«Sempre, mi sento in un vortice, stretta compressa in un modo di vivere che non mi appartiene, gettata su un treno in corsa, quello sbagliato… Ma una volta all’anno, il treno finalmente si ferma dove dico io, dove io voglio scendere, e arrivo a Procida. Su quell’isola c’è la mia finestra sul mare, il mio studio di scrittrice»
Di Anna Ranieri
Io scrivo in un non luogo.
In un dilatato altrove in cui dimentico la persona che sono ventiquattro ore al giorno e divento ogni alternativa possibile e simultanea. Appoggio le mani a terra e con calma mi capovolgo. Porto i miei piedi sopra la testa ed entro all’ingiù nel mondo al contrario. Piano ci scivolo dentro. Una scossa mi prende, mi shakera, mi inebria di vita, e arrivo lì, al mio desiderio di scrivere, all’intenzione di farlo.
Il corredo di questa aspirazione non sempre compiuta è una scrivania di legno di quelle “da artista creativa”, con un tavolo da lavoro lungo e molto profondo. Sotto non ci sono i classici perni ma due cavalletti, uno a destra e l’altro a sinistra, a reggerne il peso. Perché pesa tantissimo, che a volerlo spostare bisogna essere in due. E infatti eravamo in due – io e il mio compagno -, a muoverlo durante il trasloco. Non abbiamo rinunciato solo perché sapevamo che prima o poi, su quel legno così pesante, avremmo scritto, io, e disegnato, lui.
Ci siamo divisi la scrivania a metà e anche lo schermo del computer.
A destra c’è lui con i suoi colori, la tavoletta grafica, una caricatura di Roberto Baggio, un teschietto messicano e un modellino Fiat Punto Cabrio del 1994. A sinistra ci sono io, con la mia statuetta di Shiva, uno specchio marocchino, un lunario, una stilizzazione del Vesuvio e un poster rosso fuoco con su scritto “Scrivere è sognare”. Perché per me scrivere è davvero sognare, sebbene ultimamente sia un disilluso sogno e basta. Un sogno in cui mi manca tempo per farlo e quando lo faccio ho la verdura sul fuoco che scuoce, la lavatrice che suona perché chiede di essere avviata e poi liberata, un lavoro che non mi dà tregua.
Non ho figli, ma se li avessi sono sicura che scriverei con loro in braccio, circondata da pastelli e matite e fogli di carta da strappare, perché amerebbero il rumore delle cose che si distruggono senza doversi sentire troppo in colpa. Del resto è ciò che faccio anche io quando scrivo. Ho sempre con me i miei appunti di carta: block-notes rigorosamente composti con fogli di fortuna che rileggo, riscrivo, stropiccio, calpesto per sbaglio e poi, alla fine di tutto, strappo e butto. Perché scrivere per me è lotta e fatica, passione e amore necessario.
Quando finisco un pezzo, voglio poterne strappare gli appunti densi di sudore e ripensamenti e dare alla fatica che ho provato quell’irragionevole soddisfazione di sentire quel suono acuto prima, e grave poi, di un foglio stracciato a metà. In questo modo mi sento libera di poter scrivere ancora, ancora e ancora. E per farlo devo distruggere ciò che ho creato, per ingenerare ciò che sta per arrivare, come segno di una battaglia finita e vinta, come Shiva, dio della distruzione dei mondi che, sfrenato e sensuale nel suo danzare, al contempo li preserva e sostiene.
In questa sognante intenzione di scrivere, mettere parole su carta è la mia prima feroce urgenza; nella realtà dei fatti è l’ultima che pratico. Mi manca il tempo, come dicevo. Tempo che manca a tutti, tempo che non basta a nessuna. A volte, anzi sempre, mi sento in un vortice, stretta compressa in un modo di vivere che non mi appartiene, gettata su un treno in corsa, quello sbagliato, che forse nemmeno avrei preso, di cui però ne comprendo senza ombra di dubbio la forza motrice: una fretta spietata e imperante, che divora ogni aspirazione e silenzia i talenti.
Difficile scendere. Difficile anche tentare un salto disperato dal finestrino, perché sotto, almeno nel mio immaginario, c’è sempre un fiume sul quale il treno viaggia sopra un ponte. Ma una volta all’anno, in genere quando è appena arrivato l’autunno, il treno finalmente si ferma dove dico io, dove io voglio scendere, e arrivo a Procida. Su quell’isola c’è la mia finestra sul mare, il mio studio di scrittrice; uno studio vero, non soltanto un’intenzione. È una terrazza coperta con al centro una grossa finestra sul golfo, i suoi colori, Napoli, i profumi della mia infanzia, i suoni delle ninne nanne che mi cantavo per dormire. Lì il tempo non ha fretta, mi aspetta, e con esso un tavolo di legno scuro e antico, pesante come e più di quello di casa mia; con i buchi dei tarli e dentro ogni pertugio una storia, un soffio di vento, un’onda di mare. Sopra ci appoggio l’acqua, tanta, i miei appunti di fortuna, gli occhiali, le mie penne colorate, i libri che sto leggendo se sto facendo ricerca, il telefono silenziato, un pezzo di pane e qualcosa di salato che mi occorre per avviare la scrittura. Non indosso abiti particolari né monili o amuleti, ho l’acqua di mare che non mi tolgo di dosso, perché prima di scrivere, tutti i giorni faccio un bagno al mare. Passo molto tempo nell’acqua ma non rifletto su nulla: lascio che il mare mi metta in fila i pensieri.
Per arrivare a questa terrazza, attraverso un giardino segreto, pieno di piante di un tempo e cura domestica. Prima di sedermi, mi affaccio dalla falesia, guardo sotto il mare che parla, il bianco che spuma, il blu che si perde e mi perde. Rivolgo lo sguardo a sinistra e penso che a pochi metri da me, molti anni fa, sedeva a scrivere nella stessa posizione Elsa Morante, e mi sento sempre così onorata nello stare lì a fare la stessa cosa.
Allora torno al tavolo, mi siedo, apro il portatile e, prima della prima parola, le scrivo una lettera che comincia sempre con “Cara Elsa”, e parlo con lei. Raccolgo le mie fragilità, le mie incertezze, le emozioni che provo nell’essere con lei e tutte le mie paladine – la Ramondino, la Ortese, la Ginzburg, la Maraini – che nel frattempo, nella mia mente, ci sono venute a trovare.
La mia finestra sul mare diventa quindi un club di pensatrici vivaci, in cui ogni tanto mi alzo per sgranchire le gambe e guardare verso l’orizzonte. Mi sento libera e fiera, maledettamente bene mentre penso a Natalia, ritrovo l’amore, lo slancio, la voglia di vivere, perché scrivendo posso trasformarmi in chi voglio, dire ciò che voglio, sentirmi come voglio, senza addosso il peso dei sensi di colpa o delle maschere imposte.
Tutte le volte che vorrei scrivere ma non posso, tutte le volte che spero nel fine settimana per potermi dedicare finalmente all’ultimo racconto ma un impegno familiare improrogabile salta fuori a stravolgere piani e attese, tutte le volte che passo davanti a “Scrivere è sognare” e Shiva mi guarda soddisfatto, pronto a distruggere ciò che resta del mio desiderio, torno alla mia finestra sul mare, al mio tavolo pesante, al profumo deilimoni. Nella mia mente scrivo, traccio e conservo. Parlo coi personaggi, discuto la trama, mi faccio guidare verso la prossima fermata. Mi rimetto dritta e ritorno non troppo volentieri nel mondo di sopra, quello della vita in tailleur, di un telefonino sempre acceso e di uno schermo sempre attivo.
Una cosa mi salva: le mie tasche e ciò che ho dentro. Una matita e un pezzo di carta che non mancano mai, a ricordarmi che le parole si possono scrivere ovunque e in ogni momento; che quella linea di grafite può arrivare dappertutto. Perché la scrittura per me è come la libertà: folle, disperata, imprescindibile.
Mi chiamo Anna Ausilia Ranieri, sono napoletana e vivo a Roma da alcuni anni. Molte cose mi appassionano, e più di tutte il mare, l’arte, la natura e l’imparare cose nuove. Pratico yoga e pilates e sono affascinata da molte discipline orientali. Scrivo perché mi rende felice.
Redazione LM
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