Quello che non ci siamo mai detti

Amanda Rosso, 8 luglio 2024

Una insegnante di norvegese accetta di accompagnare un suo alunno in Romania, dove ha da sbrigare alcuni affari di famiglia. Durante il viaggio mette in discussione il suo rapporto con il ragazzo, con il linguaggio e con la propria depressione. E poi ci sono i cani abbandonati. Intervista all’autrice Claudia Ulloa Donoso

Di Amanda Rosso

Il viaggio come elemento narrativo è un topos centrale della storia del romanzo. Da I viaggi di Gulliver a Ventimila leghe sotto i mari, da Sette anni in Tibet a Mangia, prega, ama, il tema del viaggio esplora sempre l’incontro con l’Altro che si trasforma nell’incontro primigenio con noi stessi. Il segreto di sé è quindi una scoperta imprescindibile custodita fra le pieghe di una cultura, una lingua, un popolo che non è il nostro.
In Ho ucciso un cane in Romania (Alessandro Polidoro Editore con la traduzione di Massimiliano Bonatto), l’autrice Claudia Ulloa Donoso ribalta il cliché del viaggio come autocoscienza e rivelazione del sé per esplorare la distanza siderale fra i nostri sé possibili e le loro manifestazioni.
La protagonista, una professoressa di norvegese che soffre di depressione, viene scossa dal suo recluso torpore da un suo ex studente, Mihal, che la invita ad accompagnarlo in Romania, dove ha alcuni affari da sistemare. Sradicati dalla confortevole distanza di una zona franca – Mihal infatti è di origine romena e la protagonista è peruviana – i due dovranno confrontarsi con gli squilibri di potere nella loro relazione, ma soprattutto con le modalità attraverso cui il linguaggio plasma le loro identità e relazioni.
Ho ucciso un cane in Romania è un romanzo sulla lingua, sulla spiritualità e fisicalità del linguaggio, e sulle conseguenze della migrazione, scritto con una prosa che sa rievocare gli umori, gli odori e i sapori di un’esistenza in transizione, in conflitto e in relazione. Ulloa Donoso affida alla lingua la responsabilità di tracciare una mappa della distanza minima fra due punti, a livello subatomico, ma anche di dipingerne gli scenari possibili, quasi mistici.
Amanda Rosso intervista l’autrice.

Ho ucciso un cane in Romania è un romanzo dettagliatissimo, capace di investigare sia le relazioni fra esseri umani, che fra umani e non umani, che fra umani e luoghi. Come è nata l’idea del romanzo, ci sono elementi autobiografici?

L’idea del romanzo è nata da un viaggio che ho fatto in Romania, ma non è solo l’esperienza di questo viaggio. C’è stata una serie di elementi che si sono uniti per portarmi a scrivere questo libro.
Ho lavorato come stagista in una clinica veterinaria e in quel periodo sono rimasta colpita da una notizia: molte persone andavano dalla Norvegia in Romania a salvare i cani randagi. Alla fine, molti di questi animali non sono potuti entrare nel paese per motivi di salute e sono stati soppressi. Sono rimasta colpita perché ho pensato alle buone intenzioni di queste persone che hanno intrapreso un viaggio in un altro Paese per salvare un cane che alla fine è morto comunque, non per strada, ma con un’iniezione, in un ambulatorio. È triste comunque lo si guardi. Naturalmente ci sono diversi elementi autobiografici (il mio lavoro di insegnante, l’aver sofferto di depressione); ma non è una storia sulla mia vita: è finzione. Il viaggio, la notizia e la mia esperienza nella clinica veterinaria sono stati, diciamo, i tre ingredienti principali.

Il romanzo sembra suggerire che siamo persone diverse con lingue diverse, senza dare una risposta su quale delle voci sia quella autentica. È stato molto affascinante per me leggere di Mihal/Ovidiu, e di come questa trasformazione non sia solo legata al ritorno “a casa”, ma alla lingua e a come Ovidiu la padroneggia.

Penso che quando impari un’altra lingua e acquisisci nuove parole, altre strutture sintattiche, il tuo modo di pensare cambia. Devi sempre pensarci su due volte prima di esprimerti, indipendentemente da quanto bene padroneggi la nuova lingua. In una lingua che non è la tua sei sempre un po’ più cauta, credo. Te ne stai di più in silenzio. C’è una barriera che non viene mai infranta. Nella nostra lingua, invece, credo che si possa sempre lasciarsi andare.

Nel romanzo, grazie ai punti di vista molteplici, esploriamo anche il punto di vista di Ovidiu e la sua relazione con la propria famiglia, il passato e il presente migratorio, e il suo complicato rapporto con la Romania. Quella con le radici, per i migranti, è sempre una relazione complessa…

Sempre. Il fatto è che si aggiungono elementi come la distanza e i legami che si costruiscono a partire da ciò che è estraneo e non familiare. Tuttavia, il riavvicinamento è sempre possibile.

Nessuno sembra capirsi davvero, a prescindere dalla lingua comune, e chi si comprende, nel romanzo, si comprende a prescindere dalla parola. Anzi, nel silenzio sembra davvero compiersi il miracolo dell’incontro…

Esattamente. Ci sono molti silenzi nella storia. La protagonista perde improvvisamente la parola ed è da questo silenzio e dalle cose che i due personaggi non si dicono che avviene il riavvicinamento.

Anche quello della sofferenza psichica, la depressione, è un tema cardine. I personaggi hanno diverse modalità di relazionarsi a questa condizione e mettono in evidenza questioni di genere, di classe, anche differenze culturali di percezione della vulnerabilità…

Sì. Non avevo mai pensato a questo romanzo come a un romanzo sulla salute mentale. Per me è sempre stato un romanzo sulla lingua, sui viaggi, sull’amore per gli animali, sull’amicizia… Mi sono resa conto che anche la depressione era un tema centrale quando il romanzo era già pubblicato, proprio nella prima presentazione che ho fatto a Madrid. Gabriela Wiener, scrittrice e amica peruviana, mi ha fatto una domanda davanti al pubblico sull’argomento ed è stato come una secchiata di acqua fredda. Ho sentito che il tema della depressione era così complesso e delicato da sentirmi travolta da quella domanda.

Ci può raccontare dei cani in Romania? Quella fra la protagonista, la mataperra, e il cane è una relazione di grande rilevanza. Una sorta di connessione mitica e spirituale che quasi traduce per noi sulla carta la lingua inafferrabile del dolore altrui. Attraverso il cane, che, come scrive all’inizio, non parla ma comprende “le parole dell’umanità”…

I cani del romanzo sono tutti personaggi provenienti da luoghi diversi che vagano senza meta, sia loro che la loro prole (i loro cuccioli, il branco), che, pur avendo legami che li uniscono, sembrano essere sempre abbandonati… Il rapporto tra la protagonista e il cane nella storia è una relazione di compassione, di amore, di cura e un tentativo di salvezza.

Infine, la morte. La professoressa all’inizio sembra cercarla, organizzarla, trarne conforto. Ma la morte è anche rituale nel praznic, un’occorrenza che sembra investita del potere mistico di sanare le ferite, ma anche di rivelare l’aspetto più prosaico della morte…

Ai funerali c’è sempre qualcuno che si preoccupa di servire da mangiare, perché qualcuno non svenga dal dolore. Ci si prende cura dell’altro, che è vivo e non vogliamo che si debiliti; allo stesso tempo, questo pranzo di gruppo è una celebrazione della vita della persona scomparsa. In fin dei conti, dentro questo rito di morte, naturalmente, è presente anche la vita e il desiderio di preservarla, conservarla e celebrarla.

Claudia Ulloa Donoso, Ho ucciso un cane in Romania, trad. Massimiliano Bonatto (Alessandro Polidoro Editore, 2024)

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Amanda Rosso

Amanda è nata e cresciuta nell'entroterra ligure. Si è laureata in Comunicazione all'Università di Pavia e ora vive e lavora a Londra, dove frequenta un MA in Modern Languages and Comparative Literatures alla Birkbeck University of London. I suoi racconti sono apparsi su "Narrandom", "Quaerere", "Malgrado le Mosche", e in alcune antologie online e cartacee, fra cui “Musa e getta. I racconti delle lettrici e dei lettori” (Ponte alle Grazie, 2021) e “Il corpo c'è” (Vita Activa Nuova, 2023). Ha co-tradotto la raccolta di racconti "Donne d'America" (Bompiani, 2022) a cura di Giulia Caminito e Paola Moretti. Fa parte dell'attuale direttivo della Società Italiana delle Letterate.

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