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Un «classico della letteratura femminista, al crocevia tra il manifesto politico, il testo di teoria letteraria e il saggio», lo definisce Francesca Maffioli, che ha tradotto e curato l’uscita di “Il riso della Medusa. Manifesto femminista” di Hélène Cixous

Di Laura Marzi

In un periodo in cui finalmente alcune autrici del passato e i loro testi ritornano in vita attraverso diverse operazioni di ripubblicazione, la prima traduzione italiana de Il riso della Medusa. Manifesto femminista di Helène Cixous, da parte di Francesca Maffioli per Feltrinelli, ha un significato, se possibile, ancora più importante. Il riso della Medusa, infatti, scritto dalla filosofa, poeta, scrittrice e pensatrice femminista francese nel 1975, contiene in sé lo sprone, il dolce invito, la carica e l’incoraggiamento spassionati che spesso sono stati e sono tuttora necessari a una donna affinché si autorizzi alla scrittura. E sono molte, moltissime per certo, le autrici che hanno trovato in questo: «classico della letteratura femminista, al crocevia tra il manifesto politico, il testo di teoria letteraria e il saggio», come lo definisce Maffioli nella sua postfazione, la spinta e il giubilo per mettersi a scrivere.
L’uscita in Italia di questo libro permette, poi, di sfatare alcuni fraintendimenti sul concetto di scrittura femminile, di cui Cixous è stata una delle fautrici. Qui ne leggiamo, infatti, in termini inaspettati: «impossibile definire una pratica femminile della scrittura. Non si potrà teorizzare questa pratica, rinchiuderla» precisa l’autrice. Ciò non significa che ne Il riso della Medusa e altrove nella sua opera, Cixous non inviti davvero le donne a scrivere e a farlo a partire dal loro corpo sessuato, ma è proprio su questo invito che è necessario soffermarsi per definire in modo più chiaro il concetto stesso di écriture féminine. Adesso, dopo un’attesa lunga cinquant’anni, grazie al lavoro mirabile di traduzione svolto da Maffioli, le lettrici e i lettori italiani possono finalmente farlo.
Cixous chiama le donne a scrivere per esprimere loro stesse e quindi, in primo luogo, la propria ricerca del piacere sessuale. Spesso il discorso sulla narrazione della sessualità si dicotomizza tra due possibili varianti: il porno da una parte e un’elegante quanto frustrante rimozione dall’altra. Il riso della Medusa, come molti altri testi non solo femministi di quegli anni, pone la sessualità al centro della scena, per darle lo spazio che le compete, quello di sorgente di pulsioni e desideri, di vita, di morte, di tutto quello di cui, quindi, gli uomini e le donne scrivono. Cixous insiste in diversi punti sulla differenza, parola chiave ovviamente di questo testo, tra la sessualità maschile incentrata solo sul pene, o fallo inteso come simbolo del potere, e la sessualità femminile: espansa, sconfinata, grandiosa com’è, in effetti, la vagina.
Collocando chiaramente la fonte di ispirazione per il suo invito alla scrittura nella ricerca del piacere, Cixous trasforma inevitabilmente questo testo anche in un inno alla liberazione. Il discorso sulla maternità, per esempio, che in forme varie e talvolta contorte, occupa il dibattito fra i femminismi, facendosi occasione di insanabili conflitti, viene qui ricondotto al desiderio delle donne, lontano da qualsiasi imposizione, mentre quando si tratta di affrontare l’aspetto politico e sociale della maternità, Cixous insiste sulla necessità di «de-familiarizzare. Demater-paternalizziamo» scrive. Insiste, allora, sull’importanza di evitare che la donna incinta e poi madre diventi preda delle trappole di un sistema che sappiamo essere ingiusto, discriminante, maschilista: «alla paura di un tempo di essere preda non subentri la paura di diventare complice di una socialità».
Del resto, la ricerca della liberazione dal sistema «fallologocentrico» che detta leggi di ogni tipo, da quelle sul corpo delle donne a quelle che dominano i significati del discorso, sottende a questo intero testo, inteso come insieme ragionato, studiato, creato di parole. Come risaputo, nella lingua di Cixous si trovano diversi neologismi, grazie anche a quell’aspetto del francese che lo rende talvolta così ostico, vale a dire la differenza tra grafemi e fonemi, che d’altra parte permette all’autrice di giocare con la lingua, di inventare nuove parole, di modificarne sia il significante che il significato. A tal proposito Maffioli, che correla il testo di un curatissimo apparato di note, nella sua postfazione propone un’interpretazione fondamentale per questo approccio alla scrittura da parte di Cixous, chiedendosi: «se scrivere con l’inchiostro bianco volesse dire anche e soprattutto dotarsi di una lingua estranea al canone?». Si tratta di un’ipotesi che apre nuovi spunti di riflessione proprio sull’annosa questione del canone, a cui fa eco, in un’epoca come questa dominata dall’esigenza identitaria, il concetto di de-appartenenza che Maffioli individua nell’opera di Cixous, definendolo: «insieme riconoscimento e superamento dell’Antica».
La necessità di riconoscere e superare la donna del passato e più in generale l’urgenza di una pratica consapevole nella relazione con l’Altra è una delle più grandi sfide che Cixous delinea in questo testo di cinquant’anni fa, una sfida ancora decisamente attuale. Poter leggere Il riso della Medusa significa avere la possibilità di liberarsi da una serie di preconcetti sulla mitizzazione della madre in carne e ossa da parte del femminismo della differenza, visto che Cixous scrive: «anche la madre è una metafora» e aggiunge: «è sufficiente che alla donna sia dato da un’altra donna il meglio di sé stessa perché la donna possa amarsi. Non sminuire la donna, non farle quello che ti hanno fatto».

Hélène Cixous, Il riso della Medusa. Manifesto femminista, a cura di Francesca Maffioli, Feltrinelli, pp. 80.

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Laura Marzi

Laura Marzi scrive per il manifesto. Ha scritto “Raccontare la cura” (Futura Editrice) nel 2024 e “La materia alternativa” (Mondadori, 2022) con cui ha vinto il premio John Fante.

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