Pubblicato per la prima volta in Italia da Safarà nella traduzione di Paola Bono e Marina Vitale, HERmione di H.D. è un romanzo autobiografico e modernista che intreccia desiderio, memoria e crisi identitaria in una scrittura radicale e visionaria. Le abbiamo intervistate
Di Amanda Rosso
Scritto tra il 1926 e il 1927 ma pubblicato postumo soltanto nel 1981, il libro costituisce uno dei testi più complessi, stratificati e radicali del modernismo angloamericano: un’opera a lungo marginalizzata, anche per la sua natura profondamente sperimentale e per la centralità del desiderio lesbico e della crisi identitaria femminile al suo interno. Pubblicato per la prima volta in Italia quest’anno da Safarà, HERmione di H.D. (Hilda Doolittle) arriva finalmente al pubblico italiano la traduzione e cura di Paola Bono e Marina Vitale, e con una prefazione di Perdìta Schaffner, figlia della scrittrice. Questa pubblicazione italiana rappresenta dunque una scommessa editoriale tutt’altro che scontata – e proprio per questo estremamente preziosa. Safarà sceglie infatti di portare in Italia H.D. senza semplificarla, senza addomesticarne le asperità linguistiche o teoriche, restituendone invece tutta la densità, l’opacità e la potenza visionaria.
Romanzo autobiografico e insieme laboratorio di soggettivazione, HERmione segue la giovane Hermione Gart – alter ego di H.D. – in un momento di crisi personale, artistica e intellettuale successivo a un fallimento accademico. Intrappolata fra le aspettative della famiglia, il razionalismo scientifico paterno e le tensioni del desiderio, Her attraversa un tormentato triangolo relazionale ispirato alla storia reale fra H.D., Ezra Pound e Frances Gregg. Ma più che raccontare una vicenda lineare, il romanzo mette in scena il processo stesso di formazione di un soggetto instabile, queer, continuamente riscritto dalla memoria, dal linguaggio e dall’esperienza erotica. Attraversato da mito classico, Shakespeare, psicoanalisi, imagismo e sperimentazione modernista, HERmione sfalda i confini fra autobiografia, flusso di coscienza e teoria del sé.
L’incontro con Paola Bono e Marina Vitale è quindi per noi di Letterate Magazine anche un’occasione per attraversare i molti livelli che compongono il testo e la figura di H.D.: il suo posizionamento nel milieu modernista internazionale; la relazione fra autobiografia, memoria e continua rielaborazione retrospettiva; il ruolo dei nomi, degli pseudonimi e delle genealogie simboliche nella costruzione del soggetto; la tensione fra desiderio, linguaggio e crisi identitaria; ma anche la straordinaria rete intertestuale che attraversa il romanzo. Centrale sarà inoltre il lavoro traduttivo e critico che sostiene questa edizione italiana. Veterane della Società Italiana delle Letterate, studiose raffinatissime e traduttrici di eccezionale sensibilità, Bono e Vitale affrontano HERmione con una cura linguistica e politica rara, scegliendo consapevolmente di non “normalizzare” la prosa di H.D., ma di preservarne la radicalità ritmica, sintattica e semantica. Una scelta che restituisce a lettrici e lettori italiani un testo e un’esperienza di lettura esigente e trasformativa, all’altezza della complessità di una delle voci più inquiete e luminose del Novecento.
Come siete arrivate a H.D e alla sua opera e, soprattutto, cosa vi ha spinte verso HERmione, un testo tanto magnetico quanto refrattario, frammentario, linguisticamente esigente? Mi interessa anche capire cosa significhi oggi, per due studiose e traduttrici che lavorano da anni sulle scritture delle donne e sulle genealogie femministe, assumersi il compito di portare finalmente in italiano un libro che per decenni è rimasto ai margini del canone modernista e della traducibilità stessa.
Marina Vitale. Ho incontrato H.D. negli anni ’60, prima della rivoluzione femminista e della notorietà che le avrebbe dato la critica femminista. E l’ho incontrata per una via tortuosa: risalendo a lei attraverso la sua doppia controfigura letteraria costruita da D.H. Lawrence in Women in Love (Donne innamorate,1920), che lessi – come altre opere di Lawrence – come parte di un’ampia ricostruzione contestuale della scrittura proletaria degli anni ’30, che è stato l’argomento della mia tesi di laurea e il campo della mia prima attività di ricerca. Erano ancora di là da venire i sofisticati studi critici della relazione intellettuale tra Lawrence e H.D e delle loro definizioni – intrecciate e contrapposte – di immaginazione estetica come “ponte fallico sull’abisso” o, al contrario, “pensiero uterino” (valga per tutte la rilettura di Sandra Gilbert). Ma era già diffusa la parziale identificazione con H.D. dei personaggi di Lawrence Gudrun Brangwen e Hermione Roddice (nome certamente non casuale, quest’ultimo).
Sul filo di questo “pettegolezzo” letterario fui spinta a leggere l’interessantissimo memoir di H.D. Bid Me to Live (Dimmi di vivere), iniziato nel 1918, immediatamente a ridosso degli eventi narrati, ma pubblicato, come la quasi totalità delle sue opere in prosa, solo nel 1960 e mai tradotto in italiano. Ne rimasi affascinata e quasi ossessionata, tanto più che in quel periodo vivevo proprio in una residenza universitaria in quella stessa Mecklenburgh Square in cui nel 1917 abitava il gruppo di intellettuali descritti nel memoir e in cui si svolsero le discussioni che trovarono in quel testo la condensazione cristallina che anticipa mirabilmente l’elaborazione critica controcanonica tardonovecentesca. Condivisi allora con enorme partecipazione l’insofferenza e la ribellione della protagonista per il giudizio – autoritario e maschilista – di Rico (alter ego di Lawrence) a proposito di una poesia, la stupenda Eurydice sul fallimento di Orfeo, di cui la stessa protagonista gli ha fatto leggere una bozza: «Limitati alla donna che parla. Come puoi sapere che cosa prova Orfeo? A te compete essere donna, la vibrazione femminile. Euridice dovrebbe bastarti. Non puoi fare ambedue le parti». Conservo ancora quell’emozione, che mi ha spinta, tra l’altro, a tradurre una raccolta di saggi di H.D. (Visioni e proiezioni) nel 2007 e il romanzo Il dono nel 2012, oltre a introdurre, ovviamente, H.D. in tutti i miei corsi sul Modernismo.
Paola Bono. A dire il vero, non ricordo bene come e quando ho incontrato H.D. – forse negli anni Settanta o Ottanta, dapprima in modo marginale, leggendo quasi onnivoramente saggi di critica femminista mentre dibattevo tra me e me se volevo intrecciare il lavoro di ricerca e insegnamento legato alla borsa di studio vinta dopo la laurea con il mio attivismo politico-culturale nel movimento e nel Centro Studi DWF e poi nella rivista omonima. Ma era quasi ancora solo un nome tra i tanti di romanziere e poete riportate alla luce da studiose impegnate a fare loro giustizia, incidendo su un canone che le aveva cancellate.
Poi, scrivendo sulle riscritture de La Tempesta, mi pare per un seminario residenziale estivo della Società Italiana delle Letterate, è arrivato By Avon River, come già si evince dal titolo incentrato su Shakespeare e più ampiamente sull’epoca elisabettiana, mirabile fusione di riflessione critico-emozionale e poesia, in cui H.D. dà voce a Claribel come possente assenza-presenza negli eventi de La Tempesta. Per me un incontro folgorante con la sua poesia “narrativa”, che mi ha subito portato alle altre sue riletture e re-visioni (per dirla con Adrienne Rich) di figure femminili, soprattutto dei miti greci: Eurydice, Penelope, Elena… E a quel punto ho cominciato a leggere anche alcuni suoi saggi e memoir – ma non HERmione, che ho tradotto con Marina, dietro suo invito, dopo che Safarà glielo aveva chiesto; non un’impresa facile, tanto è vero che non sono mancate tentazioni a rifiutare, infine vinte da un desiderio che definirei di avventura: perché è stato mettersi alla prova in un lungo corpo a corpo con questo testo esigente e vorticoso.
Prima di entrare nel romanzo, vorrei chiedervi di restituirci la figura di H.D.. Quale spazio occupava davvero dentro quel milieu transnazionale di artiste, scrittrici e intellettuali espatriate? E quanto HERmione ci permette di vedere, non soltanto la sua biografia, ma la trama affettiva, politica e intellettuale di un’intera costellazione modernista?
MV. Nell’articolare la domanda, hai già ben inquadrato il problema che ha accompagnato tutta la vicenda della presa della parola letteraria da parte delle autrici e dell’andamento carsico del loro riconoscimento, anche nei casi in cui hanno raggiunto, per un periodo, apprezzamento e fama. Posso aggiungere che significative tracce della fatica di H.D. per riuscire a esprimere la propria creatività si riconoscono sia nella centralità delle figure femminili (eroine, dee, ninfe…) in tutte le sue opere poetiche, che sono, come già diceva Paola, delle vere e proprie re-visioni. Molte sue scritture illuminano di una luce compensatrice creature colpevolizzate come l’Elena della tradizione classica, o mute come la Claribel della Tempesta shakesperiana; molte altre sue opere rileggono e reimmaginano le poche poete di cui rimane un troppo flebile ricordo, come le liriche greche e come la stessa Saffo; e ricostruiscono una rete di madri e sorelle letterarie da cui trarre ispirazione, forza, coraggio.
Una traccia altrettanto eloquente troviamo nel copioso corpus di scritti narrativi – quasi sempre autobiografici – che hanno tardato a essere pubblicati anche nella lingua originale, sia a causa della censura istituzionale contro il tema omosessuale, sia del pregiudizio maschilista di curatori, editori, amici-mentori (tra cui Ezra Pound spicca per autorevolezza, ma è solo uno tra i molti: il marito Richard Aldington, amici come Lawrence, altri). Questo pregiudizio lei stessa lo aveva interiorizzato al punto da bloccare la propria creatività con una spietata autocritica che le faceva rimandare ad infinitum la pubblicazione di testi completati, ma la faceva anche cadere nel baratro di dolorosi blocchi della scrittura che spesso ripercorse in periodi di analisi psicoanalitica, il più soddisfacente dei quali fu quello (breve ma intensissimo) con l’ormai anziano Freud – rievocato nell’affettuoso e lucidissimo Tribute to Freud (1956) basato sul suo diario di analisi del 1933-34 e pubblicato dopo la morte del padre della psicoanalisi. Sullo sfondo di questo debilitante assedio misogino, risalta come ancor più straordinaria la sua affermazione degli elementi di genere nella produzione estetica e l’elaborazione di una vera e propria teoria femminista dell’arte e della letteratura.
Naturalmente le difficoltà vissute da H.D. sono molto legate alla natura fluida e complessa della sua identità di genere, all’epoca non riconosciuta né dalla scienza né dal sentire comune, anzi giuridicamente condannata come e peggio dell’omosessualità, e da lei interiorizzata spesso come un peccato e una colpa. L’episodio del lungo delirio della protagonista di HERmione ne rappresenta un’espressione lampante e stilisticamente superba.
Uno degli elementi più affascinanti del romanzo è il modo in cui il nome smette di essere un semplice dispositivo identificativo e diventa luogo di tensione, di eredità, di reinvenzione del sé. In HERmione i nomi sembrano sempre eccedere chi li porta: Hermione è figlia di Elena, ma anche della madre Helen; Her è insieme diminutivo, pronome, oggetto grammaticale e soggetto in formazione; H.D. stessa attraversa pseudonimi, iniziali, nomi scelti; e tutto il romanzo è abitato da genealogie letterarie, mitiche e affettive che si sovrappongono a quelle biologiche. Mi sembra che qui la nominazione diventi una pratica profondamente politica di filiazione scelta e di soggettivazione. Come avete lavorato, da traduttrici, su questa instabilità produttiva del nome? E quanto la vostra scelta di mantenere “Her” e introdurre “Lei” implica non solo una soluzione linguistica, ma anche una presa di posizione sul modo in cui un soggetto femminile e queer emerge attraverso la lingua?
MV. La complessità semantica e filosofica del nome della protagonista e la stessa forma grafica che esso assume nel titolo (HERmione, con la prima parte in maiuscole) è stata una delle sfide più ardue tra quelle che abbiamo affrontato nella traduzione.
Sono molte le identificazioni dell’autrice in pseudonimi il cui nome inizia con H, o con H.D., (Helga Darn, Helga Dorn, D.A. Hill), in eroine (tra cui Heliodora, Hipparchia, Hedyle, Hedylus…), divinità (come Hestia, Hyacinth, Helion, Hermes, Hymen…); numerose sono le ambientazioni in luoghi le cui designazioni cominciano con H (Hellas, Heliopolis, Hesperides, Mount Hernon…) fino all’intitolazione dell’ultima sua raccolta poetica – H(ermetic ) D(efinition), 1960-61 – in cui l’identità ombreggiata in modo ermetico nello pseudonimo iniziale H.D. trova piena espressione (un’espressione alchemica ed ermetica, ma anche limpida, come la formula H2O).
Tra tutti questi nomi, Helen è particolarmente significativo per l’autrice, perché coincide con quello della madre (Helen Wolle). E il nome Hermione suscita particolari riverberazioni poiché nella tradizione greca è la figlia di Elena di Troia, mentre nel Racconto d’Inverno di Shakespeare è la madre della fanciulla creduta perduta, il cui nome è Perdìta: nome che, nella vita, Hilda Doolittle diede alla figlia, a stento sopravvissuta alla terribile influenza “spagnola” di cui ella stessa stava per morire all’epoca del parto.
Ma la forma grafica dell’eponimo HERmione suggerisce anche una spaccatura interna tra due componenti identitarie, una delle quali è Her, che è anche il diminutivo con cui è per lo più chiamata dagli altri personaggi nel romanzo; il nome con cui lei stessa si identifica quando pensa a sé stessa. Ma “her” in inglese è anche la forma oggettivale del pronome possessivo femminile di terza persona (“lei”) e aggettivo di terza persona femminile (“sua”). Questa polisemia, che nell’originale spesso scardina le attese linguistiche, è impossibile da rendere in traduzione. Per questo motivo abbiamo deciso di affiancare il nome Her alla sua “traduzione” (Lei) in punti particolarmente epifanici del romanzo in cui affiora più chiaramente la consapevolezza identitaria della protagonista. Per es. a pag. 71 dove la protagonista esclama: «HER, HER, HER. LEI, LEI, LEI. Io sono Her, io sono Hermione, sono LEI… Sono la parola OM».
PB. Mi accosto sempre quasi con diffidenza al termine “queer”, quando lo sento per così dire “ristretto” alla dimensione sessuale e/o di genere che dir si voglia, mentre a me, ripercorrendone le mutazioni critiche a partire da Teresa De Lauretis, sembra più vasto e mobile, esso stesso profondamente “queer” nel coinvolgere l’intera gamma delle fluttuazioni identitarie. E anche Hermione, oltre all’ambivalente attrazione amorosa ed erotica che la lega da un lato a George (Ezra Pound) e dall’altro a Fayne (Frances Gregg), è attraversata da numerose spinte di radicamento e sradicamento del sé: figlia di madre, e dunque discendente di una stirpe di fede morava, e figlia e sorella di uomini di scienza, poeta in formazione presa in mitiche parentele e in multipli riferimenti letterari, studente fallita verso cui altri hanno fallito. In questo per me Hermione è profondamente “queer”, nel suo abitare queste spinte che prendono forma linguistica nel gioco complesso della nominazione e della ripetizione.
Leggendo HERmione, si ha la sensazione che il tempo non proceda in maniera lineare ma si pieghi, ritorni, si sovrascriva. Il romanzo racconta esperienze giovanili, ma lo fa da una posizione successiva, già attraversata dalla psicoanalisi, dalla disillusione, dalla conoscenza retrospettiva di ciò che ancora non poteva essere nominato. La voce narrante sembra continuamente irrompere dentro il passato, contaminandolo, reinterpretandolo. In questo senso, più che un’autobiografia, HERmione sembra un laboratorio di rielaborazione incessante del sé, una scrittura palinsestica in cui memoria e invenzione diventano inseparabili. Come leggete questa temporalità così stratificata? E quanto questa continua riscrittura del passato contribuisce a destabilizzare l’idea stessa di identità coerente e narrativa?
MV. Quella che descrivi è una tecnica che inserisce appieno H.D. nella sperimentazione modernista, assumendo una piega specifica grazie alle competenze che le derivavano dall’approfondimento delle sue passioni intellettuali: il pensiero mitologico e l’attualizzazione del mito, la struttura memoriale della psiche e in particolare il “tunnel dell’inconscio”, come lo avrebbe definito nelle sue sedute con Freud negli anni ’30 (temi sui quali la giovane Hermione sta facendo le prime letture), il montaggio cinematografico (di cui non aveva ancora contezza al tempo della storia, ma di cui diviene un’esperta al tempo della scrittura).
La definizione “scrittura palinsestica” è particolarmente appropriata per il metodo narrativo di H.D., la quale, non a caso, intitolò proprio Palinsest un memoir del 1926 in cui tre versioni del suo Io abitano nella Roma antica, nella Londra degli anni ’20 e nell’Egitto riscoperto dagli archeologi; e in cui affida alla metafora della pergamena raschiata e sovrascritta la descrizione della propria personalità frammentata e stratificata, attingendo anche all’analogia archeologica offerta da Freud ne Il disagio della civiltà per disegnare la conservazione delle esperienze passate e le interazioni tra Es, Io e Super-io nell’Inconscio.
PB. Gli intrecci e gli scarti temporali che segnano questo memoir iscrivono nel testo lo sguardo e la diversa postura di una H.D. non più intrappolata nella lotta contro il fallimento in un mondo che sembra soffocarla, e però ci restituiscono anche il tormento di una difficile scoperta del sé; presente e passato si incontrano e si scontrano e si fondono, come le diverse sfaccettature della giovane Her, di cui disegnano, in cerchi e lampi , le complesse relazioni familiari, amicali, amorose – anche per chi legge, un viaggio di allucinazioni e illuminazioni.
Nella vostra nota sulla traduzione emerge il rifiuto di “normalizzare” la scrittura di H.D., di renderla più fluida o trasparente per lettrici e lettori contemporanei. Mi sembra una posizione molto importante, perché in fondo l’opacità, la ripetizione ossessiva, le frizioni sintattiche e persino la punteggiatura di HERmione non sono difetti ma il luogo stesso in cui il testo pensa e sente. Mi pare quasi che abbiate scelto di resistere a una lunga tradizione di addomesticamento delle scritture sperimentali femminili. Quanto è stato complesso trovare un equilibrio fra leggibilità e radicalità formale? E quanto questa “estraniazione” della lingua era, per voi, una questione non soltanto estetica ma anche critica e politica?
PB. Premesso che le strategie traduttive non sono questione teorica una volta per tutte risolta, ma devono rispondere e corrispondere al testo con cui ci si confronta, nel caso di HERmione, come di ogni testo che con il linguaggio sperimenta in modo ardito e consapevole, ci è sembrato fondamentale essere “leali” verso le scelte espressive che lo informano. “Le parole erano il suo flagello e le parole erano la sua redenzione” (p. 115): flagello e redenzione, le parole di H.D. e di HERmione, il loro disporsi a volte in modo criptico e involuto, anche a causa di un uso fortemente idiosincratico della punteggiatura, il loro ripetersi identiche e diverse per la forte polisemia della lingua inglese, vanno rispettate, evitando adeguamenti alle regole o ai gusti di un “bello scrivere” che in italiano ama senza misura il sinonimo e il giro di frase lucido e tornito. Certo, un minimo di concessioni abbiamo dovuto farle – anche se non sono sicura che abbiamo raggiunto un vero equilibrio tra la radicalità della nostra scelta di partenza e la necessità di non sottoporre lettrici e lettori a un’esperienza di totale alienazione.
Vorrei chiudere tornando a questa edizione italiana, perché i paratesti hanno un ruolo fondamentale nell’accompagnare chi legge dentro un’opera così densa e stratificata. Penso alla vostra introduzione e alla nota sulla traduzione, alla bellissima prefazione di Perdìta Schaffner, che apre invece una dimensione più intima, quasi domestica e affettiva, della scrittrice, e in particolar modo alle note finali, che restituiscono la fittissima rete di rimandi, citazioni e intersezioni che attraversano HERmione: Shakespeare, il mito classico, la poesia imagista, la psicoanalisi, il greco, il modernismo, la memoria…
MV. Ci è sembrato molto importante curare l’apparato paratestuale di questo testo, bellissimo ma arduo per la ricchezza del detto e del non detto, per i riferimenti talvolta ermetici sia a mondi culturali antichi e distanti, sia a mode e passioni tipiche del momento storico contemporaneo all’autrice e della sua cerchia intellettuale, amicale, familiare. Ci è sembrato quindi essenziale dotare il volume di un’introduzione, e di note testuali. Ma per garantire una lettura quanto più possibile avvincente non abbiamo voluto appesantire – anche visivamente – la pagina di note in calce e neanche di numeri esponenziali. Abbiamo fatto ricorso a un sistema che la stessa autrice ha usato in alcune sue opere, come il già citato Bid Me to Live e soprattutto The Gift. In quest’ultimo le note costituiscono quasi un’opera in sé, dando spazio a una ricerca ampia e accurata sulla storia, le peculiarità teologiche, politiche e culturali, la simbologia, la ritualità e i valori culturali della comunità religiosa Morava prima e dopo l’immigrazione dalla Sassonia nel XVIII secolo.
Potrei addirittura dire, retrospettivamente, che lo sforzo di mettere a disposizione del pubblico informazioni approfondite su dettagli della storia ha aiutato anche noi ad avvicinarci meglio al significato profondo del testo che stavamo traducendo.
PB. Non posso che convenire con Marina, aggiungendo – su un tono più leggero – che scrivere le note non è stato solo utile per indagare più a fondo il testo, ma anche divertente, per il piacere che dà ogni piccola scoperta in campi non familiari: chi lo sapeva che all’interno della costellazione dell’Auriga c’è un piccolo gruppo di stelle chiamato I Capretti, o che i nomi degli adorabili scoiattoli disneyani Cip e Ciop (in inglese Chip n’ Dale), si rifanno al famoso mobiliere del 1700 Thomas Chippendale? E certamente, la tessitura di riferimenti molto dice sugli interessi di H.D. – per tornare alla questione della temporalità –sia la giovane H.D. che incontriamo in filigrana in HERmione, sia H.D. al momento della scrittura del memoir, quando tali interessi si erano ampliati e raffinati.
D., HERmione, traduzione di Paola Bono e Marina Vitale, Safarà 2026
Amanda Rosso
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