Il gruppo fiorentino ha riletto “Il ministero della suprema felicità” dell’indiana Arundhati Roy, una storia di «guerra dei ricchi contro i poveri» ma anche di riscatto, di ricerca della felicità e di cura al cui centro sono due donne, Anjum e Tilo, accompagnata da una bambina
Di Clotilde Barbarulli
Anche a distanza di anni, rileggere questo libro di Roy è interessante perché, mentre svela le ombre più cupe del potere ieri e oggi (come ogni suo scritto che è anche una denuncia delle politiche del governo indiano), volge lo sguardo verso un mondo diverso da poter realizzare qui ed ora. Ha una struttura adatta a riflettere il caos della realtà indiana contemporanea, ma, per qualcuna del gruppo di lettura, è risultata sovraccarica e a momenti dispersiva: a tratti il messaggio politico sembra sovrastare la dimensione narrativa, trasformando alcuni passaggi in quasi-saggi. I vari sguardi concordano però nel ritenere affascinanti le figure di Anjum e Tilo: la prima viene dalla comunità di hijra (antica parola per indicare un corpo mutante «nel quale abita un’Anima Santa»), e, traumatizzata per il coinvolgimento nella strage contro i musulmani del 2002, arriva nel vecchio cimitero islamico dove fonda con altr* la pensione e l’impresa di pompe funebri Jannat, Paradiso, accogliendo tutti gli inconsolabili cui è dedicato il libro. La seconda giunge con una bambina (comparsa all’improvviso, dalla pelle nero-azzurra, silenziosa perché «aveva imparato che le lacrime, le sue lacrime quanto meno, erano inutili»). dopo essere stata arrestata e torturata dai militari. E sarà una maternità condivisa.
Il libro, fra i numerosi aspetti permette di ripensare il rapporto di cura: così Anjum, «una donna intrappolata in un corpo maschile», che nel raccontare storie a Zainab, la figlia adottiva, per accontentarla comincia a «riscrivere la propria vita secondo un copione più semplice e più felice».
Si tratta di un rapport molto aperto, che va al di là dei legami genitoriali consueti e ammette più figure materne: una sorta di maternità diffusa, allargata, partecipata; va oltre la discendenza biologica e fa dire all’autrice, a proposito di un’altra donna che adotta una bambina: «non riusciva a ricordare l’ultima volta che si era sentita così felice. Non perché la bambina fosse sua, ma perché non lo era».
Quel territorio desolato – dove gli avvoltoi muoiono per avvelenamento di diclofenac, dato alle mucche affinché producano più latte per l’industria – accoglierà ogni persona dimenticata e respinta, viva o morta che sia, quell* che nessuno vede e ascolta perché le loro storie sono considerate senza valore. Ma Roy crede che ogni vita abbia valore. La ricerca della libertà individuale si lega così alla ricerca della libertà collettiva, alla resistenza, alla cura, al desiderio di felicità. In tal modo un luogo marginale viene risignificato, e gli esclusi, anche animali feriti, sono al centro del racconto, a testimoniare come – nonostante i cruenti conflitti religiosi e sociali – la resistenza alla invivibilità sia plurale e incarnata nella precarietà dei corpi: «Una volta che sei precipitato dall’orlo del burrone, com’è successo a tutti noi, – disse Anjum – non la finisci più di cadere. E mentre cadi, ti aggrappi ad altre persone che stanno cadendo […]. Questo posto dove viviamo, dove ci siamo creati una casa, è il posto di quelli che cadono».
Anjum insegue, nonostante tutto, un desiderio di felicità, dopo essere sopravvissuta alla strage contro i musulmani solo perché uccidere uno hijria porta sfortuna. Si dedicherà nel cimitero alla varia comunità che l’attornia e questa cura renderà possibile per ognun* di loro lo stare al mondo convivendo con i propri fantasmi. Roy descrive una particolare arte della felicità, uno spazio interiore in cui conservare quanto di migliore vi è in ogni vita, a partire dalle relazioni con chi si sceglie di condividere amicizia e attenzione: si può sperare nella libertà anche in un paese devastato da violenze solo insieme ad altr*.
Quel cimitero diventerà così un luogo di speranza. Dolente storia di sentimenti e insieme vibrante protesta, il romanzo si snoda tra protagonist* spezzat* dalla realtà in cui vivono, che si salvano grazie a una cura fatta di gesti d’amore. Ed è per questa ragione che, malgrado la loro fragilità, non si arrendono. Gli inconsolabili, per Arundhati Roy, sono quell’umanità ferita, relegata ai margini, trafitta dalla brutalità del mondo che non scrive la storia ma fa la storia. È un romanzo corale in cui i fatti non si svolgono seguendo la cronologia degli eventi ma quella interiore dei protagonisti, che si muovono in uno scenario dominato da suggestioni, ricordi, odori, sensazioni.
È un libro di frontiere porose, nel riconoscere valore ad ogni vita, nel superare i confini posti dai codici e dal potere, nell’oltrepassare la linea fra la vita e la morte, fra umani e animali praticando una particolare forma di felicità, anche se nella realtà emerge sempre più la «guerra dei ricchi contro i poveri».
Arundhati Roy, Il ministero della suprema felicità, Guanda 2017
Clotilde Barbarulli
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