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«Liberando le orecchie» abituate al canone maschile si possono rivedere sessismo e stereotipi anche in classe a partire da uno strumento come la musica. Nel suo libro “La canzone d’autrice” Patrizia Danieli parte dal canto popolare e giunge ad analizzare le canzoni di oggi

Di Barbara Mapelli

Le cantautrici hanno saputo raccogliere «le trasformazioni del nostro tempo e restituirle in termini di prodotto artistico», scrive Patrizia Danieli nel suo testo La canzone d’autrice. Antropologia, potere e narrazioni femministe in Italia. «Liberando le orecchie», abituate al solo canone maschile, possiamo imparare ad ascoltare, con loro, le voci e i punti di vista delle identità marginalizzate a causa di sessismo, razzismo e abilismo. Possiamo imparare ad esercitare uno sguardo critico, che ci permette di osservare la pluralità dell’esistente e delle interpretazioni che se ne possono dare, il divenire delle realtà attraverso gli sviluppi e gli sguardi differenti nel tempo dei prodotti artistici. (pp.162,3)
Si tratta anche, forse soprattutto, di un richiamo diretto alla scuola e ai /alle docenti, al valore pedagogico che permea tutto il libro, il quale alterna diverse posture di osservazione, di stimoli che provengono da analisi e studi spesso poco noti, oltre al riconoscimento della valenza educativa di un’ottica transdisciplinare, tanto più fertile – almeno ai miei occhi – quanto inattesa.
Il testo è generoso di informazioni, spunti, riflessioni, che si muovono, come si diceva, in ambiti disciplinari diversi. «C’è sempre qualcosa che sfugge alla storia ufficiale», scrive nella sua prefazione Sveva Magaraggia e quel qualcosa qui è catturato, sviluppato, presentato come interpretazione delle narrazioni interpretative alternative al canone unico, maschile. E mi permetto di osservare come questa modalità di ricerca colta, ma innervata nella cultura popolare, dovrebbe essere un esempio da seguire in altri campi.
Le prime parti del volume creano una cornice storica basata sulla lettura del Novecento con un’attenzione alle relazioni tra i generi. Storia delle donne, storia del femminismo, che, pur mutando, è capace di interpretare i cambiamenti della storia e delle storie che si intrecciano in questa nostra contemporaneità e vicino passato.
Una conoscenza della realtà che esprime il suo principale valore nel riconoscimento che ogni sguardo, ogni osservazione è parziale e situata, e che il posizionamento privilegiato è quello di chi si pone o è respinto ai margini, poiché è in grado – e qui Patrizia Danieli cita alcune tra le principali pensatrici del Novecento – di osservare le diverse espressioni del potere, che chi è in posizione di dominio non può (vuole) vedere.
Il punto di osservazione che il libro appunto assume è quello delle canzoni e dei testi di cantautrici, una doppia marginalità, di una tipologia di musica considerata non colta, e per di più che vede protagoniste donne.
Le prime analisi riguardano però il canto popolare scritto e interpretato dagli uomini: vi domina la violenza, in varie forme, agita, pensata, imposta come derisione, asserita minorità femminile. Mentre i riconoscimenti positivi si rivolgono solo alle donne che si propongono nei ruoli più tradizionali, l’esempio più evidente è quello delle madri che donano, durante la guerra, i propri figli alla patria.
Il matrimonio è riconosciuto dalle cantautrici come luogo tra i principali di questa violenza che viene denunciata in alcune ballate e ninne nanne interpretate da donne.

Ninna nanna, la malcontenta
l’babbo gode, la mamma stenta
Babbo va all’osteria
Babbo mangia l’baccalà
Mamma tribola a tutt’andà
Babbo mangia le polpette
Mamma mette le crocette
Mamma allora fa il grugno
Babbo le dà un pugno… (p.71)

E, ancora, una versione delle mondine di Bella ciao, in cui si denuncia la durezza del lavoro, «il capo in piedi col suo bastone e noi curve a lavorar».
Queste canzoni, scrive Patrizia, sono formulaiche, nel senso che divengono una forma di comunicazione partecipata e intensa, uno sfogo ai sentimenti di tristezza, abbandono, rassegnazione.
Negli anni successivi, Sessanta e Settanta, si aggiunge alla protesta già viva nei canti popolari, l’impegno politico e nel testo vi è la presentazione di grandi interpreti, tra cui spicca naturalmente il nome di Giovanna Marini. Alcune di queste donne vengono intervistate e le loro parole occupano un’intera parte del volume.
Le canzoni di autrice accompagnano e commentano quindi i grandi eventi politici dell’epoca, che riguardano in particolare le donne: il divorzio, l’aborto, la maternità, la conquista di una sessualità più libera.

Ma adesso la clitoride va assai rivalutata
mentre la chiesa e l’ommini l’han sempre ignorata
ma noi nun ce stamo più e nun ce stamo più
a fasse addoprà ancora ome ‘n’oriologio a cucù
… (p.125)

Il richiamo al lavoro casalingo, non riconosciuto neppure dai compagni,

Mentre voi facevate la lotta di classe
Le vostre compagne proletarie
continuavano a lavorare gratis
Ancora non avete capito niente
Cari compagni della classe operaia
sono le donne la parte più sfruttata!

Contro la nostra schiavitù noi lotteremo
Cari compagni che dite di capire
Con uguale potere un giorno ci incontreremo (pp.106,7)

Il testo di Danieli giunge ad analizzare le canzoni dei nostri anni, ritrovandovi un filo di continuità con il passato. In particolare, in una realtà in cui la mascolinità, profondamente in crisi, ha bisogno di continue dimostrazioni del proprio esistere, di una forza che appare largamente erosa e, quindi, tanto più deve mostrarsi con una sicurezza che non possiede: viene esasperata l’oggettivazione sessuale delle donne, cancellandone la possibilità di agire e la personalità. Sono i prodromi, scrive Patrizia, alla violenza. Le donne, continua l’autrice, divengono testimoni di una temerarietà esibita, di rischi inutili volti a dimostrare «coraggio virile», mentre l’ostentato distacco emotivo diviene una maschera al timore di mostrarsi fragili.
È netta la denuncia della violenza nei testi delle cantautrici, la lucidità rispetto alle sue origini, all’educazione tossica ricevuta dagli uomini, ai falsi pentimenti, alla genealogia maschile che tramanda quel modello.

Questa mattina non mi sono svegliata
E l’invasore ce l’avevo in casa
Inseguita, controllata, minacciata
Nel tossico vestito dell’amore
Una camicia di veleno quel vestito
Che brucia il tempo e tutte le sue ore
Il pentimento e poi le scuse e il farò meglio
Sono le maschere che hanno armato il coltello
Sono stati i padri, è stato il sacrificio
Son stati i rifiuti a cui non si è educati
È stata la cattiva educazione
Che non ha mai insegnato l’emozione
… (p.154)

La musica quindi aiuta a rifuggire dal mono-modello, a riconoscere gli stereotipi sessisti tuttora presenti nella produzione musicale, e con queste osservazioni torna nelle parole dell’autrice la sottolineatura della natura educativa del suo lavoro di ricerca e scoperta: molti e molte giovani possono, attraverso una proposta a loro molto vicina come la musica, riconoscerli questi stereotipi, svuotarli della loro valenza negativa.
Ma emerge nei testi delle cantautrici anche una differente valutazione del maschile, degli uomini che mettono in crisi il modello di maschilità tradizionale e violenta, una sua risignificazione che appartiene a quanto, fortunatamente, la realtà contemporanea ci sta offrendo, frutto anch’esso, di

«un’autodeterminazione femminile che, iniziata in modo preponderante, negli anni Settanta del secolo scorso, non è più possibile fermare e via via assume sempre più corpo, posizione, parola nello spazio pubblico. La parola, in queste pagine, è cantata in modo individuale, cercando però sempre una rete, un’appartenenza, una volontà di collaborazione vissuta come necessaria di fronte a un potere (quello del mercato) escludente e discriminante.
La canzone d’autrice è stata qui narrata da una prospettiva di genere e la possibile sensazione di parzialità nel leggere l’insieme diventa un punto di forza per ulteriori approfondimenti sia in ottica socioantropologica sia pedagogica o didattica, nella convinzione che lo studio accademico debba considerare forme di attivismo ed esperienze che spesso nascono dai margini per creare un lavoro di sinergia utile a tutta la società». (p.226)

Patrizia Danieli, La canzone d’autrice. Antropologia, potere e narrazioni femministe in Italia, Ledizioni, Milano 2025

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Barbara Mapelli

Barbara Mapelli, pedagogista e saggista, da anni mi occupo, studio e pubblico testi sulle tematiche di genere e lgbtqia+. Ho insegnato Pedagogia delle differenze di genere presso la Facoltà di Scienze della Formazione, Ateneo Bicocca. Attualmente sono nel Consiglio Direttivo della Libera Università delle Donne di Milano, nel Comitato Scientifico della Fondazione Badaracco, e, con altre/i, ho fondato il gruppo di ricerca interuniversitario NUSA (nuove soggettività adulte). Collaboro abbastanza regolarmente con la rivista Leggendaria. I miei ultimi due libri sono “Nuove Intimità”, Torino 2018 e “Nel frattempo. Storie di un altro mondo in questo mondo”, Milano 2020.

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