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«A me basta un angolo tutto per me, nella camera da letto. Perché umani, animali, nipoti, cibo e strada sono la vita che ingrassa la scrittura. E finalmente mi sento scrittrice». Quinta puntata sui luoghi in cui le nostre lettrici scrivono

di Maria Luisa Bompani

Scrivo in camera, solamente in camera, seduta alla scrivania col pc, a letto su quadernetti, o su foglietti appositi messi sul comodino. Fuori casa scrivo invece solo brevi note, la mia scrittura ha bisogno di una porta chiusa, di una finestra chiusa. Le porte sono due in camera, da una entra il mio compagno, dall’altra il gatto Grigiosky. Dovrebbero stare fuori. Il gatto è bravo, l’umano meno.
Scrivo di preferenza al pomeriggio, all’ora del tè, che io non amo e non prendo mai, ma adesso che scrivo questo testo è mattina, una mattina di quelle così bigie che, se vai fuori, ti viene male al collo, alle ginocchia, alla schiena, e allora scegli le parole scritte, meno doloranti.
Non ho una stanza tutta per me, solo un angolo pieno di carte e cartelle. La stanza che mi ero creata è diventata quella del gatto malato, allora ne ho creata un’altra ma è diventata la stanza dei giochi, delle piante messe al riparo d’inverno, dei maccheroni di pasta integrale, e di molto altro. Recentemente ho capito che la stanza tutta per sé servirebbe sì, ma che ogni tanto va comunque disturbata, da gatti e persone. Perché poi i viventi intrusi ti interrompono, ma anche portano stille di vita che non possono che nutrire la scrittura.
E poi, a pensarci bene, mi disturbo io in continuazione: mi tormento per le relazioni umane, se ho detto una cosa sbagliata a una delle mie tante amiche e adesso quella non mi vuole più, e penso al gatto Grigiosky se ho fatto bene a non dargli stamattina il Plasil, non vorrei vomitasse, e penso alla polvere e alle ragnatele che tranquille si dispongono intorno a me, e poi mi saltano addosso i giudici interiori che dicono ehi, ma quel che scrivi non è granché. E poi mi interrompe il pc, con le sue bizzarrie di macchina che fa quello che le pare.
Si capisce da quello che scrivo che non ho bambini piccoli per casa, che le pulizie mi preoccupano poco, e anche le lavatrici e quant’altro. Si capisce anche che non sono sposata e che forse ho una certa età e non lavoro più.
No, le ultime due cose non si capiscono e così le dico: ho 68 anni e non faccio più l’insegnante da dieci. Però per una grande magia della vita ho due nipotine, e adesso sono venuti al mondo anche tre pronipotini. Stanno altrove, ma sono sempre dentro di me, anche quando scrivo, perché nutrono le parole, le ingrassano di gioia, le mettono a posto come ghirlande. Insomma sono la mia Musa, i bambini, anche se di miei non ne ho avuti.
Anche se nessun bambino in anni passati mi ha impedito di scrivere, sono io che mi sono tenuta nel cassetto la scrittura, come fanno spesso le donne, che l’autostima non l’hanno mai vista, e io me ne ero costruita una artificiale come professoressa, ma si sa che le cose artificiali vengono male e crepano, come muri costruiti senza ingegno dove poi arriva il terremoto. Pian piano ho imparato a dare aria alle mie parole scritte e adesso lo dico anche, che sono scrittrice.
Non mi preoccupo del lavoro domestico, che faccio come ginnastica, vorrei dire, artistica. Lo stirare ad esempio ha un suo fascino, mi porta nelle braccia parole di stoffa, parole accaldate, e siccome stiro accanto al pc, ci scappa che le due attività si sposino amabilmente. Per il cibo non mi preoccupo, ci pensa il mio compagno che, visto che gli è capitata una scrittrice, se la tiene e si mette religiosamente a fare da mangiare perché, quella, la scrittrice, progetta minestroni slavati che non sono cibo ma solo salute.
Forse qualcuno potrebbe pensare che sono una scrittrice da spolverare, cioè, come mi disse un giorno uno scrittore che avevo conosciuto, una che sta sempre seduta al pc a scrivere, come un suo amico anche lui scrittore, che la moglie lo spolverava ogni tanto sulle spalle e in testa con lo spolverino colorato. No, io proprio non sono così. Ho le mie ore d’aria. Sì, le chiamo così, due ore al giorno, circa, in cui sento il desiderio di scrivere, e allora non guardo in faccia a nessuno e spero che la stanza intorno a me resti chiusa.
Ma per il resto io giro lungo i cigli delle strade, incontro cani e persone, cammino adagio, mangio e ingrasso, guardo la gente che si parla, gioco con i bambini, mi curo, mi preoccupo del futuro e delle malattie, sorrido a chi mi ricambia, vado in mezzo a gente che non conosco, mi vesto come capita e ogni tanto con cura, guardo per aria e cado, facendomi una storta, coltivo desideri che non so se desidero, compro caramelle zuccherine, mi provo la pressione, bevo vino e anche acqua, vado a teatro, al cinema che mi piace meno, alle conferenze su cose che non so, e sono tante.
E poi leggo libri, si sa, lo dice Stephen King, che per diventare scrittori bisogna, oltre che scrivere scrivere scrivere, anche leggere leggere leggere. Ma mai dimenticare il resto, quella vita del corpo e dell’anima che sarà pure una prigione di cui la scrittura è l’ora d’aria, ma è prigione amata, perché è lì che sempre dobbiamo stare, visto che siamo nati senza parole scritte, bisognosi di altro allora e sempre. Ed è lì che ha radici la scrittura, all’aperto, tra gli altri, ma anche tra una scopa e un ragnetto.

 

Mi chiamo Maria Luisa Bompani. Sono laureata in Filosofia, ho fatto l’insegnante di Lettere e ho sempre avuto passione per la scrittura, prima poetica e poi in prosa. Ho pubblicato racconti e poesie in antologie collettive, quattro testi in prosa e in questi giorni un carteggio a quattro mani. Mi sono sempre interessata di scrittura delle donne.

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Redazione LM

Scritture, politiche, culture delle donne. E non solo. Alla ricerca di parole, linguaggi, narrazioni che interpretino e raccontino cambiamenti e spostamenti in corso. Nello scambio tra lettrici, autrici e autori – e personagge. REDAZIONE: Silvia Neonato (direttrice), Giulia Caminito, Laura Marzi, Loredana Magazzeni, Gisella Modica, Gabriella Musetti, Sarah Perruccio
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