«La scrittura ero io»

Amanda Rosso, 21 luglio 2022

In “Contro tutti i muri”, il pensiero e le opere di Franca Ongaro Basaglia, protagonista insieme al marito Franco, della riforma che portò a chiudere i manicomi per creare diversi percorsi di cura ai pazienti psichiatrici. Traduttrice e autrice, ha raccolto la voce delle persone psichiatrizzate per strapparla al silenzio violento cui era ridotta.

Di Amanda Rosso

Sulla copertina di “Contro tutti i muri. La vita e il pensiero di Franca Ongaro Basaglia”, Franca e Franco non guardano nella stessa direzione. Sorridono, due sguardi complementari che abbracciano la realtà. La scelta di questa fotografia – scattata sul tetto della loro casa veneziana nei primi anni Settanta – riecheggia dello stesso intento del volume. Luminosa e vibrante, Franca Ongaro è in primo piano. Alle sue spalle Franco Basaglia strizza gli occhi per proteggersi dalla luce del sole, il maglione chiaro che quasi si confonde con il panorama circostante.
Annacarla Valeriano, autrice di questo snello ma ricchissimo saggio, non è una novizia nello studio dell’istituzione manicomiale in Italia: con “Ammalò di testa. Storie dal manicomio di Teramo”, nel 2014, e il suo fortunato “Malacarne. Donne e manicomio nell’Italia fascista” (2017), ha portato alla luce e restituito dignità alle voci delle persone istituzionalizzate in Italia.
In “Contro tutti i muri” l’autrice incontra il pensiero di una delle figure più importanti del movimento della Psichiatria Democratica, e illumina il contributo fondamentale di una donna che ha vissuto all’ombra di un’impresa che ha per anni portato solo il nome del marito, che l’ha vista narratrice e protagonista per gran parte della sua vita ma non l’ha mai posta al centro.
Il volume – pregno della stessa vitalità e perspicacia delle opere di Franca Ongaro – racconta l’avvicendarsi della sua storia e del suo pensiero attraverso fasi cruciali che si dipanano dagli anni del rinnovamento psichiatrico alle attività parlamentari, la promulgazione della legge 180, o legge Basaglia, nel 1978, e tutte le criticità che la sua attuazione sul suolo italiano ha sollevato, mettendo in luce sia l’indolenza istituzionale che le difficoltà culturali di percepire la persona psichiatrizzata come un essere umano complesso e dotato di dignità e diritti.
Come nei suoi lavori precedenti, Valeriano attinge sapientemente dagli archivi, restituendo
organicità e visibilità alle parole di Franca Ongaro, pensieri di una chiarezza lancinante.
«La scrittura ero io», racconterà di quei giorni e quelle notti di riflessioni assieme a Franco Basaglia, in una comunione così potente da far sfumare i contorni del contributo individuale. In “Contro tutti i muri” la Franca scrittrice risplende di una carica ispiratrice e avveniristica: la quindicenne che si approccia alla scrittura prima, la Franca che traduce e cura l’introduzione delle opere di Goffman e Gregorio Bermann, che co-redige “Che cos’è la psichiatria?” e “Istituzione negata”, cementando nell’immaginario collettivo le idee radicali del «conflitto come necessità» e della «diversità come ricchezza». Grazie alla sua opera di traduttrice e scrittrice – e al lavoro sul campo a fianco del marito – l’Italia si confronta per la prima volta con l’immagine del manicomio come luogo di «demolizione dell’uomo» dove si «consumava l’esclusione dell’altro in nome della sopravvivenza di qualcun altro».
A Gorizia Franca incontra per la prima volta l’alienante brutalità della realtà manicomiale, fondata su una violenta ideologia scientifica di “normalità” che giustifica la sistemica disumanizzazione e l’istituzionalizzazione di una minoranza a favore del mantenimento di un idealizzato status quo, la narrazione monolitica che rifiuta complessità e contraddizione a favore di una narrazione uniformante che per sua natura esclude – e lavora ardentemente per nascondere – chiunque se ne allontani.
La sofferenza e il disagio psichico dei e delle pazienti vengono ascritti al «linguaggio della malattia» e l’individuo «per questo restava muto», senza facoltà di parola e di racconto di fronte al proprio annichilimento.
Lei era interessata proprio a quel racconto, alla voce delle persone psichiatrizzate, perché al mutismo violento e padrone lei voleva contrapporre il rovesciamento della narrazione. Ongaro Basaglia si fa archeologa e archivista lei stessa, portando alla luce e catalogando le storie dei malati, le vicende umane, i luoghi e le sofferenze, la vita prima del ricovero: le loro «storie di classe» per conoscere le «radici reali» del disagio psichico degli individui.
La scrittura quindi come veicolo per «capire e tentare di capire se ancora capisco qualcosa», una scrittura comune non ridotta all’osservazione partecipante ma a un racconto collettivo che non poteva prescindere dal mettere al centro la comunità, dentro e fuori le mura del manicomio. Un’utopia pensata come «concetto del possibile e non dell’inattuabile», una «pratica quotidiana» da applicare all’esistenza tutta, alle relazioni personali e istituzionali, per ridiscutere dalle fondamenta il significato di collettività, istituzione, sanità e malattia mentale.
Ed è proprio l’intersezionalità (termine coniato nel 1989 dalla dottoressa Kimberlé Crenshaw che illustra l’intersecarsi quotidiano di diverse oppressioni e privilegi) del pensiero di Ongaro Basaglia che Annacarla Valeriano riesce a mettere in evidenza nel suo volume, e segue Franca negli anni della politica, e il difficoltoso processo di de-istituzionalizzazione che «non poteva fermarsi semplicemente alle soglie del manicomio, ma doveva rappresentare un processo continuo contro tutti i muri di parole, contro i pensieri, i pregiudizi, le culture che potevano limitare la dignità degli uomini e delle donne». Si può interpretare quindi come una sorta di intersezionalità ante-litteram, poiché quando Ongaro parla di «oltrepassare i confini manicomiali» avvicina la fiamma della candela alla struttura stessa del nostro esistere, illumina l’intersecarsi delle relazioni umane e condizioni sociali che ci definiscono come individui.
Il genuino interesse politico per gli aspetti micro e macroscopici delle nostre relazioni rende il pensiero di Franca Ongaro radicale e avveniristico, oggi come allora: «Non esiste libertà se non nel legame che ci aiuta a lottare contro ciò che ci divide», scrive, delineando una prassi politica che attraversa la sua intera produzione, la concezione di libertà come «atto di volontà politica tra due persone che scelgono di incontrarsi per misurarsi nelle reciproche contraddizioni e dar vita a qualcosa di nuovo», che riconosce nelle relazioni intime e famigliari, e fra individui e società, i nodi cruciali da sciogliere per leggere e riconfigurare il mondo e riconoscersi parte di esso in modo paritario.
Con questa complessità in mente Franca Ongaro ha affrontato  gli anni difficili che hanno seguito la promulgazione della legge 180, la difficoltà di applicare una legge dalla «radicalità concretamente attualizzabile», che poneva al centro il malato e il suo protagonismo nella narrazione sulla sofferenza psichica e che si scontrava contro la burocrazia farraginosa delle regioni e una popolazione culturalmente impreparata ad accoglierla. Ma come senatrice della Sinistra indipendente ha anche attraversato la seconda metà del Novecento abbracciando le cause di rinnovamento dal basso della politica italiana: dall’aborto, alla violenza sessuale, l’«eutanasia passiva» e i diritti delle donne, riconoscendo il valore comune di queste lotte e la necessità pressante di una totale riconfigurazione delle relazioni fra cittadini e istituzioni, e fra individui.

Cosa significa quindi parlare di Franca Ongaro Basaglia oggi?
Quello di Valeriano non è solo un esercizio di riscoperta, ma anche un’opera di rilettura del pensiero politico di una donna che per anni è stata associata alla legge 180, ma il cui lavoro quotidiano dentro e fuori le istituzioni è stato spesso messo in secondo piano.
Parlare di lei oggi significa restituire dignità all’utopia come prassi politica quotidiana, che passa attraverso il riconoscere la contraddizione come fondativa e la complessità come necessaria. Significa mettere in discussione le nostre certezze come società, rivoluzionare le nostre relazioni personali e gli equilibri di potere che caratterizzano il quotidiano, mettere al centro la precarietà delle nostre convinzioni, la mutevolezza del presente e la fallibilità dell’infallibile. Significa essere disposti a riconoscerci come interconnessi e vulnerabili, come realtà interdipendenti e fragili; significa risemantizzare la cura come una vibrazione multi-direzionale e non una relazione gerarchica, e contrapporre il conflitto dal basso alla violenza istituzionale.
Scrivere di Franca Ongaro Basaglia oggi significa rivendicare la necessità di celebrare ogni vittoria con la consapevolezza che solo una minima parte del processo rivoluzionario è impiegata alla conquista di un diritto, ma la maggior parte deve essere consacrata alla sua difesa.

Annacarla Valeriano, Contro tutti i muri. La vita e il pensiero di Franca Ongaro Basaglia. Donzelli, Roma, 2022
Annacarla Valeriano, Ammalò di testa. Storie dal manicomio di Teramo. Donzelli, Roma, 2014
Annacarla Valeriano, Malacarne. Donne e manicomio nell’Italia fascista. Donzelli, Roma, 2017
Franco Basaglia, Istituzione negata. Einaudi, Torino 1968
Franco Basaglia, Che cos’è la psichiatria?. Einaudi, Torino, 1973

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Amanda Rosso

Amanda è nata e cresciuta nell'entroterra ligure. Si è laureata in Comunicazione all'Università di Pavia e ora vive e lavora a Londra. Fa parte della redazione de "Il Femminile", collabora come autrice con "Marvin Rivista", e con "JO – Diari dal futuro", come traduttrice. I suoi racconti sono apparsi su "Narrandom", "ZEST – Letteratura sostenibile", "Three Faces", e in alcune antologie online e cartacee. Ha co-tradotto la raccolta di racconti "Donne d'America" (Bompiani, 2022) a cura di Giulia Caminito e Paola Moretti.

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