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“Il bianco non è un colore” di Licia Ugo racconta una storia di migrazione a partire dalla vicenda dell’autrice, la cui famiglia istriana fu costretta a lasciare la sua terra. Il romanzo parla di noi, della resistenza al cambiamento, della ostilità a chi arriva oggi nel nostro Paese. L’abbiamo intervistata. Domenica 30 novembre il libro sarà presentato nella Sala consiliare del Comune di Bazzano

Di Loredana Magazzeni

Il romanzo di Licia Ugo, Il bianco non è un colore, edito da Affiori (Perrone editore), ci interroga sulle sfide esistenziali della condizione di migrante che attraversano ciascuno e ciascuna nella propria unicità, assieme al fenomeno epocale della grande migrazione dei popoli. Ne parla con noi l’autrice, migrante lei stessa, che ha vissuto nella propria famiglia di profughi istriani, e nell’infanzia trascorsa in Australia, la condizione di spaesamento e la necessità di mediazione culturale che oggi è richiesta a chiunque voglia tenere gli occhi ben aperti sulla contemporaneità. Una storia, quella di Il bianco non è un colore, di personaggi che hanno dovuto affrontare il cambiamento e hanno cercato di risolverne i nodi esistenziali elaborando una personale filosofia di resistenza. L’abbiamo intervistata.

Licia, di solito tu scrivi racconti, questa volta invece hai affrontato la misura lunga del romanzo.

Da sempre sentivo più aderente a quello che volevo esprimere la formula del racconto. Incisiva, breve, con microcosmi e dinamiche veloci, una specie di lampo nel buio. Poi, durate il Covid ho iniziato a scrivere poesia, quindi la folgorazione di un attimo, l’intuizione, quando va bene, di un’emozione, un taglio di luce. E poi qualcosa è cambiato ancora, e dall’estremo “piccolo e sintetico” mi è venuto il desiderio di scrivere “una storia”, che avesse un background sociale, che non fosse solo un faro puntato sulle proprie emozioni ma che accogliesse le sollecitazioni della Storia, di quegli eventi che prima o poi ci toccano tutti da vicino, e penso alle badanti in particolare e ai migranti che sono attorno a noi. A volte mi stupisco che la vita scorra ancora così apparentemente “calma” in mezzo al fragore che ci circonda, e alla resistenza al cambiamento e al “vedere” la realtà, si resta ancorati ad abitudini e stili di vita che forse esistono solo nel nostro desiderio. Lo spunto è stato il trauma, che associato alla negazione, porta la protagonista a muoversi come una falena nella notte, alla ricerca di quella luce che dovrebbe e potrebbe aprirle gli occhi.

Ci sono state persone che hanno ispirato la creazione dei personaggi del libro?

Anche questa è una bellissima domanda. Implica quello che secondo me è l’aspetto più importante di chi scrive, e cioè l’ascolto, l’osservazione delle persone che sfiori, o che ti stanno accanto, che ascolti parlare, che attraversano la tua strada. Quindi sì, ma magari una frase, una storia lontana, il colore speciale degli occhi, sono cose che ti colpiscono, e che non vuoi che vadano perdute. C’è da dire che io scrivo di getto, mi viene il personaggio, l’idea, i suoi tratti, e da lì parto e si dipana la storia.
E poi nel profondo, rileggendo magari dopo parecchio tempo, mi sono accorta che alcuni aspetti di un personaggio (Javid, il poeta iraniano) li ho inconsciamente tratti da mio padre, e non ci avevo pensato mentre scrivevo. Quindi sì, di mio padre mi colpiva sin da quando ero piccola il suo grande rimpianto per aver dovuto abbandonare la sua terra, l’Istria, e il suo ritrovarsi esule, durante l’esodo giuliano dalmata, avvenuto dal 1945 al 1947. Io sono nata anni dopo in Australia, dove lui approdò dopo vari viaggi e spostamenti. E questo grande rimpianto di aver abbandonato la sua terra l’ho inserito nel personaggio di Javid.

Affronti i grandi temi della migrazione e dell’infanzia abbandonata. Ritieni che oggi siano centrali nella creazione di storie?

Trovo che in alcuni libri ci sia una mancanza di storicità, cioè tutto accade in un mondo che appare sempre uguale, dove prevalgono le dinamiche familiari (a volte anche in libri molto belli), o spiccano le storie e le sofferenze personali e non ci sia nessun collegamento con il mondo in cui viviamo. L’ho già accennato prima, è tutto avulso dal mondo, le dinamiche sono individuali, personali, quasi rappresentazioni teatrali nel microcosmo quotidiano. È come se ci fosse un grande bisogno di chiudersi in un mondo antico in cerca di protezione, di rituali consolatori, di happy end. La coscienza a volte si risveglia quando la realtà diventa specchio e si ha il coraggio di guardarsi in faccia. Milena, la protagonista, è traumatizzata, ma vive come una sonnambula. Solo davanti al trauma capirà sé stessa.

Le vicende di Milena, Javìd, Olga e Alexei si dipanano nel libro in modo molto dinamico. La tua esperienza come regista ti ha aiutato a trovare il ritmo incalzante che percorre il romanzo?

Probabilmente sì, anche se i personaggi, una volta che emergono, sono caratterizzati da una esigenza forte di esprimersi, e la storia si dipana da sola. Certamente credo di scrivere “vedendo” la scena, e questo mi fa piacere, a condizione che non si perda di profondità e intensità. In realtà sono tecniche diverse, completamente, che possono sostenersi a vicenda in certi momenti, ma lontane. Nei filmati c’è la regista, ma l’occhio finale è quello del cameraman a cui ti affidi, e poi c’è l’intervento del tecnico di montaggio, quindi il risultato è frutto di un rapporto collettivo, e quando tutto funziona il risultato è eccellente. Ma nulla può superare la creazione solitaria e intensa di uno scrittore che da solo, di notte, pensa e ragiona con le sue creature. L’occhio è il suo, il montaggio è il suo, e anche le musiche, che nel libro non si sentono, ma ci sono, sono scelte da chi scrive.

Licia Ugo, Il bianco non è un colore, edito da Affiori (Perrone editore)

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Loredana Magazzeni

Loredana Magazzeni vive a Bologna, si occupa di poesia, critica letteraria e storia dell’educazione delle donne. È Dottoressa di ricerca in Scienze pedagogiche, e ha pubblicato saggi e articoli sulla storia dell’educazione femminile, fra cui Operaie della penna. Donne, docenti e libri scolastici fra Ottocento e Novecento (Aracne, 2019). Ha co-curato antologie di poesia, da Cuore di preda. Poesie contro la violenza sulle donne (CFR, 2012), a Fil Rouge. Antologia di poesie sulle mestruazioni (CFR, 2016) con A. Barina; con F. Mormile, B. Porster e A.M. Robustelli Corporea. Il corpo nella poesia femminile contemporanea di lingua inglese (Le Voci della Luna Poesia, 2009), La tesa fune rossa dell’amore. Madri e figlie nella poesia femminile contemporanea di lingua inglese (La Vita Felice, 2015), Matrilineare, Madri e figlie nella poesia italiana dagli anni Sessanta ad oggi (La Vita Felice, 2018). Fa parte del Collettivo di traduzione WIT (Women in Translation), con cui ha pubblicato l’antologia Audre Lorde, D’amore e di lotta. Poesie scelte (Le Lettere, 2018). Con Seri Editore è uscita l’antologia delle sue poesie (1998-2023) Nella tempesta presente. È socia della SIL (Società italiana delle letterate).

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