S’intrecciano la memoria personale e quella familiare, l’amore incondizionato per un animale e il mistero di un lutto sempre sussurrato, quasi taciuto, tra le fotografie sbiadite di famiglia e i gesti di una quotidianità perduta. Memoir contemporaneo dove convivono i destini di umani e animali, di persone ed epoche, Cose che nessuno vede è il primo romanzo di Lisa Bentini
di Loredana Magazzeni
Memoir contemporaneo, taccuino dei vivi e dei morti, dove la vita e la morte intrecciano strettamente i destini di umani e animali, persone ed epoche, Cose che nessuno vede, primo romanzo della ravennate Lisa Bentini colpisce e penetra con forza e al tempo stesso con leggerezza, ironia e un grande senso della scrittura.
Il libro si snoda attorno ad un’indagine, una ricostruzione familiare: chi era la Bambina, la piccola zia morta a 9 anni nel 1969, lasciando nella famiglia della scrittrice un vuoto incolmabile e nella scrittrice stessa il bisogno di ricostruire quella vita e il senso universale che l’assenza di una persona cara comporta? “Ascoltavo e montavo silenziosamente la sua vita, a volte fingendo che fosse la mia”. Questo è il senso doppio dell’intero romanzo: specchiarsi nelle vite, indagarle, rifletterle attraverso l’amore per un altro vivente, una persona non umana, ma altrettanto amabile di un umano, il proprio cane.
L’indagine parte appunto da un’altra perdita, su un altro piano temporale: quella dell’amata cagnetta Beverly, la cucciola di casa. Da lì, per associazioni della memoria e attraverso il confronto con autori e autrici della letteratura, dell’arte e della fotografia, Bentini muove il suo narrare attraverso quello che oggi chiameremmo autofiction, una postura riflessiva che parte dalla memorialistica classica, da Montaigne, da Stendhal: il gioco di specchi fra vita e scrittura, la necessità di riflettere, la possibilità di offrire oggi al lettore una trama narrante che non intrecci altro che ciò che siamo, con ciò che leggiamo e amiamo.
Così si incontrano, fin dalle prime pagine, l’Achille dell’Iliade e il cane di Giacometti, il cane del giardino dei Finzi Contini, Diane Arbus, Francesca Woodman, John e Ives Berger, e infiniti altri autori, sovrapponendo i piani temporali dell’oggi e del passato, quando « la Bambina era atterrata sulle lenzuola, l’Apollo 11 aveva fatto lo stesso sulla superficie scabra della luna».
È attraverso scrittrici e scrittori che Bentini cuce attorno al nucleo centrale del libro una trama di riferimenti che la aiutano a definire i grandi temi della narrazione: la nascita, la morte, la maternità, «aspettando che la pancia crescesse al buio come l’impasto del pane avvolto in uno strofinaccio e messo a riposare»., il legame femminile tra le generazioni, il legame fra genitori e figli.
Come in un libro dei libri e della memoria, questo racconto si dipana attraverso riflessioni e citazioni, continui flashback, brani e inserti di letteratura o arti visive, e soprattutto promesse: «I cani, ripensando alla domanda di Ortese bambina, ti regalano una promessa: quella di starti sempre vicino».
Ci sono diverse digressioni sulla maternità, ad esempio, da La vita femminile, di Isabella Ducrot, autrice che sottolinea la particolarità per la madre di generare una figlia femmina, un essere in cui in parte riproduce se stessa. Ma Bentini espande la maternità, la estende all’universale, quando, poche pagine dopo, la nostra vita appare dominata dalle costellazioni, dal grande libro del cielo, e fra queste moltissime riproducono forme animali. Il rischio per noi è quello di un leopardiano sperdersi, naufragare: «Il cielo pullula di animali: balene, colombe, camaleonti, lepri, scorpioni, delfini, leoni, linci, lupi, serpenti, lucertole, orse, cigni, draghi, giraffe (giraffe?) e naturalmente cani».
Ci si sente invece a casa, in questo libro, per l’ironia, la leggerezza, e perché le riflessioni che offre sono universali. Molti di noi ricordano l’epoca dello sbarco sulla luna, raccontata dalla scrittrice attraverso il sogno americano della nonna paterna, e l’illusione di futuro che i primi astronauti donarono alle famiglie italiane, che passavano dalla campagna alla città, dal secondo dopoguerra alla ricerca del benessere e della modernità.
Diario di vita, alla luce di questa relazione costante, come scrive Giacometti a Jean Genet, con il cane: “il cane sono io”, questo libro è una risposta alla domanda su cosa siamo noi e cosa la vita, la morte: la morte è metamorfosi, e la scrittura il suo antidoto. Siamo infatti ombre, scrive, appariamo e scompariamo come nelle fotografie, accumulando «una felicità postuma e posticcia nelle foto del nostro passato». Siamo infine vivi se riusciamo a fare nostre le piccole “cose che nessuno vede”, come fanno i nostri amati cani.
Lisa Bentini, Cose che nessuno vede, Kalòs 2026
Loredana Magazzeni
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