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“Pagine di pace. Pensieri, scritti, pratiche di donne” a cura di Daniela Finocchi e Luisa Ricaldone raccoglie dodici scritti di autrici diverse, che spaziano dalla scrittrice premio Nobel Pearl S. Buck alla pacifista Bertha von Sutter, da Luisa Muraro a Rosa Liksom e Gloria Anzaldúa, conducendoci su una pista di parole e immagini per sconfiggere la violenza

Di Silvia Neonato

Tra le pagine più potenti contro la guerra, oggi non abbastanza ricordate, ci sono quelle di Pearl S. Buck, la scrittrice americana premio Nobel per la letteratura nel 1938, che era di lingua madre cinese perché cresciuta in Cina dove il padre, missionario presbiteriano, era andato a predicare i Vangeli. L’autrice del celebre “La buona terra”, scrisse del conflitto in Asia a partire dal massacro di civili che i giapponesi fecero a Nanchino, usando anche lo stupro come arma di guerra. Pacifista e femminista (disse letteralmente di “odiare” san Paolo per il disprezzo che nutriva verso le donne), convinta del nesso esistente tra maschilismo e guerra, Buck si può mettere accanto – come fanno del resto con maestria le diverse autrici del ricchissimo “Pagine di pace. Pensieri, scritti, pratiche di donne” curato da Daniela Finocchi e Luisa Ricaldone, a un’altra pacifista, l’aristocratica boema ammirata da Tolstoj Bertha von Sutter, ricordata da Adriana Chemello, che scrisse “Abbasso le armi. Storia di una vita” tradotto in Italia nel 1897 (su suggerimento di Matilde Serao). Von Sutter divenne un’ambasciatrice di pace nelle capitali europee del suo tempo ed era convinta che si debbano educare i fanciulli non alla guerra e neppure “all’orgoglio nazionale”, prefigurando addirittura la nascita di un “arbitrato internazionale” di persone e Stati che si uniscano per respingere la guerra.
È davvero uno scrigno il libro in cui anche le curatrici oltre alla prefazione hanno scritto un saggio, che si somma agli scritti di altre 12 autrici in forma di studio, di racconto e anche di poesia. Luisa Ricaldone parte dall’assunto che non le donne sono contro la guerra, come dimostrano alcune premier quali Golda Meir, Margaret Thatcher o la stessa Meloni, ma è piuttosto il pensiero femminista a essere contro la guerra. Così riflette su alcune scrittrici italiane che hanno fatto i conti con donne capaci di uccidere, come le partigiane Agnese di Renata Viganò e la Rossa di Laudomia Bonanni. Ma pure la protagonista de “La moglie del colonnello” della finlandese Rosa Liksom, è fieramente felice di stare con un fervente hitleriano violento perfino con lei. Per uscire dall’orrore occorre avere ben presente la specularità tra violenza di genere e guerra. Semi di pensiero e di resistenza lancia Dacia Maraini quando si chiede: se è stata abolita la schiavitù, perché non credere che la guerra possa «essere sostituita con la contrattazione e la diplomazia internazionale»?
Se, come ci ricorda Valeria Gennero, autrice del saggio su Pearl S. Buck, la scrittrice si battè poi anche contro il razzismo nel suo Paese, Daniela Finocchi ci ricorda il pensiero di Luisa Muraro: chi sa confliggere, gestire l’aggressività, non fa la guerra. Finocchi, l’ideatrice dal 2005 del Concorso nazionale Lingua Madre grazie al quale ogni anno vengono pubblicate in volume le storie e i racconti di donne (non più) straniere in Italia, allarga dunque lo sguardo e ci narra dell’ucraina Natalia Bondarenko che nel suo testo del 2023 “Vorrei leggere ancora Dostoevskij”, descrive l’orrore dell’invasione russa e «la guerra che corrode il futuro». O anche di M. Christine Mukamunana che descrive il suo verdissimo e florido Ruanda divenuto poi una terra insanguinata, buia, razzista, un ricordo da cui emerge anche grazie all’amicizia con una donna, alla ricerca condotta insieme al gruppo del Concorso Lingua Madre, di un ordine simbolico materno che rifiuti la ricerca perenne di un nemico e sia invece volto a costruire mondi dove le differenze uniscono invece di separare.
Ma le tante autrici, con percorsi assai diversi, ci portano altri semi di resistenza alle guerre e alle violenze, narrando di personagge letterarie, di sé stesse, di protagoniste di lotte in ogni parte del mondo. Betina Lilian Prenz racconta la lotta delle Madri argentine di Plaza de Mayo, quando nel 1981 cominciarono a protestare sfidando in piazza la giunta golpista per sapere dove fossero i figli e le figlie scomparsi, usando come arma un fazzoletto e la loro coraggiosa tenacia. Ci sono anche due autrici che partono dalla sorte degli animali in guerra per rifiutare la violenza: Elena Pineschi, decente e operatrice culturale, inizia il suo scritto dalle immagini di un video, in cui due pecore, che avanzano esitanti tra cumuli di macerie di Gaza, vengono uccise in sequenza e inutilmente da un cecchino israeliano: perché sceglie quell’immagine tra le tante di violenza che vediamo ogni giorno? Quasi si sente in colpa e cita Virginia Woolf che nei giorni in cui scriveva “Le tre ghinee” (testo ripreso da molte nel libro, come è immaginabile) aveva davanti una fotografia della guerra civile in Spagna, dove non capisce se il corpo rappresentato è di uomo o di donna. Scrive Woolf nel diario: «è così mutilato che potrebbe benissimo essere anche il corpo di un maiale». Pineschi trae spunto dal paragone con il maiale per suggerirci che nelle immagini di orrore si annulla finalmente la distanza tra noi umani e tutte le altre creature viventi. La scrittrice e saggista brasiliana, ora residente in Italia, Claudiléia Lemes Diaz mette al centro del suo paesaggio distrutto dal fuoco proprio un’anziana scimmia che cerca di salvarsi, mentre intorno a lei crepitano i rami degli alberi della foresta amazzonica, muoiono carbonizzati nei nidi i piccoli di uccelli che non diventeranno mai aranas dal piumaggio rosso e blu cobalto, i pesci nella baia d’acqua dolce, uomini, bambini asfissiati dal fumo.
È anziana anche Pinuccia Corrias, docente e attivista femminista, che ci consegna una sorta di imprecazione di pace o, se volete, una preghiera in cui maledice «i facitori della Storia. Padroni del tempo… (che) ci raccontano buone iniziative dei Signori della Guerra nei riguardi di donne e bambini». Lei che ha visto la guerra in Afghanistan, di cui hanno raccontato che veniva fatta per liberare le donne dai talebani. E quella in Iraq e prima quella nei Balcani, scrive che noi donne «non crediamo che le guerre servano a esportare la democrazia». È anziana anche la nonna di Lorena Carbonara, che dopo infiniti lutti familiari, tanto da avere innalzato in casa un altare con le foto di figli fratelli, marito morti, sputa sul quadro della Madonna che ha in corridoio, perché è esasperata, non vuole più sopportare dolori e soprusi. Soprusi patiti fin da piccola, che finalmente racconta. E Lorena le si mette così accanto e per autorizzarsi a scrivere della loro disgraziata famiglia prende spunto dalla scrittrice e pensatrice chicana Gloria Anzaldùa, quando spiega: «Mettendo in scena la relazione tra alcune immagini e concetti con la mia esperienza e la mia psiche, fondo la narrazione personale con il discorso teorico, aneddoti autobiografici con la prosa teorica. Creo un genere ibrido, un nuovo modo discorsivo che chiamo “autohistoria”». Quel che pensa Carbonara è molto chiaro: «per parlare di pace, bisogna parlare di guerra. Se prima fin da piccole non guariamo le ferite nella nostra discendenza», cosa possiamo offrire a noi stesse e alle migliaia di donne che oggi varcano il Mediterraneo in cerca di un tempo di vita migliore?
Impossibile dar conto di tutti gli scritti del libro che va davvero meditato in questo tempo feroce di guerre, tante quante mai ce ne sono state sul nostro pianeta. Chiudo con la frase tratta da “Cassandra” (1984) di Christa Wolf, che ritroverete nel testo. «Tra uccidere e morire c’è una terza possibilità: vivere».

A cura di Daniela Finocchi e Luisa Ricaldone, “Pagine di pace. Pensieri, scritti, pratiche di donne”, Iacobelli 2025

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Silvia Neonato

Silvia Neonato, giornalista, genovese, vive a Genova. Organizzatrice di eventi culturali, è socia della SIL, di cui è stata presidente nel biennio 2012-2013. Ha debuttato su il manifesto, ha diretto il magazine Blue Liguria ed è nella redazione di Leggendaria. Ha lavorato a Roma per molti anni, nella redazione del giornale dell’Udi Noi donne, a Rai2 (nella trasmissione tv Si dice donna) e Radio3 (a Ora D), per poi tornare a Genova, al Secolo XIX, dove ha anche diretto le pagine della cultura. Fa parte di Giulia, rete di giornaliste italiane. Ha partecipato con suoi scritti a diversi libri collettanei.

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