«Come Clarice Lispector penso che la casa sia una creazione puramente artistica e che mettere in ordine sia cercare la forma migliore. E con Lydia Davis procedo per sottrazione: sotto tutto questo sporco troviamo sempre un pavimento pulitissimo. (…) Si può essere presi sul serio se il processo intellettuale è intervallato dalle faccende domestiche? Ma chi vuole essere preso sul serio?»
Di Erika Filardo
Io sono una cartuccia
e va… sparata!
Binga
Sono le nove del mattino e vado a stendermi, ché ho molto da lavorare.
Ho rifatto più volte il giro della casa – questo piccolo ombelico della mia vita che si snoda per sessanta metri quadri a un quarto piano affacciato sui tetti del centro storico e sul mare. I gabbiani mi hanno svegliata alle cinque; all’inizio, quando mi sono trasferita, restavo paralizzata, in ascolto dei loro garriti sinistri: come riuscire a scrivere in questo pandemonio? Con il tempo ho imparato che certi richiami segnano l’inizio del giorno e che il mare ha molti risvegli, uno di questi è affidato agli uccelli.
Sono le nove e ho già percorso un chilometro per rassettare, dare da bere alle piante, fare il bagnetto all’orchidea, inumidire le foglie del ficus con batuffoli di cotone e polpa di banana. Ho cambiato gli asciugamani, i sacchetti per la raccolta differenziata, le spugnette e ora che mi tocca guardarmi allo specchio approfitto per dargli una lucidata – sono proprio io, quella che ha dovuto attendere i trenta per accorgersi che il primo strato di realtà è fatto di polvere e adesso gira armata di un panno umido con il quale assaltare il battiscopa e il davanzale?
Nello spostarmi da un mobile all’altro raccolgo gli oggetti caduti durante il rastrellamento, bollette penne accendini e, una volta bevuto il terzo caffè, passo finalmente in raccolta i libri disseminati in giro: ogni volta li sistemo seguendo l’ordine del giorno. Libro su libro, innalzo piccole torri sul comodino, sulla sedia, sulla cassettiera. Sono la mia bibliografia, la mia compagnia; mi fanno da bussola, mi fanno la guardia.
Sono pronta per scrivere, quindi mi rimetto a letto. Stesa tra torri di carta, prendo la penna o il pc a seconda del tipo di esercizio cognitivo che l’ordine del giorno prevede. Narrativa e movimenti di trama vanno direttamente battuti sulla tastiera, saggistica e mappe concettuali vanno tracciate a mano. Spesso infrango la mia stessa tabella di marcia: non mi alzo dal letto e lascio che la casa resti addormentata nel fiato pesante della notte mentre rado al suolo le torri. Che gridino pure i gabbiani, non apro nemmeno le tende. Uso il primo pezzo di carta che trovo e scrivo confondendo le tracce, ignorando le scadenze. Non rispondo al telefono, alle mail, al citofono. Sono un’ospite della pagina e ben presto un ostaggio. Ore terribili, una lotta al massacro, mentre inveisco contro le mie scelte e sento la sirena della nave che sta lasciando il porto. Il mare si risveglia per la seconda volta.
Che si possa lavorare a letto non è una cosa insolita. Proust da steso ci ha regalato un interminabile viaggio nella memoria, Onetti uno squarcio di fantastico rioplatense, Bazlen l’Adelphi. Che si debba essere malati, ipocondriaci, privilegiati o soltanto un po’ snob per restare a letto a scrivere? Della feconda posizione orizzontale ci ha parlato Virginia Woolf, insistendo sul rovesciamento del punto di vista e sul cambio di paradigma che la diserzione dall’esercito degli eretti comporta. Si può essere presi sul serio se si sta sdraiati a lavorare col pensiero senza passare per sfaccendati? Io pur di sfaccendare interrompo spesso la scrittura – lascio che il pensiero vortichi e la pagina fermenti. Non faccio distinzione tra i due piani di realtà, come Clarice Lispector penso che la casa sia una creazione puramente artistica e che mettere in ordine sia cercare la forma migliore. E con Lydia Davis procedo per sottrazione: sotto tutto questo sporco troviamo sempre un pavimento pulitissimo. Non mi sento però in colpa degli orpelli: anche Elizabeth Hardwick si sollazzava vagando con lo sguardo tra l’orologio azzurro e i rombi grigi e rosa del copriletto all’uncinetto. A passare in rassegna gli oggetti si scopre un intero mondo. Così è successo a Gertrude Kolmar, che ci ha condotto a Sarajevo, in India, in Carolina del Sud scrutando con devozione le brocche, le scatole di legno e i macinacaffè che popolavano la sua casa, dove ha vissuto da reclusa. Si può essere presi sul serio se il processo intellettuale è intervallato dalle faccende domestiche? Ma chi vuole essere preso sul serio, ormai, in questo cimitero di colletti bianchi che non vale più la pena nemmeno di stirare?
Spostare, pulire, ricollocare, eliminare, ricominciare daccapo. C’è poco spazio e tolgo il superfluo, ma tengo qualche fronzolo per non rischiare l’operazione chirurgica, la scrittura asciutta pulita asettica da camera mortuaria. Qualche sbavatura è consentita, così come qualche oggetto messo alla rinfusa per confondere il quadro. Non tutte le pistole che compaiono devono sparare, con buona pace di Čechov, possono anche stare lì addormentate, come un dettaglio incongruo. Poi dimentico il progetto e mi chiedo come diavolo sia finito a portata di mano un congegno tanto pericoloso, prima di puntare l’arma nell’ombelico della storia e fare la prova definitiva. Un’esplosione e, poco dopo, ecco gli elicotteri. Il mare è costretto a svegliarsi per la terza volta.
Non ho venerato la tradizione né ho fatto la rivoluzione, ho rifatto il giro della casa – questo diaframma tra mondi, piccola cellula non specializzata. Con una passata di candeggina ripulisco tutto, la pagina di nuovo immacolata – io di nuovo stesa.
Laureata in Sociologia, il mio interesse è rivolto principalmente alla relazione tra dimensione esistenziale e produzione artistico-letteraria. Scrivo saggistica, poesia e forme narrative ibride.
Mi muovo in modo obliquo tra i saperi sociali e i generi letterari.
Redazione LM
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