Una biografia di Berthe Morisot ci racconta la sua tenace passione per la pittura e il suo lavoro con gli Impressionisti, portato avanti anche dopo il matrimonio. Di lei si tendeva a ricordare solo l’amore – platonico, perché lui era sposato – con Eduard Manet, ma di recente la sua arte è stata valorizzata anche con grandi mostre
Di Nadia Tarantini
«Il fatto che una donna non sposata abbia tanta difficoltà ad affermare la propria autonomia la riempie di rabbia, come quando, nel descrivere i suoi quadri, i critici parlano di “artista donna”. Forse che qualcuno sente il bisogno di definire “artista uomo” Renoir, Degas o uno qualunque degli altri pittori di cui si occupano?» E ancora: «Lei fa parte di quelli che, per affermarsi, devono risalire la corrente, anche se i muscoli si intorpidiscono nell’acqua gelida, la fatica toglie il fiato e i gorghi rischiano di trascinarti sul fondo. Non può affidarsi a una sorte che, come donna, le assegnerebbe solo un ruolo di moglie e madre, soprattutto nel tipo di famiglia a cui appartiene».
Le chiamavano muse, fingendo di ignorare che erano artiste anche loro – e che gli incontri con i pittori e scultori che amavano erano cominciati e si erano cementati proprio nel comune amore e lavoro per ì’arte. Gala per Dalì, Dora Maar per Picasso, Jeanne Hébuterne per Modigliani; Elizabeth Siddal per Dante Gabriel Rossetti e i pittori preraffaeliti, Kiki del Montparnasse (Alice Prin) per Man Ray, Josephine Verstelle Nivison per Edward Hopper. E la più sfortunata di tutte, Camille Claudel, scultrice, sorella del poeta Paul Claudel e compagna dello scultore Auguste Rodin – rinchiusa in manicomio negli ultimi trent’anni della vita, per una congiura di famiglia.
«Tornata a Parigi, Berthe dipinge con un ardore e un’intensità crescenti. Passa ore davanti al cavalletto, incurante della fatica, dimenticando perfino di mangiare e di dormire. La sorreggono una volontà di ferro e l’apprezzamento sempre più convinto degli amici pittori». Anche di Berthe Morisot (ora in uscita da Morellini editore, curato da Franca Pellizzari), pittrice acclamata nella seconda metà dell’800 – da Degas, Renoir, Monet – si è persa la traccia artistica, restando soltanto la fama di musa di Edward Manet (fare una ricerca su internet, per credere). Manet, come gli altri, l’apprezza, ma quando lei gli chiede consiglio per un ritratto della madre Marie Cornélie – lui imbraccia tavolozza e pennelli e lo ritocca senza consultarla. Scoppia a piangere, lei, pensando che ora il suo quadro è diventato “un’imitazione alla maniera di Manet” e che: «Per lui non sono una pittrice. Sono nessuno. Nessuno, capite?»
Il primo incontro con Eduard Manet per Berthe è stato illuminante, glielo presenta il pittore Fantin-Latour e per lei è amore a prima vista: «Poco dopo, si avvicina insieme a un uomo vestito con un’eleganza ricercata, che tiene tra le mani un bastone da passeggio. Indossa una giacca aderente, dei pantaloni chiari e un cappello, che solleva per salutare al passaggio una signora di mezza età. Un raggio di sole, penetrato obliquo dai lucernari, si impiglia nella massa chiara dei suoi capelli. Berthe si incanta nel vedere migliaia di particelle luminose rincorrersi tra i suoi riccioli». E stupore: è Manet, quel signore distinto, di buona famiglia? Lui, l’autore della scandalosa Olympia tutta nuda?
Manet è sposato (forse che il matrimonio, celebrato in Olanda, può risultare non valido? si chiede la giovane pittrice) e pur apprezzando da subito la sua pittura, pur facendo di Berthe una sua modella preferita – non rivelerà, per molto tempo, i suoi sentimenti. E quando infine un bacio e un abbraccio forte, protetti da un paravento aldilà del quale Marie Cornélie, la madre della pittrice, sferruzza, li rivela e li unisce – la loro relazione resterà spirituale e platonica. È l’ultimo quarto dell’Ottocento – e benché l’arte si scuota di dosso le convenzioni, così non può essere nella vita privata. Berthe, passati i trentacinque anni, sposerà Eugène, il fratello di Eduard, dal quale avrà la figlia Julie.
Franca Pellizzari unisce nei titoli dei capitoli colori e musiche – la musica è un’altra delle passioni delle due sorelle Morisot, Berthe e Edma, l’hanno studiata sin da piccole, e anche sotto la guida del grande Gioachino Rossini, che frequenta il salotto della madre. Una famiglia agiata, che accetta e incoraggia le vocazioni artistiche delle figlie – ma non può concepire che ne facciano un mestiere, e che per quello rinuncino a sposarsi e ad avere dei figli. D’altronde, Edma da sposata non dipinge più. Berthe, invece, continua la sua strada come fosse un uomo, e con che coraggio: aderisce all’associazione di pittori che, dal 1873, abbandonano il formale Salon con la sua mostra annuale, per fondare una mostra indipendente.
Renoir, Cezanne, Monet, Degas, gli stessi che abbiamo conosciuto in apertura del libro – intenti ad allestire, insieme alla figlia Julie, una mostra personale di Berthe dopo la sua morte. Che per dispregio saranno chiamati Impressionisti da un giornalista. Manet non sottoscrive lo strappo – perché, nonostante la sua arte trasgressiva, resta irrigidito nelle convenzioni del tempo.
Se Berthe non riuscirà a travalicare i secoli con la sua arte – come tante altre “Muse” – tuttavia la sua vita e la sua tenacia a non farsi irretire dalle regole ottocentesche, lascerà un segno proprio nella figlia, femminista ante litteram, e in altre donne che abbiano la fortuna di incontrare le sue tracce. Come quella Alice Million, che Franca Pellizzari inserisce alla fine del romanzo – spettatrice casuale della personale di Berthe, e che proprio da sua figlia Julie riceve l’incoraggiamento ad essere ciò che diventerà (canoista, nuotatrice e creatrice delle Olimpiadi delle donne): «”La parola artista”» mi ha detto una volta mia madre «”si usa senza differenze per i maschi e per le femmine. Io me la sono ripresa. Tutto qui.” E a me ha insegnato a essere libera e coraggiosa. Non è facile, ma ne vale sempre la pena».
Franca Pellizzari, Berthe Morisot, La rivoluzione silenziosa, Morellini editore, 2025
Nadia Tarantini
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