È stata una delle prime donne trans ad avere da un Tribunale il riconoscimento del suo essere diventata una donna. Mesi di carcere, tre anni di confino, multe (travestirsi, prima che cambiasse sesso, era reato). “io, la romanina”, pubblicato negli anni ’70 e ora riedito, è la storia di una donna ironica e innamorata della vita e della sessualità
Nadia Tarantini
Rivoluzionaria, no. Dentro il sistema, per cambiarlo. E ci ha messo trent’anni per avere il diritto (anagrafico e civile) di stare dentro al sistema. Romina Cecconi (nata Romano) è stata una delle prime trans ad avere da un Tribunale il riconoscimento del suo essere diventata una donna. Mesi e mesi di carcere, tre anni di confino, continue vessazioni di polizia e carabinieri (travestirsi, prima che cambiasse sesso, era reato). Fino a mezzo milione di multe (negli anni Sessanta!) per le sue trasgressioni. E tante botte da piccola, da giovane – dalla madre, dal padre che padre biologico non era, ma le aveva dato il suo cognome.
Pubblicato da Vallecchi alla fine degli anni Settanta, io, la romanina è stato ora rieditato da le plurali editrice, con una prefazione di Porpora Marcasciano e una post-fazione/intervista con l’autrice di Fabio Mollo, che dal libro ha tratto un film su una vita straordinaria.
Al di sopra dell’ordinario è la gioia di vivere di Romina – e di fare all’amore, anche quando si prostituisce; e l’ironia da toscanaccia, come lei stessa la definisce. Ma non sono d’accordo, la sua ironia è sincera, come la sua nascita a Lucca pretende. Però è delicata, civilissima, innamorata delle cose belle: in casa, negli abiti che indossa, nel rapporto che ha con i suoi clienti, ai quali garantisce un rapporto umano, un interesse alla loro vita e ai loro problemi.
«Preparo il caffè nel cucinino e finalmente apro le finestre. È un gesto importante per me, quasi una scommessa. Se c’è il sole, se la giornata è priva di nuvole, mi sento immediatamente tranquilla, distesa, piena di vita. È molto difficile che riesca a svegliarmi con qualcuno accanto. Eppure lo desidero con tutte le mie forze, come qualsiasi altra donna. […] Io per prima avrei paura di rompere l’incantesimo, di scoprirmi delusa accanto a un estraneo, dopo aver creduto di aver trovato l’uomo giusto».
Ha sistemato con le sue mani una piccola casa al centro di Firenze, ha ricavato e decorato con suoi disegni una mansarda per abbassare il tetto; moquette, specchi, un arco, piante, un salottino, un paesaggio toscano di Ottone Rosai. Dalle finestre vede i tetti rossi delle altre case, rossi sono i gerani sui davanzali, scale di legno che salgono armoniose verso la mansarda. Si è organizzata la vita con ritmi sempre uguali, il pomeriggio lo dedica a se stessa, al parrucchiere, visite alla madre o qualche giro nei negozi. Ha ripreso i rapporti con il fratello, dopo anni difficili, perché «Per un certo periodo a Firenze, sentirsi dire “Sei il fratello della Romanina” era un’offesa delle peggiori. Italo ha sofferto di questo complesso, e quando si fidanzò, non osava dir niente alla sua ragazza».
Riflette la Romanina, che tutti i provvedimenti presi dalle autorità contro di lei – non hanno fatto altro che spingerla avanti, verso la direzione che aveva intrapreso. Sono atti che la staccano dal contesto, che tagliano i ponti alle sue spalle. Ad esempio, le tolgono ogni possibilità di avere un lavoro normale, la costringono a prostituirsi. E la prostituzione, lei, la esercita senza legarsi ad ambienti malavitosi, in un percorso gentile di riappropriazione di sé. Assiste invece, nelle notti fiorentine, alle lotte cruente di protettori di diversi gruppi – non si sa come riesca a mantenersi aliena, diversa, impegnata nella difesa di una dignità che prescinde dal mestiere che fai. Un mestiere che viene vissuto da alcuni clienti come la semplice espressione di una sessualità espansiva. E siccome è bella, gentile, accogliente, ha amanti fissi per lunghi periodi, delle vere relazioni, anche con persone importanti. Come quel nipote dello Scià di Persia, Amid, che le chiede di sposarlo per portarla con sé al suo paese.
Il libro scorre leggero e intenso, dall’infanzia agli anni Settanta, illuminando a tratti un’Italia di cui non c’è più ricordo. Come nei tre anni di confino in Puglia, dove la Romanina supera diffidenze e gelosie delle donne del paese – creando una sorta di circolo di consapevolezza femminile. Ma lei non è femminista, ne teme le pratiche di separazione, anche in questo è per il sistema, per cambiarlo senza rotture.
«Erano le donne stesse a chiamarmi, a volermi fra loro quando si ritrovavano per cucire davanti a qualche casa. Mi raccontavano delle loro esperienze amorose, dei loro mariti che tornavano una volta all’anno, delle loro insoddisfazioni sessuali. […] Nessuna sospettava che potessi essere stata un uomo anch’io. Forse erano proprio quelle donnette di Volturino a darmi per la prima volta la consapevolezza di poter essere accettata come donna in mezzo a loro».
romina cecconi io, la romanina, le plurali, 2025
Nadia Tarantini
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