico, l’atto di rivelare che anche ciò che appare tenero e bucolico è anche potenzialmente perturbante, violento. Mi sembra che ci sia nella tua poetica un sussurrare come di Cassandra, un osservare le coreografie quotidiane che ci fanno danzare verso il baratro, una sorta di preveggenza tragica che attraversa il testo.
La poesia è un atto politico, come ha affermato la poetessa afroamericana attivista June Jordan, perché implica il dire la verità e interessa l’intero contesto in cui viviamo. Bertold Brecht considera scrittura e impegno politico un unico gesto, per scuotere le coscienze, rifiutando l’estetica individualista, borghese e salottiera, ma cercando di rendere pubblica la sua posizione contro ogni ingiustizia. Mi sento molto vicina al pensiero di Gloria Anzaldua che considera la scrittura un potente atto politico di decolonizzazione, guarigione e resistenza, per dare voce alle identità emarginate. Soprattutto noi donne dobbiamo attivare un processo di decolonializzazione dal pensiero patriarcale in cui siamo state educate e istruite. Non è semplice farlo e implica la responsabilità di farsi carico di un cammino culturale, psicologico e sociale, che interessa uomini e donne. Liberarci dallo sguardo delle istituzioni in cui siamo state condizionate, famiglia, scuola, università, chiesa, poteri politici, tutti declinati al maschile e che ci hanno spinto alla ricerca mutilante del loro riconoscimento. Farne a meno non è facile.
E a questo proposito mi soffermo sull’uso magistrale che fai del corsivo, che allo stesso tempo crea straniamento, interrompe il flusso indisturbato della lettura, supporta quella multivocalità polifonica di cui sopra, ma si fa anche coro greco, “sporca” l’esperienza di fruizione per situare non solo la scrittura poetica come processo incarnato ma anche la fruizione della poesia come corporea ed etica, rendendo evidente che anche leggere è un atto situato e non neutro.
La forma è sempre un contenuto. Come ben hai detto, il corsivo fa riferimento a una voce più profonda, intrapsichica, ancestrale. Recupera materiali arcaici presenti nell’affondo nel pozzo, metafora che scelgo spesso per immaginare questa fatica dello scrivere, come immersione verticale nelle nostre parti più nascoste e antiche, lì dove si spiega il desiderio di verità e di giustizia. Ma la funzione della poesia va oltre, non può limitarsi all’osservazione e alla personale ricerca estetica, ma deve assumere una risoluta postura civile contro ogni sopraffazione, a tutela dei diritti umani. Può scegliere di chiamare le cose con il loro nome. La poesia è memoria contro la cancellazione, è l’archivio ardente della resistenza delle persone e dei popoli, contro ogni forma di violenza.
In ultimo ti chiedo: visto che LM è una rivista letteraria, che letture hanno accompagnato la stesura della silloge, e cosa stai leggendo…
Domanda complessa perché il mio studio è selvaggio e disordinato, ma ha una sua direzione autentica che si incarna nella volontà precisa di approfondire il tema dei danni del sistema patriarcale sulla nostra comunità umana. E per questo, molti libri mi hanno aiutato a comprendere certi meccanismi sociali e antropologici fondamentali. Carol Gilligan con Perché il patriarcato persiste e Con voce umana, mi ha dato spunti interessanti per procedere in questa ricerca. Ho ripreso a leggere l’intera produzione di Carla Lonzi e i libri a lei ispirati. Il saggio di Maureen Murdock Il viaggio dell’eroina, le ricerche antropologiche di Luciana Percovich, le analisi psicoanalitiche di Marie Luise von Franz, Il femminile nella fiaba e il mondo dei sogni, mi hanno aiutato a dare spessore alle immagini che mi venivano incontro. E non posso non citare l’immaginifica visionarietà di Anna Maria Ortese, la cui cosmogonia poetica nutre ogni suo verso, ogni sua pagina di quel battito magnifico che apre alla misericordia, cioè “sentire con il cuore la prossimità dell’altra creatura, qualunque essa sia”. E su questa scia, voglio ricordare le poesie Un delta nella pelle di Joy Harjo, in memoria dei popoli cancellati e dispersi dalle logiche predatorie del capitalismo post moderno. Scrivere non salva il mondo, ma abbiamo l’obbligo di denunciare ciò che succede, di farci testimoni non complici di un’umanità cannibale che non deve più fare proseliti. Può esistere un contagio positivo, che non reca morte ma che canta la bellezza.
Ringrazio Amanda per questa intervista e per il ponte che crea tra due generazioni di donne.
Floriana Coppola, Ostinato Canto Controvento: poesie del disamore e di altre passioni. Napoli, la Valle del Tempo, 2026
Amanda Rosso
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