Hanna M. Civico descrive i diversi riti che ci consentono di accompagnare l’ultimo passo di chi amiamo, in questo caso suo padre, che ne è stato privato perché in tempo di Covid. Un testo che ci ricorda la pandemia (ormai rimossa) e il senso della vita
Di Laura Marzi
Silenzio pieno in ara cordis di Hanna M. Civico è il frutto di un’esperienza e di una ricerca, ma è anche e soprattutto la testimonianza di un’attitudine all’esistenza che potremmo definire spirituale e non antropocentrica. La prima parte di questo libro, agile nel numero di pagine, ma decisamente denso per quantità di informazioni che fornisce e temi, è dedicata al racconto della morte del padre dell’autrice, durante il periodo di «contumacia», come scrive Civico, imposto dal governo italiano per la pandemia di Covid 19. Si tratta di pagine che, da una parte, esprimono il sentimento della decadenza di un corpo performante, ammirato: quello del padre, dall’altra evidenziano come in quel momento storico le poche sopravvissute pratiche rituali, che nella nostra epoca riguardano la morte a sostegno di quelli che restano, sono state del tutto annientate, come se per morire, oltre che per vivere, non ci volessero forma e sapienza.
Già in questa prima parte del testo, allora, troviamo un approccio alla realtà decisamente originale di questi tempi, per due ragioni: intanto nessuno e nessuna parla più della pandemia per quell’effetto tabù, che qualcuna aveva previsto già nel 2020, ma che poi sconvolge comunque nella sua evidenza. E poi Hanna M. Civico dedica questo intero testo al più grande rimosso della società neoliberista: la morte. Anche la seconda parte del testo procede, infatti, nell’indagine sui riti funebri e sulla necessità, insita nell’esistenza umana, di regolare e quindi ritualizzare questo passaggio. Da notare che, anche paradossalmente, Silenzio pieno in ara cordis, non ha la minima nota macabra. Sarà per il riferimento costante al canto e alla musica: «il suono mi garantisce, ripeto, che in qualunque abisso mi possa andare a cacciare, e qualunque incontro possa fare, cantando, espirando, trovo la strada per ritornare» scrive Civico. Sarà anche per il fatto che in diversi passaggi la morte viene definita come parte della vita e non perché è un modo di dire, ma per l’approccio spirituale e di ricerca sincero che sottende alla scrittura di questo libro.
Scopriamo, allora, riti funerari, modi di attirare presenze sottili per il momento del trapasso, abitudini ed elementi di antropologia culturale di diversi territori, in particolare quello calabrese. In generale ci troviamo di fronte a uno sguardo sul mondo e quindi sulla vita e sulla morte che si fonda su principi fondatori altri, non quello del pensiero cartesiano che ordina e cataloga a partire dalla superiorità della ragione umana, ma neanche quello dell’ordine simbolico della madre che in parte vi si contrappone, o della centralità del corpo delle donne che sottende al testo di Adriana Cavarero A più voci. Filosofia dell’espressione orale (2003). Qui domina uno sguardo che si posiziona nel mondo come parte di esso, di quello naturale delle acque e delle foglie e di quello umano troppo umano della famiglia d’origine, e lo fa ignorando la linea progressiva del tempo, in una circolarità tra passato e futuro che non è quella dell’eterno ritorno, ma dell’eterno presente, del respiro.
Hanna M. Civico, Silenzio pieno in ara cordis, Transeuropa, pp. 106.
Laura Marzi
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