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Tra biblioteche, collettivi e call per borse di studio, una dottoranda precaria riflette su corpo, desiderio e lotta. In Storia dei miei peli Lavinia Mannelli racconta con ironia e precisione politica le contraddizioni di chi cerca giustizia in un presente che non la rende possibile. L’abbiamo intervistata

 

Di Amanda Rosso

 

Storia dei miei peli di Lavinia Mannelli è un romanzo impietoso e lucido che mette a nudo le contraddizioni del privilegio, del genere e della classe all’interno di una generazione cresciuta con l’idea di potercela fare, ma senza gli strumenti materiali per riuscirci davvero. Ambientato nel mondo precario dell’università e del lavoro culturale, il romanzo racconta la tensione fra l’ideale e la necessità, fra la militanza femminista e le piccole strategie quotidiane di sopravvivenza. Con una scrittura ibrida e ribelle, che sfida le forme della narrazione e i codici della femminilità imposta, mescolando diario intimo, saggio accademico, pamphlet politico e flusso di coscienza, e attraverso una voce narrante vivissima, ironica, arrabbiata e colta, Mannelli ci conduce nei meandri di una quotidianità precaria e politicizzata, che si muove tra l’università, l’attivismo femminista e il desiderio di autodeterminazione radicale.

Attraverso l’escamotage narrativo della tesi di dottorato sulla rappresentazione delle partigiane nei romanzi scritti da uomini, e una trama costellata di citazioni e riferimenti alla teoria femminista, Mannelli costruisce un dialogo costante tra pensiero e vissuto, tra desideri incarnati e parole lette nei libri. Il risultato è una riflessione tragicomica sulla distanza fra le nostre aspirazioni di giustizia e la realtà materiale in cui ci muoviamo: fatta di debiti, di sogni editoriali frustrati, di call per borse di studio e di scroll compulsivi sui social. Storia dei miei peli è un romanzo politico, ma non dogmatico; affettivo, ma mai sentimentale; capace di restituire con una lingua dinamica e vitale le contraddizioni del nostro vivere politico contemporaneo.

 

Come nasce Storia dei miei peli? E com’è stato il suo percorso editoriale fino alla pubblicazione con 66thand2nd?

Intanto grazie dell’attenzione e delle belle parole che hai dedicato al mio libro qui e altrove: sono contentissima di rispondere alle tue domande e spero che saprò farlo, anzi.

Storia dei miei peli nasce come saggio: è stato l’editor del mio primo romanzo, Alessandro Gazoia, a chiedermi se avessi voglia di partecipare con un saggio narrativo a una nuova collana della casa editrice 66thand2nd. Tema a piacere: potevo non scegliere i peli? Però la scrittura saggistica somigliava troppo all’altro grande impegno che avevo in quel momento e che era la revisione della mia tesi di dottorato. Per questo, un po’ senza accorgermene e un po’ per guadagnare uno spazio di evasione/vendetta contro i confini della saggistica accademica, rigorosamente impersonale, ho iniziato a scrivere di una protagonista che si chiama Lavinia Mannelli, proprio come me, che stava facendo un dottorato di ricerca in letteratura italiana, proprio come me, ma che, a differenza mia e di molti miei colleghi, non aveva tutta una serie di comodità tra cui – pensa un po’ – uno stipendio. Ecco com’è nato Storia dei miei peli, che anche per questa specifica genesi è molto diverso dal mio primo libro, L’amore è un atto senza importanza. In comune un po’ di pazzia, ma su quella mi sa che andrò peggiorando.

 

Il romanzo è densissimo di riferimenti teorici, citazioni, note a piè di pagina: a tratti sembra davvero un paper universitario, con un ritmo più libero e selvaggio. Come hai lavorato sull’intreccio tra scrittura narrativa e scrittura teorica?

La cosa curiosa è che quando scrivo saggistica (o appunto la tesi di dottorato) non sono affatto brava a citare: mi piace comunque procedere a partire dal testo da analizzare e, poi, semmai, rimandare a interpretazioni precedenti o riferimenti bibliografici importanti.

In questo libro ho probabilmente riversato tutto quello che ritengo un vezzo di un certo modo di fare accademia: citare, citare, citare, perché altrimenti ti manca la terra sotto i piedi. Molto rischioso perché finisci per imprigionarti da sola e non darti lo spazio, e il potere, di dire qualcosa di nuovo. In Storia dei miei peli la protagonista è il lato peggiore di me, in questo senso: cita nevroticamente finché non arriva Daniel85. La trama è proprio quello spazio di potenziale libertà da sé stessa che potrebbe salvarla, oppure no.

 

Il libro è attraversato da una costante riflessione sul precariato accademico e sulla classe sociale, ma senza mai perdere il punto di vista situato di chi scrive. Ci racconti di privilegio, relativo e assoluto, di ideali ma anche di compromessi…

Per me il dottorato è stato un compromesso. Venivo da qualche anno di precariato a scuola, come supplente di materie letterarie nelle scuole medie di Pistoia e Milano, ma sentivo anche che era una scelta pigra. Necessaria, perché dopo la laurea avevo chiaramente bisogno di lavorare, ma anche fin troppo meccanica: non mi sono fermata davvero a capire se la scuola era il posto giusto per me. Un lavoro non deve essere né retorica della devozione né un alibi per non prendersi sul serio. Così ho cercato di vincere un dottorato perché volevo scrivere romanzi e perché il dottorato, se ti organizzi e se accetti di vivere con un complesso di inferiorità costante, sindrome dell’impostore, competitività assurda e situazioni materialistiche complesse, è un’opportunità unica perché puoi gestirti da solo i tempi di lavoro.

Sono stata molto fortunata, poi, non solo perché sono riuscita a vincere una borsa di studio (poca cosa, ma fondamentale come si capisce dal libro), ma anche perché la mia tutor all’Università di Siena è stata Daniela Brogi, che ha capito e anzi incoraggiato questa mia necessità. Anche la cotutor, dell’Université Paris Nanterre, Silvia Contarini-Hak, mi ha aiutato molto. Devo insomma davvero tanto alla buona sorte e alla presenza di persone come loro, come tante altre, se non ho rischiato troppo la schizofrenia. Quella va e viene a prescindere… Soprattutto se sei una dottoranda oggi, credi nell’accademia e il governo decide di tagliare i fondi per la ricerca universitaria (vedi Ddl Bernini): soprattutto se, insomma, il dottorato per te non è un compromesso ma è esattamente quello che vuoi e sai fare.

 

Anche i peli e il rapporto di Lavinia con il suo corpo simboleggiano le contraddizioni che da sempre costituiscono la relazione della femminilità, lotta politica, rivendicazione sensuale, incarnata e i compromessi sono inevitabili…L’umorismo, trovo, è lo strumento che usi per smontare il potere, a scardinare l’impianto patriarcale, ma anche a resistere alla disperazione…

Sì, l’umorismo per me è una strategia di sopravvivenza politica e non nel senso che è evasione, ma proprio perché è esposizione: serve a mostrare meglio, a scorticare il linguaggio, a incrinare le certezze, a spostare il peso del discorso sul corpo, dove il potere agisce forse più a fondo. Come scrive Freud nel Motto di spirito, il comico è ciò che consente di dire ciò che non si potrebbe dire: è scarica di piacere ma anche, sempre, un atto di aggressione. Il riso è in questo senso la prima crepa nell’ordine del mondo: come diceva Audre Lorde per la poesia, anche l’umorismo “non è un lusso”.

E poi non volevo scrivere un romanzo edificante: volevo una voce sporca, affilata, un po’ infame, dove l’intelligenza della protagonista (accademica, per esempio, ma anche morale) fosse scavalcata continuamente dal sospetto di non essere abbastanza. L’ironia (o l’autoironia) è plasticamente questo esercizio di scavalcamento – ancora una volta, un po’ schizofrenico.

 

La sorellanza tra personagge è uno dei motori della narrazione, ma non viene mai idealizzata: è complessa, contraddittoria, attraversata da microconflitti e affetto vero. Come hai pensato e costruito le relazioni tra donne nel romanzo?

La sorellanza è una pratica, non una garanzia. Il femminismo di Lavinia è vero nel senso che, come dicevi tu, è intermittente, attraversato da ego, gelosie, dislivelli di potere percepiti o effettivi che lo mordono ogni giorno: per questo è un motore narrativo. Il patriarcato ci ha insegnato a non fidarci l’una dell’altra – eppure continuiamo a provarci, e anche questo è un motore narrativo. La frizione, la fatica cieca del tenere insieme: era questo che mi interessava. Mi sembrava importante scrivere un romanzo femminista dove le relazioni tra donne non fossero solo salvataggio reciproco o sorellanza epica, inarrivabile, ma anche incomprensione e persino rottura. E dove pure e forse soprattutto la solitudine, però, fosse disallineamento, sospetto e fiducia mal riposta.

La protagonista si definisce eco-trans-femminista antispecista. Come si intrecciano per te questi diversi assi di lotta e come hai lavorato per portarli nella narrativa senza cadere nella pedagogia o nel manifesto, e come si situa l’idea dell’orto sociale, che attraversa tutto il romanzo a tratti come è un’alternativa concreta, un sogno, un piano B, a tratti tutto questo insieme?

Lavinia mette insieme etichette complesse con un misto di lucidità e disperazione. Il suo femminismo è attraversato dal desiderio di coerenza assoluta, ma anche da continue crepe: materiali, affettive, alimentari, politiche. Per me l’orto è proprio la rappresentazione plastica di questo: un’utopia a bassa intensità, un sogno ecologico anticapitalistico fragile e goffo che unisce e separa Lavinia dalle altre NoShave/Me. Non è solo una metafora: è un esperimento concreto, politico e affettivo, fatto di terra, di piante che muoiono, di erbacce, e mostra meglio di tanti discorsi forse quanto sia importante vedere e affrontare la crepa (nel terreno, nella pelle) per crescere anche noi (come piante, come peli) come donne e uomini migliori.

Molti personaggi maschili – anche quelli apparentemente alleati – appaiono ambigui, goffi, spesso involontariamente violenti. Che tipo di riflessione c’è, se c’è, sulla figura dell’alleato nel tuo romanzo?

L’alleanza, come la sorellanza di cui parlavamo prima, richiede disarmo, ascolto, decentramento. E quindi insomma fatica. I personaggi maschili, ma direi tutti, sentono loro malgrado questa fatica e agiscono ciononostante ma sempre un po’ in ritardo. Riccardo, lo pseudofidanzato di Lavinia, o Mattia o gli altri amici maschi del collettivo fanno in questo senso semplicemente parte del paesaggio: proprio come Valeria, Patti e Lavinia stessa. A volte parlano troppo, o troppo poco, spesso sono bussole morali inarrivabili (o percepite come tali dalla protagonista). Per essere un collettivo, la comunicazione funziona piuttosto maluccio ma involontariamente, come dicevi tu: si è trattato quindi di mostrare le asimmetrie sottili, gli automatismi culturali, la violenza passivo-aggressiva che si infiltra anche nei contesti “sicuri”. Tanto che, per esempio, per parlarsi davvero tra amiche c’è bisogno di una porta scassata (o lo schermo di un telefono) a fare da filtro.

Il collettivo NoShave/Me è uno dei luoghi più vivaci della narrazione. Quanto c’è di reale e quanto di immaginato nella sua costruzione? E cosa rappresenta per te oggi l’azione collettiva?

Il collettivo NoShave/Me è un luogo ideale di parodia e di affetto: di cui ridere, da criticare anche ma soprattutto da proteggere. È inventato ma poggia su esperienze reali: collettivi, gruppi di lettura, assemblee transfemministe e orti condivisi che negli anni ho frequentato ma solo in parte. Sento anzi molto il rischio di essere (o di finire) come Lavinia, e spesso penso che dipenda da questioni materialistiche (ho cambiato molte, troppe case e città in poco tempo), molte altre volte penso che sia una conseguenza della mia paura di non essere abbastanza coerente, giusta, radicale o informata. Quel collettivo inventato mostra insomma sia le mie paure che i miei desideri: è un tentativo – forse fallito, forse in divenire – di creare un linguaggio comune, una piccola genealogia condivisa. Perché se il libro ha una sua voce politica, credo che non sia quella della militanza perfetta, che non conosco e non so probabilmente abitare, ma quella della frustrazione e della continuità maldestra. Anche se finge, si lamenta, si allontana, Lavinia è e resta tutto sommato una NoShave/Me perché nessuna ce la fa da sola.

Che cosa stai leggendo in questo momento? E che cosa leggevi mentre scrivevi Storia dei miei peli? (Lo chiedo anche perché il romanzo è pieno di riferimenti e libri citati, quasi fosse una biblioteca femminista personale.)

Quando scrivo non devo leggere niente. Sennò mi entra in testa il ritmo delle frasi delle altre scritture, un immaginario che non è e non può essere il mio, una serie di tic stilistici e narrativi che non appartengono e non possono appartenere a quello a cui sto lavorando. Quindi leggo moltissimo prima, in avvicinamento alla prima stesura cioè, e dopo. Per questo libro ho riletto molti romanzi importanti per me. Ne dico alcuni: Menzogna e sortilegio di Morante, L’idiota di Dostoevskij, La vita agra di Bianciardi, Il mio anno di riposo e di oblio di Moshfegh, ma anche Despentes, Machado, Winterson, Nettel… Insomma, proprio per salvaguardare lo spazio dell’ambiguità, tanti romanzi molto diversi tra loro e poca saggistica, anche perché stavo già leggendo quella per la tesi. Adesso invece ho finito da poco il romanzo breve Mrs Caliban di Rachel Ingalls (nottetempo, 2018) e ho cominciato la raccolta di racconti Benedetto è il frutto (Adelphi, 2025). Prossimo libro: Risto Reich. Il lavoro del cameriere di Luigi Chiarella (Alegre, 2025).

Lavinia Mannelli, Storia dei miei peli (66thand2nd, 2025)

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Amanda Rosso

Amanda è nata e cresciuta nell’entroterra ligure. Si è laureata in Comunicazione all’Università di Pavia e ora vive e lavora a Londra, dove ha conseguito un Master of Arts in Modern Languages and Comparative Literatures alla Birkbeck University. I suoi racconti sono apparsi su “Narrandom”, “Quaerere”, “Malgrado le Mosche”, e in alcune antologie online e cartacee, fra cui “Musa e getta. I racconti delle lettrici e dei lettori” (Ponte alle Grazie, 2021) e “Il corpo c’è” (Vita Activa Nuova, 2023). Ha co-tradotto la raccolta di racconti “Donne d’America” (Bompiani, 2022) a cura di Giulia Caminito e Paola Moretti. Fa parte dell’attuale direttivo della Società Italiana delle Letterate.

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