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Pittrice surrealista e scrittrice inglese, non fu la brava figlia della sua famiglia altoborghese, da cui scappò per viaggiare tra Europa e Stati Uniti, né la musa di nessuno tanto che fu lei a ritrarre Max Ernst con cui ebbe una relazione. Le diverse fasi della sua vita hanno prodotto opere pittoriche o narrative che dimostrano una energia creativa inesauribile

di Sarah Perruccio

«Ero troppo occupata a fare arte, non avevo tempo per essere la musa di nessuno», ha detto con grande chiarezza Leonora Carrington. Difficile iniziare a parlare di un’artista come Carrington, eccezionale pittrice e scrittrice, dalla biografia esaltante e complessa.
Il modo migliore mi sembra partire da ciò che non è mai stata. Non è stata la musa di nessuno, non è stata la brava figlia della famiglia alto borghese che l’ha generata. È stata tutt’altro.
Una donna libera, innanzitutto. Un’artista. Pittrice, scultrice, scrittrice. Nata nel 1917, in Lancashire, nel nord del Regno Unito, in una famiglia di ricchi industriali accolti persino alla corte del Re. Cosa fa Leonora alla vigilia del ballo delle debuttanti? Immagina di ricevere la visita d’una iena e di scambiarsi con lei: vada la iena a presentarsi in società, lo farà molto meglio di me. E su questa fantasia scrive un racconto: “La debuttante” (1939). Oggi la sua casa – Crookhey Hall – è paradossalmente una scuola (per bambini dai bisogni speciali) e lei, espulsa da ogni istituto e definita “ineducabile”, credo apprezzerebbe l’ironia. Sui siti ufficiali che parlano di questo edificio storico non c’è alcun accenno a lei: l’Inghilterra ancora non la riconosce come un’intramontabile.
Giovanissima, va a Londra alla prima mostra surrealista e non torna mai più a casa. S’innamora dell’affermato pittore Max Ernst, più grande di lei di 26 anni. È questo il periodo in cui potrebbe rischiare di essere la “musa” di Ernst e non essere riconosciuta. Ma una cosa del genere non è da Leonora. Lei, invece, rende Ernst musa e soggetto dei suoi quadri e si fa notare. Come si vede anche dalle foto del periodo, è nell’enclave surrealista in prima fila, sicura e divertita.
I soggetti della sua produzione artistica sono, sin dai disegni giovanili, figure alchemiche, animali, santi, moltissime donne, lei stessa. Queste personagge popolano i quadri come i racconti. Ciò che prima di tutto colpisce e fa innamorare della sua immaginazione è, a mio parere, la fantasia selvaggia, senza restrizioni.
Scoprire questa artista nella sua evoluzione significa, innanzitutto, seguirla nei suoi spostamenti per il mondo e quindi scoprire le opere con le quali è entrata in contatto e che l’hanno ispirata, come pure, comprensibilmente, le esperienze e le persone.
Da adolescente, una volta espulsa da molteplici scuole cattoliche, viene mandata a Firenze nel collegio di Miss Penrose dove visita musei e gallerie, restando affascinata, tra gli altri, dai lavori di Francesco di Giorgio Martini e Sassetta che poi influenzeranno la sua composizione e l’uso della tempera. Dopo un altro periodo a Parigi – necessario secondo la famiglia a completare la sua educazione – torna in Inghilterra dove partecipa alla stagione dei balli, entrando ufficialmente nel marriage market, e viene presentata alla corte di Re Giorgio V nel 1934. Totalmente disinteressata a tutto ciò viene infine rimandata a casa e da lì ottiene di potersi recare a Londra a studiare alla Chelsea School of Art, nonostante la fermissima disapprovazione del padre. Proprio a Londra conosce Max Ernst, innanzitutto attraverso la sua opera che la colpisce in maniera viscerale. «You know how when something really touches you, it feels like burning inside» (Sai com’è. Quando qualcosa ti tocca davvero ti senti bruciare dentro). La loro unione è trasformativa per entrambi. Lei gli riconosce di averle aperto tutto un nuovo modo di vedere eppure, quando taglia definitivamente i legami con la famiglia e decide di raggiungerlo dichiara: «Then I ran away to Paris. Not with Max. Alone. I always did my running away alone» (Poi sono scappata a Parigi. Non con Max. Da sola. Ho sempre fatto le mie fughe da sola). E così, ventenne, si libera di tutti i legami con il suo passato per non fare mai più ritorno in Inghilterra. L’ineducabile, indipendente, irrefrenabile Leonora è irreversibilmente in cammino.
Le diverse fasi della sua vita hanno prodotto grandi opere pittoriche o narrative, dimostrando una energia creativa inesauribile e un continuo approfondire la ricerca tematica e tecnica. Il primo capolavoro della giovinezza “Self-Portrait (The Inn of the Dawn Horse)”, del 1937/38, iconico autoritratto in tenuta da cavallerizza – con l’indomita chioma al vento, la iena femmina, il cavallo a dondolo e l’altro libero in fuga fuori dalla finestra – parlano del suo femminismo, di una figura femminile “impoderata”, del suo legame con l’aspetto più libero e immaginifico della sua infanzia, del desiderio di fuga. Al contempo, l’opera mostra le sue influenze e gli studi di allora nella composizione rinascimentale del quadro, nella tecnica controllata e non espressiva capace di portare un contenuto inquietante all’interno di una cornice riconosciuta e canonica. E a proposito di inquietudine, come anticipato all’inizio, nel 1939 esce il racconto “La debuttante” dove una iena si spaccia per la protagonista durante un ballo dato in suo onore, con elementi angoscianti e macabri degni di una favola dei Grimm.
Tra narrativa e arte visiva si espande l’esplorazione dei temi del sé in relazione alla società, dell’autodeterminazione, della libertà.
Una cosa però è in grado di spezzarla, almeno per un po’. Ernst, tedesco, allo scoppiare della guerra viene arrestato in territorio francese. Per giorni, sola nella casa in campagna, non dorme, non mangia, si induce il vomito, finché una coppia di amici la prende e la porta con sé in Spagna. In “Down Below” (1944), breve scritto autobiografico, racconta ciò che successe in quel periodo e nel successivo, durante il suo ricovero in una clinica psichiatrica a Santander, in Spagna. Le sue fantasie e i trattamenti inumani – viene infatti legata a letto nuda per giorni e le vengono indotte le convulsioni con un farmaco, il Cardiazol – sono raccontati da Carrington con una libertà totale, come sempre nella sua arte e nel suo pensiero, mettendo sullo stesso livello il piano concreto e quello immaginario.
Con l’internamento nella clinica psichiatrica di Santander e la successiva stesura di “Down Below”, Leonora conosce e racconta la dissoluzione del sé, l’apertura verso piani cosmici, una ironia ancora più feroce che la salva dalla crudeltà e dell’insensatezza dei fatti. Nel contempo lei è scappata dalla Spagna, passando per Lisbona, sposando per necessità l’amico ambasciatore messicano Renato Leduc. Dopo un periodo a New York, dove ritrova Ernst e frequenta l’ambiente artistico lì radunato, in fuga dal nazi-fascismo: Chagall, Duchamp come pure Andrè Breton e il regista messicano Luis Buñuel, è il suo trasferimento a Città del Messico il passaggio definitivo che le permette di elaborare la sua arte fino alla piena maturità e il definitivo riconoscimento. Sposata, questa volta per amore, con il fotografo Chiqui Weisz, con cui avrà due figli, va a vivere in centro, a pochi metri dalla pittrice surrealista Remedios Varo con la quale sviluppa un’amicizia importantissima per entrambe. In questi anni la sua fascinazione per l’esoterismo e il suo femminismo si incontrano ancor più profondamente. Le sue figure femminili perdono gli elementi androgini dei primi anni e si connotano come figure in parte selvatiche in parte apertamente mistiche.
Un tema ricorrente diventa la cucina alchemica, luogo dove la materia si trasforma misteriosamente, la realtà concreta si mescola con un’altra realtà più sottile, il visibile si affianca all’invisibile. Lei ritrae in molteplici quadri – come The House Opposite (1945) – questa cucina alchemica e la sperimenta nella vita. André Breton ricorda a proposito di essere stato tra i pochi coraggiosi ad assaggiare la lepre ripiena di ostriche pazientemente preparata dalla pittrice, seguendo un antico libro del sedicesimo secolo e sostituendo gli ingredienti introvabili seguendo il puro istinto. Negli stessi anni sperimenta la pittura derivata dall’albume d’uovo, come nel medioevo e nel rinascimento: uovo che è un simbolo ricorrente nei suoi lavori, come ovvio, per un’artista che attinge alla propria tensione spirituale come una delle primarie fonti di ispirazione (come ad esempio in “The Giantess- The Guardian of the Egg”, 1947/48).
La sapienza tecnica, francamente sconcertante, di Leonora Carrington, è stata per me un’ulteriore presa di coscienza. Tanto la sua arte è potente a livello simbolico, compositivo, contenutistico – per profondità, leggerezza, vitalità, umorismo – da aver quasi oscurato nella mia decennale esplorazione del suo lavoro la grandezza tecnica, così evidente nelle opere, quando ammirate dal vivo. La bellissima mostra di Milano, a Palazzo Reale, curata da Tere Arcq e Carlos Martín, chiusasi l’11 gennaio di questo anno, ha presentato un excursus ampissimo, offrendo al pubblico dalle opere adolescenziali alle più mature, esponendo in maniera approfondita le diverse fasi e tematiche, i dipinti come i disegni, le sculture, le porte affrescate, gli appunti, le foto della giovinezza come quelle più mature, persino un servizio fotografico in cui posa come modella (“Ode to Necrophilia” (Ode alla necrofilia) serie fotografica del 1962 creata dalla fotografa ungherese-messicana Kati Horna, sua amica). E non solo, anche i tarocchi disegnati da Leonora.
Notoriamente lei insegnò al regista e mistico profano Alejandro Jodorowsky a utilizzare i tarocchi di Marsiglia come strumento di introspezione. I due hanno collaborato alla messinscena del testo di Carrington “Penélope” (1957) per la regia di Jodorowsky, con costumi e scene di Carrington stessa. Il rapporto tra arte e esoterismo si è chiaramente intensificata con l’arrivo in Messico, dove l’artista ha trovato gli elementi da lei amati della religione Cattolica integrati a pratiche indigene precedenti, in un sincretismo che si adattava perfettamente al suo modo di vedere e sentire, e le permetteva una volta e per tutte di assorbire il meglio della religione in cui era stata forzatamente educata e dalla cui educazione era risultata indisciplinata e sagacemente anticlericale.
Altra opera fondamentale degli anni maturi è il romanzo “The hearing trumpet” (1974) nel quale l’artista e scrittrice ribalta la figura stereotipata della donna anziana facendone il simbolo di un modello di vita sovversivo. La leadership pseudo-religiosa della casa di riposo dove la novantenne Marian è stata rinchiusa viene rovesciata da lei e dalle altre donne, forte di una comunione basata su una rinnovata mitologia femminile capace di formare un nuovo tipo di comunità. Come Marian, Leonora stessa ha vissuto pienamente i suoi novant’anni, sempre irriducibile e attivissima, tanto da produrre una serie di 38 sculture negli ultimi quattro anni della sua vita, visibili al Museo Leonora Carrington di San Luis Potosì in Messico.

*Le citazioni sono tratte da Leonora Carrington: Surrealism, Alchemy and Art di Susan L. Aberth e tradotte da me.

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

Carrington, Leonora. The Hearing Trumpet. London: Penguin Books, 2005 (orig. pubbl. 1974).

Carrington, Leonora. Down Below. New York: New York Review Books, 2017 (orig. pubbl. 1944).

Carrington, Leonora. The Complete Stories of Leonora Carrington. Minneapolis: Dorothy, a Publishing Project, 2017.

Carrington, Leonora. La trombetta acustica. Milano: Adelphi, 1984.

Carrington, Leonora. Giù in fondo. Milano: Adelphi, 1979..

Carrington, Leonora. La debuttante. Milano: Adelphi, 2018.

Carrington, Leonora. Il latte dei sogni. Milano: Adelphi, 2018.

STUDI CRITICI

Aberth, Susan L. Leonora Carrington: Surrealism, Alchemy and Art. London: Lund Humphries, 2004.

Arcq, Tere, ed. Surreal Friends: Leonora Carrington, Remedios Varo and Kati Horna. Los Angeles: Los Angeles County Museum of Art, 2010.

Chadwick, Whitney. Leonora Carrington: A Surrealist Life. London: Thames & Hudson, 2017.

ALTRI RIFERIMENTI UTILI

Ricaldone, Luisa. Ritratti di donne da vecchie. Roma: Iacobelli, 2017.

Seminara, Elvira. Leonora Carrington. collana Le mosche bianche diretta da Giulia Caminito, Viola Lo Moro e Nadia Terranova, Roma: Giulio Perrone Editore, 2022.

Poniatowska, Elena. Leonora. London: Serpent’s Tail. 2015

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Sarah Perruccio

Sarah Maria Perruccio si è formata a livello post-universitario in Inghilterra, dove è nata, in ambito educativo e teatrale. Da sempre interessata alla possibilità di evoluzione e crescita che si genera nell’incontro tra l’educazione e gli strumenti del teatro e del cinema, ha fondato una casa di produzione cinematografica indipendente attraverso la quale crea, con i suoi soci, documentari d’autore distribuiti su Rai, Sky, Prime Video, Netflix. Tiene inoltre laboratori di teatro sociale e scrittura, in diversi contesti caratterizzati da condizioni di svantaggio sociale, e nelle scuole.

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