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Un libro, l’ultimo di Elvira Mujčić, che parla della Jugoslavia, un Paese che non c’è più, da una prospettiva originale e inedita: «Volevo raccontare ciò che è successo prima della fine», dice l’autrice. La fine della Jugoslavia di Tito, della scommessa di un Paese dove costruire un socialismo diverso da quello realizzato, un Paese non allineato, fuori dalla logica dei blocchi occidentale e sovietico, dove potessero convivere etnie, lingue, religioni diverse.

Di Paola Meneganti

È di grande interesse questo spostamento temporale, perché emerge lo sguardo di chi ha attraversato i terribili anni successivi – quelli delle guerre balcaniche degli anni ’90, con il loro portato di morti, distruzioni, ferite fisiche e simboliche – costruendo personaggi e personagge che vivono quella stagione del prima, del tempo a ridosso dell’inizio della tragedia.
Ciascuno e ciascuna lo vive a modo suo, con incrollabili certezze e grandi paure, con rimpianti acuti e pervicaci speranze, ed il futuro sta là davanti, noi lo conosciamo, ma loro no. Ben lo conosce Elvira che è assai efficace nel restituire quel momento senza preveggenze, ma posizionata nell’oggi, mettendo in luce alcuni temi che ci parlano molto: tra i tanti, la memoria, con le sue ambivalenze, una memoria che nel libro è declinata in senso concreto, oggettuale, fatta di cose, ricordi, citazioni; l’identità e i suoi guasti;  i nazionalismi, direttamente collegati all’identità stessa, o meglio, all’ossessione identitaria, anche se ovviamente non esauriti da questa dimensione. Abbiamo intervistato Elvira, che ha risposto con l’intelligenza e la generosità che le sono proprie.

Ci parli della tua scelta di scrivere della vicenda jugoslava partendo dal “prima”, quando si percepiva, si temeva ciò che sarebbe successo, ma ancora non era accaduto?

Credo che alla base di questa scelta ci sia prima di tutto la curiosità verso un mondo in cui sono nata e che è scomparso prima che io potessi farmene un’idea chiara, visto che ero ancora una bambina quando la Jugoslavia si è disgregata. In tutti questi anni ho sempre trovato affascinante e straniante il fatto di provenire da un “mondo ex”, come lo definiva lo scrittore Predrag Matvejević, di non avere più punti di riferimento geografici, linguistici, culturali.
Il Paese era svanito dalle mappe geografiche, come se non fosse mai esistito e ogni cosa andava rinominata e riesaminata: la lingua, le strade, la Storia. In questa riscrittura sbrigativa e un tantino ossessiva, mi rendevo conto che la memoria di che cosa era stato quel Paese era destinata a svanire; sarebbero rimasti soltanto gli estremi dell’idealizzazione o della demonizzazione e io stessa mi sarei ritrovata con una storia monca, un atto mancato. L’unica cosa che potevo fare allora era provare a ricostruire un tempo e un luogo attraverso un romanzo polifonico che ne restituisse le sfumature e le sfaccettature.
C’era poi un secondo motivo, ossia la sensazione che” è nel “prima dei grandi eventi che accadono davvero le cose importanti, nei chiaroscuri dei momenti di transizione germogliano le trasformazioni umane, sociali e politiche, si crea il terreno per lo Zeitgeist dell’epoca. Penso che quel lasso di tempo e quell’angolo di spazio siano i più importanti della storia delle cose umane, è lì che è ancora tutto possibile. Mentre stavo ancora cercando la posizione, l’altezza degli sguardi da cui provare a raccontare questa storia, mi sono imbattuta in una considerazione dello scrittore Ivo Andrić che è diventata la bussola del mio procedere e in effetti campeggia in esergo a questo romanzo. Credo sia l’immagine che meglio focalizza quel che intendevo provare a seguire: «Tra la paura che qualcosa accada e la speranza che infine non avvenga c’è molto più spazio di quanto si possa credere. In quella fessura angusta, dura, spoglia e oscura molti di noi ci passano la vita».

La scrittura: scrivere in una lingua che non è la lingua madre. Cosa diventano, in che rapporto stanno queste due lingue?

Mi rendo conto che sempre più spesso mi sorprende pensare che l’italiano non sia una mia lingua madre, poiché io la sento tale, allo stesso modo in cui sento quell’altra lingua, che ora non so più nemmeno come chiamare, poiché è anche lei, come il mondo, è diventata ex.
Non sempre è stato così ovviamente, inizialmente l’italiano è stata una lingua in cui zoppicare, inciampare, sentirmi sempre un elefante maldestro. Una lingua che nei primi mesi mi causava un perenne dolore alla mascella a forza di giri di vocali a cui non era abituata essendosi strutturata a suon di consonanti. È stato un corpo a corpo, una vera metamorfosi mentale e fisica.
Le metamorfosi sono un poco mostruose e un poco meravigliose, quindi ho ben presto scoperto nella nuova lingua un rifugio, un luogo dove potermi inventare, smettere di essere la persona che ero nella prima lingua madre e diventare una nuova persona nella nuova lingua. Per un certo periodo è andata così: la nuova lingua e il nuovo Paese si erano sostituiti alla vecchia lingua e al vecchio Paese, ma nulla rimane fermo nella vita e man mano i rapporti hanno iniziato di nuovo a cambiare, le appartenenze a intrecciarsi in modo diverso, a occupare spazi e ruoli diversi. La prima lingua madre adesso spinge per uscire dal cantuccio dove l’italiano l’ha rilegata, a volte irrompe sulla pagina sotto forma di parole che paiono intraducibili e lascio che resti, sto a guardare dove andremo a finire. Però tutto questo vorticare inarrestabile mi lascia sempre più convinta che prima di ogni definizione bisogna prendersi il tempo di esitare a lungo.

Una domanda sull’identità. Sui guasti che può provocare la vertigine identitaria. In un incontro a Livorno dello scorso ottobre hai detto che l’identità è un grande abbaglio ottuso.

La mia opinione che l’identità sia un abbaglio ottuso va di pari passo con quello che ho appena detto riguardo l’appartenenza linguistica. Per esperienza, sono convinta che l’identità sia un concetto granitico e mortifero, certamente rassicura, ma ingabbia, soprattutto quando l’identità diventa motivo di difesa o offesa.

Nella tua scrittura si percepisce ancora un dolore profondo, individuale e collettivo, che non si traduce mai in nostalgia, ma cura nei confronti di una memoria che rischia di disperdersi, se non lo è già, e anche comprensione e, direi, indulgenza, verso chi ha subìto, pur in diverse posture, età, esperienze.

La nostalgia sposta tutto in una dimensione cristallizzata e non è il mio strumento di indagine, quel che mi attrae è altro. Mi piace seguire l’ambiguità degli esseri umani, le contraddizioni dei mondi che amo, l’inaffidabilità della memoria perché, se non la si imprigiona nella retorica, la memoria si mostra nella sua imprendibilità e ci chiede di spostare sempre un po’ più in là il limite per farle spazio nel presente. Mi piacere mettere la penna in quel che è ancora bruciante, che scuote invece del racconto a posteriori sistemato in una cornice nostalgica.

Prendo in prestito una frase presente nel tuo precedente libro “E se Fuad avesse avuto la dinamite?”: “le cose con le quali ho chiuso e quelle da tenere”.

Quando ho scritto “E se Fuad avesse avuto la dinamite” avevo 28 anni e in effetti ero convinta che con alcune cose si potesse davvero chiudere. Alcuni anni dopo, in un altro romanzo dal titolo “Dieci prugne ai fascisti” ho aggiustato il tiro: «La vecchiaia è crudele perché ti rendi conto che per strada non hai perduto proprio nulla, ti porti tutto appresso e il peso ti piega, cambia l’espressione del tuo sguardo, incide sulla tua capacità di stupirti».

Elvira Mujčić, Una stagione che non cera, Guanda 2025

 Elvira Mujčić ha vissuto in Bosnia, in Croazia e infine a Roma, dove abita tuttora. Interprete e traduttrice, ha pubblicato diversi libri: Al di là del caos. Cosa rimane dopo Srebrenica, 2007; E se Fuad avesse avuto la dinamite?, 2009; La lingua di Ana. Chi sei quando perdi radici e parole?, 2012; Dieci prugne ai fascisti, Roma, Elliot, 2016; Consigli per essere un bravo immigrato, Roma, Elliot, 2019; La buona condotta, Milano, Crocetti, 2023; La stagione che non c’era, Milano, Guanda, 2025.

 

 

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Paola Meneganti

Sono nata e vivo a Livorno. Laureata in filosofia e in scienze archivistiche e biblioteconomiche, ho diretto per anni un servizio della Provincia, e ora sono in pensione. Ho contribuito a fondare, nel 1984, il Centro Donna di Livorno e, nel 2002, ho dato vita, con altre, all’associazione femminista Evelina De Magistris, che è tuttora gioiosa pietra miliare per la mia esistenza. Noi Eveline operiamo cercando di essere fedeli ad alcune pratiche politiche che caratterizzano il femminismo: la pratica della relazione e la pratica del partire da sé, che pensiamo possano vivificare la politica e il desiderio che molte e molti hanno di agire nel mondo, ma che non riescono ad esprimere in una realtà ossificata e bloccata. Ho scritto saggi di argomento filosofico e di teoria femminista, pubblicati in volumi collettanei, interventi, recensioni, e ho curato svariate pubblicazioni. Sono socia della Società Italiana delle Letterate, studio le filosofe e le pensatrici, sono una lettrice appassionata e privilegio la narrativa e la poesia scritte da donne. Infine, posso dire, con Carla Lonzi, che il femminismo è stata la mia festa.

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