«L’atletica ha rappresentato lo spiraglio, la via d’uscita, la salvezza», scrive Valentina Petrillo nella sua autobiografia in cui racconta le vittorie alle Paraolimpiadi e il suo essere assegnata a un genere che non sentiva suo. Valentina sarà alla libreria Antigone a Milano il 4 febbraio alle 18.30 per discutere del nuovo numero di Leggendaria, il 174, “L’atleta è anche donna” a cura di Silvia Neonato
Di Barbara Mapelli
Nelle ultimissime pagine della sua autobiografia – Più veloce del tempo – Valentina Petrillo scrive qualcosa che stupisce chi ha letto il libro: non sono una grande atleta e non lo dico per falsa modestia – lei che può vantare un medagliere fitto di ori e argenti vinti in Italia, altrove e durante le paraolimpiadi – e prosegue: «durante alcuni allenamenti specifici si vedono i miei limiti: non riesco a essere coordinata e non sono stilisticamente molto bella da vedere. La mia è una corsa d’impeto, di rabbia, spesso poco redditizia rispetto alle energie profuse».
Eppure la conclusione è che: «l’atletica ha rappresentato lo spiraglio, la via d’uscita, la salvezza. Sulla pista ho sempre trovato le motivazioni, i significati e le risposte giuste: quella è stata la mia rivalsa, il riscatto della mia vita».
Una vita, quelle di Valentina, che si snoda tra due problematiche che fanno da sponda dolorosa, complessa allo svolgersi di un’esistenza che trova fin da subito nella corsa, nella velocità una sorta di riscatto, come lei stessa afferma, che la trasformerà nel tempo in una grande atleta, nonostante ciò che lei afferma, in una donna che si può sentire finalmente realizzata.
Il disagio profondo, la sofferenza di chi non si sente corrispondere al sesso con cui è venuta al mondo – nel gioco delle desinenze Valentina adotta quasi sempre il femminile anche per il periodo precedente al transito, quando era un maschio – è una forma di dolore diffuso che la accompagna fin dai primi anni di vita. Ne racconta attraverso una serie di tappe, di negazione, prove di travestitismo che non soddisfano i suoi bisogni e, infine, di tentativi di ‘normalità’ quando si sposa con una donna e hanno un figlio. Finché, tardi, molto tardi, a più di quarant’anni, avvia il percorso di transito con tutte le difficoltà, le lunghezze che la burocrazia medica impone, i problemi di relazione con la sua famiglia di origine.
A questa lunga storia di ricerca di sé, della più profonda necessità di trovare la propria identità, si affianca la scoperta di una vista che va nel tempo sempre più affievolendosi: Valentina, e prima Fabrizio, diviene ipovedente.
Ma il desiderio di correre, di gareggiare, con tutti i problemi che la sua condizione propone non si spegne e diviene un filo rosso che dà senso a fatiche e sofferenze. Le dà la forza di essere combattiva, di portare avanti le battaglie per la conquista dei suoi diritti.
Le sono vicine alcune persone, nel tempo molte, ma soprattutto il figlio, la ex moglie, Elena, che non l’abbandona mai, la figlia di quest’ultima: insieme formano una famiglia unita, solidale, che non la lascia mai sola nelle problematiche che affronta. E con successo.
Valentina diventa famosa per la sua determinazione, per i successi che incontra nelle gare paralimpiche: viene girato un film su di lei, i giornali ne parlano. Il suo successo si trasforma in forza anche per le altre che hanno gli stessi suoi problemi, o, per meglio dire, non solo il suo successo diviene esempio, ma soprattutto le qualità che l’hanno resa non solo un’atleta ma una persona con una comprensione degli eventi e delle persone che allarga lo sguardo, propone anche a chi legge la sua autobiografia o viene a conoscenza della sua storia, una serie di riflessioni e l’ingresso in mondi che la cosiddetta normalità vuole rendere opachi, se non invisibili ai più.
Valentina che vince le sue prime medaglie correndo con gli uomini e poi con grande fatica riesce a farsi accettare come atleta donna. Valentina che fatica a vedere le corsie della pista e una volta neppure il traguardo e corre, vincente, molti metri dopo averlo tagliato. Valentina che piange, si perde d’animo, e poi si riprende telefona, fa appelli, coinvolge nella sua storia quella di molte altre. Valentina che riesce a far partecipi del suo cambiamento anche le persone più restie, il padre, il fratello, amici e amiche che si erano allontanate. Valentina per tutti e tutte rappresenta un’apertura, un orizzonte che si arricchisce della comprensione della diversità.
E questo è il proposito della sua autobiografia, un proposito che chiarisce nelle prime pagine del libro. «Dedico queste righe a chi vede diversamente, pensa diversamente, vive diversamente, vive diversamente perché nessuno si senta più ai margini della società, perché la diversità sia fonte di ispirazione, sia da stimolo per apprezzare le nostre unicità».
E non rinnega nulla della sua vita, anche ciò che le ha presentato le maggiori angosce nella sua esistenza da maschio. «Non è stato facile per me vivere socialmente quarantaquattro anni come maschio, io non voglio dimenticarlo (…) Non voglio cancellare nulla di me, quella che ero, quella che sono, quella che sarò fanno parte di me, sono la mia storia».
Valentina Petrillo (con Claudio Arrigoni e Ilaria Leccardi), Più veloce del tempo. Il viaggio della prima atleta transgender verso la felicità, ed. Capovolte, Alessandria 2024
Barbara Mapelli
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