Maria, politica e maternità

Clotilde Barbarulli, 24 aprile 2022

Biografia peculiare di Maria Giudice, sindacalista, socialista, arrestata e poi esiliata dal fascismo, madre di otto figli. Una dei quali è Goliarda Sapienza, scrittrice e amica di Maria Rosa Cutrufelli che costruisce il libro in una sorta di dialogo a tre voci

Di Clotilde Barbarulli

Viviamo immers* in un eccesso di informazioni, di immagini decise da altri (Marc Augé), per cui raccontare basandosi su alcune foto scelte e per lo più solo descritte (a parte una), mi sembra un modo di ricordare a chi legge la responsabilità del guardare. Molti storici considerano Maria Giudice, al centro del libro di Cutrufelli, una protagonista di spicco della storia dal basso, riferendosi ad una “storia minore, eccentrica per definizione” – commenta l’autrice – “fuori dai meccanismi del potere e dalla logica comune”. A maggior ragione l’importanza del saper guardare, come fa Cutrufelli che – impegnata da sempre a scavare con rigore e passione nella Storia – scrive partendo da un deposito di vissuti che poi diventano autonomi, rielaborati dall’immaginazione, per sottrarre momenti della storia delle donne all’oblio e alla rimozione. In questo libro emerge la suggestione suggerita dalle foto narrate che evocano la presenza di chi è assente: tracce disponibili a chi sa attraversare le frontiere mobili tra parola e immagine.
Se Maaza Mengiste sceglie di descrivere le foto per meglio evidenziare le violenze del colonialismo italiano, qui l’autrice sembra non voler ingabbiare la vita di questa “madre intransigente” e “attivista infaticabile” in una cornice che impedirebbe di abolire i confini e capire il mistero racchiuso in ogni istantanea. Del resto, ricorda Cutrufelli, nella casa, densa di ricordi del passato, dell’amica Goliarda Sapienza, che “detestava limiti e chiusure”, si trovavano poche fotografie senza cornice, forse perché voleva far “uscire dalla gabbia delle cornici familiari” la madre, proprio come si propone questa biografia.
Raccontare vite – spiega la scrittrice – “significa camminare dentro il passato e ritrovarsi di fronte a vuoti e lacune” che vorresti “ricucire con l’ago della fantasia”, ma la domanda è più interessante della risposta, e “rinunci all’ago”. È quell’eccedenza delle donne che permette di analizzare le zone d’ombra della storia per riportarle alla luce e restituirle a un patrimonio individuale e collettivo attraversando gli interstizi in cui si sono annidati i vissuti di moltissime ancora in attesa di essere nominate e riscoperte.
Nella interessante collana delle Mosche d’oro (a cura di Nadia Terranova, Viola Lo Moro e Giulia Caminito) così titolata in omaggio al romanzo Le mosche d’oro di Anna Banti, scrittrice e biografa di altre donne a sua volta, le biografie intendono svelare l’intreccio di due esistenze quando la vita e il lavoro di una donna hanno influenzato chi la racconta. In effetti a Cutrufelli viene da lontano l’idea di Maria Giudice, fin dalla stesura di Romanzo d’amore e d’odio (2008), ma qui si configura anche come madre dell’amica Goliarda Sapienza sempre compresente nel libro, ed è a lei che è rivolto il finale: una triangolazione di interessi e di affetti che, disseminata nel racconto, lo increspa.
Mi soffermo sulla foto seconda, in cui la giovane Maria, già sindacalista impegnata, è a Borgosesia davanti alla Manifattura Lane, per una protesta contro i licenziamenti: vestita di bianco, ha le mani alzate, mentre due guardie la tengono per le braccia di fronte alle lavoratrici. Maria ormai va in giro a parlare “senza curarsi dei pregiudizi che ingabbiano le donne”, è sempre in prima linea. E ha anche un libero legame con Carlo Civardi che finirà per la diversa posizione sulla guerra, perché Maria è pacifista da subito. Ma è la foto quinta di Maria con i suoi sette figli che costituisce il nodo del racconto: Maria è convinta del libero amore senza “convenzioni mortificanti” e ha orrore del “servaggio” dei figli che invece appartengono solo a se stessi. L’immagine è studiata, “la versione profana di una Sacra Famiglia”. Mentre la libera unione rientrava nella tradizione dei socialisti, la regolamentazione delle nascite era centrale. Eppure per Maria i figli e la politica – fra giornalismo militante, comizi e carcere – erano due esigenze irrinunciabili, per questo durante il processo del 1918 accetta tutto per l’attenuazione della pena, dati i figli: i compagni capiscono e sono con lei.
Lo storico Vittorio Poma si interroga su questo suo eccesso di maternità, insolito per una socialista, ma conclude che sicuramente la maternità è un desiderio di Maria e anche Cutrufelli è d’accordo, tuttavia si chiede -“da dove le viene questa ingordigia di maternità?”. Anche Goliarda, “figlia mai diventata madre”, lo trova un sentimento “indecifrabile”. Per Poma questo è un altro segno dell’autonomia di pensiero di Maria, ma – riflette l’autrice – anche forse un modo di compensare la passione politica oppure l’ostentazione pubblica di una forza intima, di una pulsione vitale che partendo dal suo corpo investe il mondo. Sono domande che Cutrufelli sente fin da quando con il proprio romanzo D’amore e d’odio capì che per attraversare il ‘900 non poteva ignorare gli slanci di Maria Giudice, e parlò di lei sdoppiandola in due protagoniste. Perciò ora vuole raccontarla nell’unicità della sua vita, anche in aspetti che possono sembrare contraddittori.
Dopo l’incontro e il legame con Peppino Sapienza, avvocato e dirigente socialista, vedovo con tre figli, Maria riunisce a Catania tutti i figli sparsi: se l’insieme familiare è complicato, Goliarda, figlia della nuova coppia ha uno statuto speciale nella tribù, come attesta la foto 7. Col tempo il legame fra madre e figlia si rafforza condizionandole reciprocamente. Quando Maria è ricoverata in una clinica per malattie mentali, Goliarda cerca di starle vicina, mentre entra nella Resistenza col padre. Con la perdita di Peppino, Maria va a vivere con Goliarda e Citto Maselli finché non muore.
Il portale del tempo si riapre sulla relazione fra Cutrufelli e Goliarda ormai morta ma affettivamente ancora viva: “E poi , cara Goliarda, entri in scena tu. Con la tua pelle senza più luce e l’unico aiuto delle parole”. Cutrufelli ripensa all’antico gruppo di scrittura fra amiche e risente le sue parole aspre, forse per un vecchio conflitto con quella madre che “ l’aveva nutrita a intelligenza e volontà di ferro”. Ma ormai Goliarda è sola: “La voglia di essere lei, il bisogno di non essere lei”. Questa necessità di un intenso contatto con Goliarda, nel desiderio di restituire spessore agli interrogativi di un’amica amata e di provare a sciogliere certi nodi esistenziali, mi sembra riecheggiare a tratti l’intreccio fra Banti e Artemisia.
Hannah Arendt, a proposito della vocazione alla memoria di Benjamin, aveva coniato la poetica espressione di “pescatore di perle” che giacciono nel fondo delle nostre esistenze. Perle che metaforicamente possono riaffiorare dal fondo del mare/memoria, magari riviste, magari con aggiunte e sottrazioni, ma sempre perle per chi racconta, come in questo colloquio narrativo fra l’autrice e Goliarda, una sorta di dialogo immaginario in cui la prima sembra come necessitare dell’altra nel mettere a punto la biografia di Maria Giudice, mentre offre spunti di riflessione sulla stessa Goliarda: domande significative, appassionate, tanto da far rinunciare all’uso dell’ago per provare a riempirne i vuoti.

 

Maria Rosa Cutrufelli, Maria Giudice. La leonessa del socialismo, Giulio Perrone, 2022

Maaza Mengiste, Il re ombra, Einaudi 2021

Marc Augé, Immagini di guerra, una nuova pornografia, il manifesto (5-05-2004)

Hannah Arendt, Il pescatore di perle, Mondadori 1993.

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Clotilde Barbarulli

Clotilde Barbarulli collabora attivamente con associazioni quali il Giardino dei Ciliegi di Firenze, la Libera Università Ipazia, la Società Italiana delle Letterate. Si occupa di autrici contemporanee fra lingue e culture e di scrittrici '800/900. Tra le sue pubblicazioni: con L. Brandi, I colori del silenzio. Strategie narrative e linguistiche in Maria Messina (1996); con M. Farnetti, Tra amiche. Epistolari femminili tra Otto e Novecento (2005); con L. Borghi Visioni in/sostenibili. Genere e intercultura (2003), Forme della diversità. Genere, precarietà e intercultura (2006), Il Sorriso dello Stregatto (2010)."Scrittrici migranti: la lingua, il caos, una stella" (ETS 2010),
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