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Due giovani operaie austriache si sposano sperando di salire nella scala sociale e di trovare la felicità. Il gruppo della Sil ha letto Le amanti (1975) della premio Nobel Elfriede Jelinek, che usa una scrittura destrutturata e sperimentale per criticare radicalmente il conformismo sociale e culturale di quel periodo. Potente, ma a talune la sua scrittura suona irritante e ripetitiva

di Loredana Magazzeni

Le amanti, di Elfriede Jelinek, è un libro che per molte di noi si è rivelato estremamente impattante e ha mosso dinamiche profonde. Come afferma Daniela Maurizi, germanista, che lo ha portato all’attenzione del gruppo, il romanzo della Premio Nobel austriaca ha rappresentato uno shock personale e una trappola emotiva fortissima. Scritto nel 1975, in un’Austria che ha fatto fatica a rimuovere il suo passato nazista, il libro rappresenta, attraverso le figure delle due giovani protagoniste, Brigitte e Paula, uno schiaffo al perbenismo borghese che svela i risvolti tragici dello scambio sessuo-economico, mascherato dietro il romanticismo del cosiddetto sogno d’amore.
Elfriede Jelinek, austriaca, comunista, nei primi anni Settanta ci offre uno spaccato disarmante della società operaia e piccolo borghese, attraverso le voci personali e dissonanti di due giovani operaie tessili che inseguono il sogno del salto di classe sociale attraverso il matrimonio e la famiglia, sogno che si conclude in modi alterni, apparentemente felice per l’una, tragicamente per l’altra.
Come nota Gianna Cannì, lo stile del libro è insieme rarefatto e agghiacciante, la sintassi è scardinata con una scrittura che va all’osso e al grado zero. Anche Rita Calabrese, germanista, sottolinea che mancando la nota del traduttore, non vengono evidenziate alcune importanti scelte linguistiche, come la presenza di maiuscole, e la traduzione libera del titolo, che nell’originale (Die Liebhaberinnen) suona come le amanti possedenti, introducendo il tema del denaro. Secondo la mia interpretazione, è importante notare la personalissima struttura della prosa: i periodi sono brevi, paratattici, e il libro avanza nelle storie private come un lungo monologo interiore che rasenta la poesia in prosa. Questa scelta stilistica, che accomuna la scrittrice ad altre di lingua tedesca come Ingeborg Bachman, assomiglia molto a quella della ticinese Alice Ceresa, che ne La figlia prodiga (1967) affronta gli stessi temi di stampo femminista e sperimentale.
Mariapia Achiardi Lessi fa notare che tanto la scrittrice Chimamanda Ngozi Adichie è coinvolgente nella sua narrativa, tanto Jelinek usa un registro completamente diverso, risultando altrettanto coinvolgente. Per le figure e i comportamenti emotivi dei due maschi della doppia coppia, Mariapia conia l’espressione “autismo testosteronico” e il loro temperamento nel rapporto d’amore un “fascismo di coppia”.
Pina Mandolfo mette l’accento sulla centralità della piccola comunità austriaca, che risulta chiusa e arretrata e la sua rappresentazione avviene stilisticamente tramite un flusso di coscienza postmodernista. Quella di Jelinek è una scrittura politica e le figure maschili sembrano incarnare ed esprimere la gigantesca costruzione sociale che è stata fatta intorno a un organo fragile come il pene.
Secondo Licia Ugo si tratta quindi di un libro sul potere e la sessualità, sul dramma di non poter uscire dalla propria classe sociale solo tramite il l’emancipazione e il lavoro. È un libro senza speranza in cui è presente e ritorna l’espressione divorare/divorarsi.
Per Rossella Caleca, Jelinek ha operato una decostruzione straordinaria degli anni Sessanta, attuata attraverso una scrittura innovativa e di ricerca. Le donne vengono viste come co-costruttrici del sistema patriarcale, e quindi complici. Viene descritto un sistema basato sull’odio quotidiano uomo-donna, in un contesto che, pur essendo di working class, parla soprattutto alle donne borghesi. Descrive rapporti di potere che sono soprattutto rapporti economici, e in questo le ricorda l’Opera da tre soldi, per il continuo rimando al tema centrale del denaro.
Gisella Modica ci ha comunicato la sua irritazione per la lingua utilizzata dalla scrittrice in un libro basato sulla mercificazione delle donne e sul fallimento del sogno d’amore, che va oltre il tema working class. L’originalità dell’autrice è quella di voler parlare del rapporto uomo/donna, tema che era un tabù per il Partito Comunista di quegli anni. Non c’è però in questo libro la retorica degli operai giovani e belli tipica di quegli anni. Il genio della scrittrice sta nel fatto che ha scritto questo testo/non testo nel ’75, quando la classe lavoratrice era raccontata in ben altro modo, trionfante – proletari di tutto il mondo unitevi – empatico – gli umiliati e offesi – vittorioso – era il sol dell’avvenire, la speranza in un futuro migliore per tutti. E invece, detto col senno di poi, non ci si era accorti/e, tra militanti comunisti come Gisella e Jelinek, che la classe operaia era composta anche da tante Brigitte e Paula e da tanti Heinz ed Erich. Gisella si chiede se la scelta di una scrittura che non è scrittura, di una forma romanzo che non è più romanzo, può ancora mantenere la sua carica e la sua potenza trasformativa. Jelinek, secondo Gisella, ci fa riflettere su quali pratiche di scrittura siano oggi in grado di mantenere la radicalità in modo da arrivare efficacemente alle lettrici.
Rita Lopez si sofferma sui sentimenti di irritazione e rabbia provocati dalla scrittura sperimentale e dalla ripetitività con cui la scrittrice descrive la volontà delle protagoniste di salire sulla scala sociale tramite il matrimonio e un figlio. Ricorda, per contrasto, che invece la sua bisnonna volle con forza, nonostante l’opposizione del marito, trovare lavoro presso la locale Manifattura Tabacchi e riuscì a rendersi autonoma e a mantenere poi, da vedova, ben sette figli. A questo tema si ricollega Stefania Cenciarelli, richiamando il concetto di responsabilità delle donne che va oltre la prigionia reciproca che sta dentro il modello sociale della famiglia.
Leila Falà aggiunge che lo stesso sogno d’amore era presente nei romanzi di Liala e nei fotoromanzi degli anni Sessanta, con la volontà di progredire nella classe sociale tramite il matrimonio e lo scambio sessuo-economico. Bisogna essere oggi sempre più consapevoli della possibilità per le donne di scegliere il proprio destino.
Mariella De Santis torna sul tema della grande attualità del libro. Negli anni Sessanta per le studentesse si poneva il dilemma se proseguire nella scuola media o essere avviate al lavoro. In quegli anni molte finivano sfruttate nei laboratori tessili artigianali, spesso camicerie per grandi marchi, ed era una scelta, quella scolastica, che influenzava e ostacolava poi la vita intera. Altre scrittrici di lingua tedesca come Ingeborg Bachman e Fleur Jaggy hanno scelto una scrittura destrutturata per esprimere una forte critica al conformismo sociale e culturale. C’era bisogno di rompere le scritture monolitiche, esprimendo intera la violenza privata intrafamiliare come tratto identitario e culturale. È un libro che parla di “soccombenti” a questa egemonia. La domanda che si pone è se questo libro arrivi a una ragazza della working class e come parlare oggi alle donne.
Daniela chiude il cerchio della discussione, riportando l’accento sulla scrittura ultima, radicale, adottata da Jelinek per dare una svolta, per svegliare una società che si è addormentata sull’esperienza di un nazismo mai pienamente rinnegato. È come se dicesse a tutte: svegliatevi! Non ci possiamo permettere di sognare, dobbiamo essere radicali.
Sulle modalità di arrivare alla working class, Leila ricorda che negli anni Settanta Paola Pitagora fu la protagonista di un fotoromanzo che presentava il tema della pillola attraverso uno strumento culturale di massa come appunto il fotoromanzo. Questo libro ci interroga sulle modalità diverse del prendere parola per le donne oggi, sulla necessità di trovare un linguaggio che risulti radicale e necessario al cambiamento della società tutta.

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Loredana Magazzeni

Loredana Magazzeni vive a Bologna, si occupa di poesia, critica letteraria e storia dell’educazione delle donne. È Dottoressa di ricerca in Scienze pedagogiche, e ha pubblicato saggi e articoli sulla storia dell’educazione femminile, fra cui Operaie della penna. Donne, docenti e libri scolastici fra Ottocento e Novecento (Aracne, 2019). Ha co-curato antologie di poesia, da Cuore di preda. Poesie contro la violenza sulle donne (CFR, 2012), a Fil Rouge. Antologia di poesie sulle mestruazioni (CFR, 2016) con A. Barina; con F. Mormile, B. Porster e A.M. Robustelli Corporea. Il corpo nella poesia femminile contemporanea di lingua inglese (Le Voci della Luna Poesia, 2009), La tesa fune rossa dell’amore. Madri e figlie nella poesia femminile contemporanea di lingua inglese (La Vita Felice, 2015), Matrilineare, Madri e figlie nella poesia italiana dagli anni Sessanta ad oggi (La Vita Felice, 2018). Fa parte del Collettivo di traduzione WIT (Women in Translation), con cui ha pubblicato l’antologia Audre Lorde, D’amore e di lotta. Poesie scelte (Le Lettere, 2018). Con Seri Editore è uscita l’antologia delle sue poesie (1998-2023) Nella tempesta presente. È socia della SIL (Società italiana delle letterate).

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