Ruby, figlia di immigrati pakistani cresciuta nella periferia inglese, a 9 anni smette di parlare. La sua, dice è «una scelta deliberata di resistenza» “Il Silenzio è la voce che ho scelto – Somebody Loves You” – è il libro di Mona Arshi
Di Gisella Modica
«Come tutti sanno Sherazade era una che parlava molto. In un’epoca in cui le donne che parlavano molto erano davvero rare…questa donna parlava». La madre depressa e il suo giardino, il padre mite, una gatta infreddolita, la nonna testarda e pelosa. Un flusso di parole in brevi capitoli, con immagini e odori a fare da trama
E le parole la salvarono.
In un’epoca in cui la parola non sembra più salvifica, ma si limita a fare cronaca; non racconta ma manipola o fa propaganda ed è menzognera, può il silenzio raccontare ciò che la parola occulta? Ovvero la verità dei fatti, insieme alle sfumature, alle ambivalenze, alle contraddizioni, ai sogni.
Se «il linguaggio è sicurezza», può il silenzio raccontare le incertezze?
La risposta è: sì, può.
Ce lo dimostra con leggerezza e ironia, Ruby, figlia di immigrati pakistani, che a nove anni smette di parlare e diventa «esperta nell’arte della solitudine e del silenzio», protagonista di Il Silenzio è la voce che ho scelto – Somebody Loves You – di Mona Arshi. Un libro dedicato alla madre.
Già dal titolo l’autrice ci dice che l’assenza di parola da parte di Ruby «smilza e inutilmente alta» cresciuta nella periferia inglese, non è mancanza ma «scelta deliberata di resistenza». La cosa più certa della sua vita. Il silenzio non è vuoto, ma ascolto della voce interiore, ascolto del diverso, attenzione ai particolari. E’introspezione che acutizza gli altri sensi. Come l’olfatto. Gli odori sono infatti protagonisti, quanto i numerosi personaggi, umani e non, che affollano il romanzo: Betty, la gattina «morta di freddo e solitudine»; Rania, la sorella più grande «nata con un ombelico cavo», un fiume di parole quando parla, e opposta a Ruby nata con l’ombelico «all’infuori»; il padre, Dilip, «assortito in modo disordinato e dal temperamento mite»; Farah così povera che «non aveva nemmeno un astuccio» e «inutilmente triste»; nonna Biji «portata per le faccende di guarigione», «testarda, pelosa e non sposata come una noce di cocco»; zia Manju «pazza per mal di bebè»; Eena Parker, l’ostetrica «che aveva fatto nascere più bambini di chiunque altro». David Girdleston «con un naso ancestrale» che le scriveva con l’inchiostro sulla pelle; Maggie, la prozia «che odorava di innocuo» e Clare, l’amica che le scrive una lettera «senza baci» per dirle che non può più esserle amica perché è pachistana. E c’è una madre affetta da depressione perché «qualcosa a livello del cuore era morto quando era venuta in Inghilterra» che anche lei ha scelto di comunicare attraverso i gesti. «Parlava attraverso le mani trafficando coi peperoni dolci in giardino e le parole le uscivano come pioggia»
Ma protagonista è anche il giardino della madre che, come il silenzio, non parla, è «atto della cura», luogo di protezione e di contemplazione della natura, e va ascoltato.
Gli odori dicevamo. Come l’odore di «sangue viscere e interiora» proveniente dalla bottega del macellaio. O come «l’odore di piedi e libri» che faceva il divano dei vicini, e la cucina «di vecchie uova sode e fumo di tabacco scuro». Ruby sceglie il silenzio perché è voce capace di dire il non detto, il rimosso, le zone d’ombra, il non visibile, che le parole non sanno dire avendo perso il loro valore e «Ti schizzano fuori di bocca nell’aria, e non c’è modo che tornino indietro una volta uscite».
La parola poetica, come la parabola che comunica «guardando sotto le parole», invece sa farlo. Mona Arshi, l’autrice, lo sa nascendo come poeta – i suoi versi sono pubblicati anche sulla metropolitana di Londra – per poi approdare alla prosa.
Come in poesia il romanzo procede per immagini, visioni oniriche – un uccello blu con le piume iridiscenti e il becco giallo nero. Procede per frammenti – un cucciolo di volpe, una macchina fotografica finta in miniatura – e frammenti di ricordi – «un materasso usato, capovolto dentro un garage»; il tintinnare delle forcine dei capelli della madre sul piattino smaltato posto sul comodino – alternando brevi capitoli di due o tre pagine, che si ripetono senza un finale e senza una trama apparente, in modo che il lettore/lettrice, se vuole, può comporli da sé e ottenere il quadro d’insieme. Un romanzo dove le parole vengono mescolate, capovolte, estrapolate, elencate in un verso e poi nel suo contrario, in modo che la stessa frase può assumere significati diversi. Oppure vengono (vivi)sezionate. Come succede per esempio alla parola «agonia».
«Di tutte le parole che iniziano per ‘a’, agonia è la peggiore. Non augurerei quella parola al mio peggior nemico. Non ero nemmeno così sicura di che cosa significasse, ma mi era chiaro che c’era una scheggia di vetro nel mezzo della fragile ‘o’. Agonia era il punto di non ritorno, nessuna angoscia più grande ti poteva capitare una volta lì, e non c’era modo di fare ritorno dall’orlo del suo abisso, che era un’altra parola con la ‘a’.»
La parola preferita di Ruby è radura che ha incontrato per la prima volta in una fiaba letta insieme alla madre, le cui parole preferite sono invece natura, pianta, terreno, bocciolo. Ruby lo ricorda aspettando invano dietro la porta dell’ospedale di poter vedere la madre.
Chi meglio della poesia può raccontare, attraverso gli occhi stupiti e attenti di una bambina, il razzismo, la misoginia, la violenza, vissuti sulla pelle di un’immigrata? Può raccontare il trauma dello sdradicamento dalle proprie tradizioni, il sentirsi fuori posto, il senso di estraneità, di sospensione tra mondi diversi senza riuscire a scegliere da che parte stare.
Mona Arshi Il Silenzio è la voce che ho scelto, traduzione di Cristina Cigognini, Otto edizioni, 2021
Gisella Modica
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