«Anna Toscano ragazza era stata mia allieva, le piaceva la Poesia. L’ho ritrovata nel 2019 a un convegno della Sil: aveva realizzato il suo sogno con una determinazione rara, metodica, luminosa. Era evidente che la Poesia non fosse per lei un ornamento, ma un lavoro della vita. Era originale, generosa e capace di dare valore a ogni sua scelta — di parola, di immagine, di postura intellettuale»
di Elianda Cazzorla
L’8 dicembre, giorno dell’Immacolata, è morta una mia studentessa della scuola di specializzazione per l’insegnamento, la SISS. Nel dire mia mi accorgo subito di quanto possa essere impermanente un aggettivo possessivo. Non era mia, naturalmente: era una delle tante studentesse e dei tanti studenti che hanno attraversato le mie lezioni di didattica della lingua italiana come docente a contratto presso tre università del Veneto. E tuttavia quella parola, mia, dice qualcosa del legame che si crea nel tempo della formazione, quando le vite si sfiorano e poi proseguono, spesso lontano, ciascuna nel proprio destino.
Era a Venezia, all’inizio degli anni Duemila — forse il 2000, forse il 2001. Una cinquantina di corsisti, tra quei visi: una ragazza con gli occhi sognanti, la frangetta e i capelli lunghi, castano-biondi, sulle spalle. Le piaceva la Poesia. Questo lo ricordo con nitidezza. Oggi non ricordo il titolo della tesi, dedicato alla Poesia. L’ho cercata in questi giorni tra le mie carte, invano. Quando qualcuno ci lascia, tutto ciò che abbiamo detto e fatto con quella persona non diventa migliore né peggiore, ma cambia improvvisamente statuto: passa dal flusso del vivere al tempo del ricordo, dove ogni “oggetto” che sia parola, immagine, gesto, si carica di un peso diverso, senza per questo trasformarsi in mito. Ogni frammento del prima che la morte arrivi diventa un possibile oggetto di un tesoro che non sapevamo di dover valorizzare. Una sorta di errore di valutazione.
Passano più di vent’anni dalle lezioni SISS, la incontro di nuovo nel 2019 a un convegno della SIL, la Società italiana delle Letterate. Ricordo il contesto e ricordo lei: capelli neri, taglio corto, frangetta a sfiorare gli occhiali bianchi, tondi, ironici. Una camicia, un gilè, una giacca, un abito sull’altro. Uno stile riconoscibile, una donna senza titubanze.
Il convegno era dedicato al tema del Visibile e dell’Invisibile nel lavoro delle donne. Eravamo coinvolte in due tavole rotonde, in giorni diversi. Lei avrebbe parlato una mattina, io quella successiva. L’invisibilità era il filo comune. Lei intervenne sul lavoro delle donne nella poesia contemporanea: raccontò il proprio percorso di poeta e quello di altre poete, intrecciando ricerca letteraria e impegno politico. Io, il giorno dopo, avrei parlato del lavoro dell’insegnante, della sua invisibilità quotidiana, della corsa continua che struttura le giornate, del mestiere che si consuma mentre si esercita, vista l’uscita del mio romanzo di esordio: Isolina, un martedì, Iacobelli 2019.
Ascoltandola, ebbi una sensazione precisa: come se i ruoli si fossero invertiti. Lei aveva realizzato il suo sogno con una determinazione rara, metodica, luminosa. Era evidente che la Poesia non fosse per lei un ornamento, ma un lavoro della vita. Anna Toscano era originale e generosa. Capace di dare valore a ogni scelta — di parola, di immagine, di postura intellettuale. Sapeva far entrare chi l’ascoltava in quel territorio che, chiamo l’isola di clandestinità in cui la poesia continua a vivere anche quando viene data per morta. (Citando non del tutto fedelmente Edoardo Sanguinetti).
Non ho ritrovato la sua tesi. Nel frattempo ho cambiato due computer e due case, e anche il cartaceo sembra essersi sottratto al tempo. Nel sito web di Anna Toscano il suo lavoro poetico è scandito con le diverse pubblicazioni. Nell’immediato posso acquistare l’e-book, Piccolo dizionario della cura. Poesie e saggi (Mursia 2019), e sentire la sua voce, guardare con i suoi occhi:
Malattia
Guardo il tramonto su Marghera,
le ciminiere perse tra il rosso del cielo,
i riflessi della laguna rubano la luce
si infiamma anche l’isola della Giudecca;
lo strazio in tanta bellezza.
La mano di Amos Oz, morente
nella mano della figlia,
un ago nella vena, il giallo teso
della pelle dice la fine;
lo strazio in tanto affetto.
In una sottocartella chiamata «NO»
la foto della mano di mia madre
quella di mio padre, tra le mie
gli stessi aghi, gonfiore, colore.
Può lo strazio della malattia portare con sé tanto amore?
Rileggo questi versi e penso che la poesia, quando è vera, non consola: custodisce. Tiene insieme la bellezza e lo strazio, senza scioglierne il nodo. Forse è questo che Anna Toscano ha perseguito, nei suoi libri e nella sua vita: che la cura passa anche dalla precisione dello sguardo, dal coraggio di nominare, dal restare dentro ciò che fa male senza smettere di vedere la luce. E poi scopro nella recensione de Al buffet con la morte, pubblicato da La vita felice 2018, il rapporto intenso, ironico e lucidissimo che la poeta ha sempre intrattenuto con la Signora: presenza quotidiana, compagna di tavolo, interlocutrice inevitabile. Sette versi, crudi e consapevoli, da Al buffet con la morte, oggi risuonano come una dichiarazione estrema di poetica e di vita:
Porto i miei ricordi
al forno crematorio
bruceranno un poco
alla volta
mi restituiranno
ceneri di parole:
il mio nuovo corpo.
Elianda Cazzorla
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