Era il programma del capo della P2 Licio Gelli e non è il solo. Sandra Bonsanti e Stefania Limiti ricostruiscono la lunga storia degli assalti alla Costituzione antifascista nel loro libro “La pretesa del comando”
Di Paola Meneganti
Un pregiudicato, Licio Gelli, capo della loggia P2, condannato in via definitiva quattro volte, in un’intervista apparsa sul Corriere della sera del 5 ottobre 1980, firmata dal suo sodale di loggia Maurizio Costanzo, così si esprimeva: la Costituzione va rivista in profondità, poiché “«era un abito perfetto quando fu indossato per la prima volta dalla nuova Repubblica ma oggi è un abito liso e sfibrato e la Repubblica deve stare molto attenta nei suoi movimenti per non rischiare di romperlo definitivamente». Si prefigura, quindi, un vero e proprio piano politico per trasformare l’Italia in un Paese guidato da un solo uomo “eletto con i voti popolari”.
Poco prima, un altro pregiudicato condannato in via definitiva con due sentenze, Bettino Craxi, aveva parlato della necessità di una Grande Riforma «contro il caos, le risse bizantine e il cretinismo parlamentare» (articolo comparso su l’Avanti del 28 settembre 1979), perché la Costituzione aveva subito “il logorio del tempo”.
Sono due esempi della accuratezza e della precisione con cui viene ricostruita, già dalla nascita della Repubblica, la vicenda dell’assalto alla Costituzione in un prezioso e assai documentato libro di Sandra Bonsanti e Stefania Limiti, “La pretesa del comando”, che reca come sottotitolo “Da Gelli alla destra di governo. Presidenzialismo e assalto alla Costituzione”.
La Costituzione, un abito liso? Sembrerebbe proprio di no, se la potentissima banca J.P. Morgan, nel 2013, la inseriva in questo contesto: «I sistemi politici dei paesi europei del Sud e in particolare le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano caratteristiche inadatte a favorire l’integrazione. C’è forte influenza delle idee socialiste», citando, tra gli aspetti problematici, la tutela garantita ai diritti dei lavoratori. Costituzioni, quindi, tra cui la nostra, sgradite all’ordoliberismo.
La nostra è una “Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Da troppo tempo in Italia si fa strame del lavoro: precarizzato, sottopagato, insicuro, troppo spesso causa di morte. E anche questo contribuisce a mettere in crisi il sistema democratico e la Costituzione su cui poggia.
Il fatto è che la storia della nostra Repubblica e della implementazione della Costituzione è segnata da moltissimi, straordinari punti di luce, ma è attraversata da un filo nero fin troppo evidente. È un dato il permanere di apparati burocratici e decisionali di chiara origine fascista, rimasti ben dopo la caduta del fascismo. Senza contare ciò che, in altro contesto, Umberto Eco definiva “Ur-fascismo”.
Nel volume, non a caso dedicato alla memoria della grande costituzionalista Lorenza Carlassare, si spazia dalla ricostruzione storica dei tentativi di assalto alla Costituzione, quelli palesi – i tentativi di colpi di stato, la strategia “nera” – e quelli giocati sul terreno delle riforme. Gli intenti sono molteplici: l’obiettivo di concentrare i poteri, di eliminare i contrappesi, in un intreccio tra pratiche politiche autoritarie, ridisegno legislativo e obiettivi economico-sociali, tesi sempre di più alla disgregazione sociale, alla concentrazione dei redditi e alla demolizione del welfare. Marginalizzazione di strati di popolazione sempre più ampi, controllo, chiusura, esclusione e militarizzazione sempre più spinta: ecco il quadro.
Anche rispetto al grande tema della memoria, l’equivoco che sta dietro all’espressione “memoria condivisa” è una spia del non aver mai chiuso i conti col fascismo: per cui, si è contrapposto, al Giorno della memoria, il Giorno del ricordo, e si celebrano sia il 25 aprile che l’anniversario della battaglia di El Alamein, e, da poco, addirittura quello della battaglia di Nikolaevka, in una melassa indistinguibile e confusa in primis dal punto di vista storico.
Come reagire? Il libro così chiude: «E’ dunque arrivato il momento di dare all’antifascismo della nostra Costituzione il giusto valore, uscendo anche da una certa retorica e ritornando alla sua origine: interpretandolo cioè come teoria dello Stato che vuole una comunità di eguali. L’antifascismo è lo sguardo su un mondo più giusto». Chiosiamo noi: in una comunità di eguali connotata dalla giustizia e dalla libertà c’è spazio per accogliere, per nominare le differenze e farle agire.
Sandra Bonsanti e Stefania Limiti, La pretesa del comando. Da Gelli alla destra di governo. Presidenzialismo e assalto alla Costituzione, ed. PaperFIRST 2023
Paola Meneganti
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