Come ogni anno, la redazione di LM vi accompagna verso le feste con una serie di strenne natalizie, idee regalo ma anche punti di partenza per condividere momenti di riflessione collettiva in queste feste che per molte e molti non hanno nulla di dolce e conviviale.
Chiara Cremaschi consiglia ammutinate-guida pratica per rispondere agli stereotipi sul femminismo”, di Eve Cambreleng, Blanche Sabbah, prefazione di Silvia Grasso, traduzione di Sara Manuela Cacioppo, Le plurali editrice, 2025.
Cenoni, aperitivi con colleghi, battute di parenti. Capita di essere prese alla sprovvista, non trovare l’ironia o la frase che avremmo voluto per rispondere a chi sostiene ancora che il patriarcato non esiste, che il femminismo è una moda e che “not all men”. Le attiviste femministe francesi Blanche Sabbah e Eve Cambreleng, nella loro graphic novel, hanno trovato il modo di illustrare dodici situazioni in cui ci siamo trovate tutte e ci guidano alla scelta delle parole potenti, invitandoci alla rivoluzione che possono compiere. Certo, è anche un incoraggiamento alla pazienza di cui bisogna dotarsi, ma è davvero una guida, che entra nel cuore delle tematiche, con un glossario ben definito e fonti ampie. È un libro da regalare alle e ai più giovani, ma anche a chi non smette di fare battute o a evitare di affrontare il discorso. Dopo un’introduzione delle stesse autrici, a piena pagina sono disegnate due mani che offrono due pillole, di colore diverso: “La scelta è tua: scegli la pillola rossa e la verità ti balzerà agli occhi. Ingiustizie, discriminazioni, violenze impunite, oppressioni patriarcali: vedrai OGNI COSA. La tua vita non sarà più la stessa: una volta che hai visto, non puoi più chiudere gli occhi …Oppure scegli la pillola blu e niente cambia: resti ignara, ma puoi dormire tranquilla.” I dodici capitoli ricostruiscono altrettante situazioni, forniscono dati e riferimenti, costringono a riflessioni e domande, anche sulle nostre pratiche quotidiane: La decostruzione, Not all men, Non sono femminista, sono umanista, Le femministe estremiste, Non si può più dire niente, Separare l’uomo dall’artista, La presunzione d’innocenza, E gli uomini allora?, Un po’ se l’è cercata, Gli uomini hanno delle pulsioni, Femminista e credente, È di moda essere LGBTQIA+. La nota di traduzione di Sara Manuela Cacioppo coglie perfettamente il registro colloquiale e l’ironia del testo originale.
Loredana Magazzeni raccomanda di leggere TUTTE CHIACCHIERE. Le voci e i silenzi delle donne italiane di fine Ottocento di Silvia Falcione, con approfondimenti critici di Roberta Cesana e Maria Vittoria Vittori, 8ttO EDIZIONI, 2025.
Da Anna Maria Mozzoni a Marchesa Colombi a Annie Vivanti, immensa fu la produzione delle donne nella seconda metà dell’Ottocento, ma soprattutto la loro presa di parola. Attiviste, scrittrici o semplici docenti, esse conquistano la scena pubblica apparendo nei salotti privati, nelle pubbliche sale e nei teatri per discutere di politica, leggere a voce alta le loro conferenze, presentare i loro romanzi. La giovane studiosa Silvia Falcione, partendo dai lavori di storiche (Franca Pieroni Bortolotti, Michela De Giorgio, Silvia Franchini, Maura Palazzi, Liviana Gazzetta, Marina Zancan e tante altre), e con un occhio al pensiero femminista contemporaneo di Judith Butler, Silvia Federici, Nancy Fraser, ricostruisce il cammino della presa di parola delle donne a partire dalla loro voce.
Non a caso i passi con cui l’autrice ci conduce “fuori dal silenzio” delle donne, riguardano questi quattro ambiti (salotti, conferenze, scrittura giornalistica e scrittura letteraria), trattati in altrettanti capitoli, segnando l’Unità d’Italia il nodo temporale cruciale in cui si definiscono i caratteri della nazione e si affina il ruolo giocato dalle donne stesse nella partecipazione al processo di cittadinanza.
Tra la produzione femminile ottocentesca ancora poco nota al pubblico ci sono le conferenze educative, che venivano pubblicate da piccole stamperie e case editrici e lette in pubblico. L’anonimato, l’ironia, l’uso dei diminutivi per descrivere il proprio lavoro (le mie povere cose, le mie storiette semplici) sono, secondo Falcione, apposite strategie di dissimulazione delle autrici per evitare la censura morale praticata dagli uomini (le donne non potevano esporsi pubblicando libri, a loro era concesso il solo ambito domestico e della maternità). Come sottolinea l’autrice, Maria Antonietta Torriani e Anna Maria Mozzoni erano in giro per l’Italia nel 1870 con le loro conferenze educative, conferenze all’ordine del giorno in Inghilterra, America e Francia, ma viste negativamente in Italia dove non esisteva ancora un modello di eloquenza e retorica per le donne. E infine come dimenticare i canti, i girotondi e gli slogan che accompagnano da sempre i cortei femministi? Immagino le conferenziere affacciate a balaustre o alle prese coi primi altoparlanti elettromagnetici e dico che la voce delle donne non ha poi mai più smesso di farsi sentire.
Amanda Rosso che consiglia L’uso della foto di Annie Ernaux e Marc Marie, edito quest’anno da L’orma editore con la traduzione di Lorenzo Flabbi.
L’uso della foto è forse il libro in cui Annie Ernaux si espone di più sottraendo, rivendicando il diritto all’opacità che attraversa la negoziazione costante dell’atto di narrarsi.
Scritto con Marc Marie durante i mesi di una relazione amorosa e del trattamento per un tumore al seno, il testo prende avvio da una serie di fotografie scattate dopo i loro incontri. Al posto dei corpi restano abiti abbandonati, interni domestici, oggetti. Non l’evento, ma ciò che ne sopravvive.
Quello tra testo e immagini è un rapporto di rispecchiamento asimmetrico: la fotografia trattiene e tace, mentre la scrittura rivela e insiste sulle tracce di ciò che non appare. Ernaux, che ha fatto dell’esposizione dell’intimo una pratica politica, sceglie qui di lavorare sui resti, su ciò che rimane dopo il desiderio, dopo la malattia, dopo il passaggio dei corpi.
Corpo che, pur centrale, resta fuori campo: desiderante, curato, esposto allo sguardo medico, ma sottratto allo sguardo fotografico. La scrittura diventa così un gesto di controllo e di cura, un modo per riappropriarsi di un corpo vulnerabile senza consegnarlo alla visibilità totale. Non una scelta di pudore, ma la rivendicazione di un sé precario, sottratto allo sguardo e affidato alle tracce lasciate dall’esperienza amorosa e dalla malattia.
L’opera, un passo a due che si dispiega nell’alternarsi di voci, linguaggi e modalità percettive, si costituisce come prosodia dell’esperienza di eros e thanatos: una partitura fatta di pause, ritorni e tracce, in cui desiderio e malattia si inscrivono nel tempo della scrittura. Un libro che fa del nascondimento una soglia, delle tracce un linguaggio e dell’assenza una forma di presenza politica e affettiva.
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Redazione LM
Scritture, politiche, culture delle donne. E non solo. Alla ricerca di parole, linguaggi, narrazioni che interpretino e raccontino cambiamenti e spostamenti in corso. Nello scambio tra lettrici, autrici e autori – e personagge.
REDAZIONE: Silvia Neonato (direttrice), Giulia Caminito, Laura Marzi, Loredana Magazzeni, Gisella Modica, Gabriella Musetti, Sarah Perruccio
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