Gli archivi dell’acqua salata e noi

Sarah Perruccio, 30 marzo 2022

La ricostruzione dei naufragi avvenuti dagli anni ’90 al 2021. Per Pamela Marelli scegliere di archiviare significa nominare i protagonisti e le protagoniste di storie dimenticate che diventano così parte della memoria di una comunità. Dati, articoli di giornale, filmati, opere d’arte e teatrali in un testo straordinario

Di Sarah Perruccio

Leggere Archivi dell’acqua salata di Pamela Marelli, in questo momento in cui milioni di persone hanno attraversato e attraversano i confini per uscire dall’Ucraina, è ancora più necessario. È necessario per provare a comprendere meglio un presente sempre più incerto e complesso, difficile da analizzare. Gli Archivi possono essere una bussola, una direzione morale: offrono anche una postura di fronte a ciò che sta accadendo. Il libro propone infatti una ricostruzione dei naufragi avvenuti dagli anni ’90 alla pubblicazione, nel 2021, e si tratta tristemente di un archivio che non potrà dirsi chiuso.
Archiviare, in questo caso, non significa dimenticare bensì il suo contrario. Nominare i protagonisti (più spesso uomini che donne) e le protagoniste di storie dimenticate dalla Storia è il primo atto per permettere loro di esistere.
«Costruire un archivio è un gesto politico», afferma l’autrice Pamela Marelli, perché la memoria stessa «è una complessa questione sociale e politica. Ciò che si sceglie di ricordare collettivamente ha a che fare con la rappresentazione e l’interpretazione del modo in cui si percepisce come soggetto plurale, il quale costituisce una comunità, una società, una nazione». (p.11)
Il primo atto è quindi scegliere di ricordare, ricostruendo la realtà dei fatti, rifacendosi alle inchieste di giornaliste e giornalisti che già all’epoca degli eventi hanno scelto di raccontare e non ignorare queste storie. Il secondo è prendere atto e riferire di tutti i tentativi in senso opposto, ovvero di tutte le volte in cui il giornalismo ha ignorato e messo in dubbio le tragedie delle popolazioni in movimento (vedi il clamoroso caso del cosiddetto naufragio fantasma in cui morirono quasi 300 persone tra pakistani, indiani e cingalesi e che, eccezion fatta per il Manifesto, venne trattata seriamente solo quando si seppe dei numerosi corpi riaffiorati nelle acque di Porto Palo e fu quindi finalmente impossibile da mettere in dubbio).
Il gesto politico insito nella creazione di questo archivio prosegue nello scegliere di osservare, puntualmente, il modo in cui i media abbiano narrato i fatti non ignorati. Come si sia passati da una retorica dell’accoglienza e dell’assistenza a una narrazione allarmista per esempio riguardo alla popolazione albanese, giunta in Italia in flussi massicci dopo il disastro economico del paese. Tutti ricordano la nave Vlora arrugginita, stipata con corpi e facce tanto simili a quelle italiane. Inizialmente sembrò facile aprire le proprie case a persone che spesso già parlavano la nostra lingua grazie a un processo di colonizzazione culturale andato avanti negli anni dopo la breve parentesi coloniale dell’Italia fascista nel 1939 in quel paese. Ma bastò poco perché gli arrivati fossero raccolti e chiusi in uno stadio, privati d’improvviso di quella umanità e dalla compassione generata dai primi racconti mediatici.
Lo ricordo benissimo, ero bambina, e dai telegiornali arrivavano continue notizie di furti e crimini vari compiuti da cittadini albanesi, normalmente non trattati da alcun tg nazionale. Questa atmosfera di sospetto avrebbe dovuto farmi temere persino la barista albanese della gelateria vicino casa: qualcosa non quadrava.
Dare insomma strumenti di lettura del fenomeno migratorio e della sua narrazione pubblica è cruciale e ce ne rendiamo bene conto in questi giorni. Questa ucraina è una migrazione via terra e non via mare, questi sono migranti che, come gli albanesi, un po’ più di altri possono sembrarci vicini e simili ma di fatto, come tutti coloro che scappano da una guerra, dalla fame o dalla privazione della libertà, si tratta semplicemente di persone che da un giorno all’altro hanno dovuto lasciare tutto e tutti per ritrovarsi altrove, senza nulla o quasi.
Sono persone, ma da un giorno al seguente – possiamo già notarlo anche in questo esodo – sono profughi o migranti e già in questo scarto si è perso un pezzo di empatia in chi racconta e quindi, potenzialmente, in chi legge e ascolta.
Nel libro, i ricchissimi riferimenti agli spettacoli teatrali, le opere d’arte, i film (documentari e non) che hanno trattato il tema delle stragi in mare, mettendo spesso in luce anche le singole storie di persone altrimenti dimenticate, completano l’analisi di Pamela Marelli, sono intessuti nel racconto, capitolo dopo capitolo. Il solo citare le opere con brevi accenni alla loro esistenza dà un’ulteriore dimensione al tema del racconto pubblico delle migrazioni via mare; i resoconti più approfonditi restituiscono anche l’emozione e con essa il senso della genesi di queste opere, l’urgenza della creazione, la necessità umana di trasformare queste storie in arte ed osservarle così nuovamente, fuori dalla cronaca, in una dimensione più profonda.
I riferimenti puntuali alla presenza in rete di articoli e opere espandono il lavoro in un testo cross-mediale. Archivi dell’acqua salata è un’opera necessaria e molto generosa, costruita attraverso un lavoro che si intuisce enorme. Una di quelle opere che ci si potrebbe immaginare capace di scoraggiare un’autrice o un autore per la loro ampiezza e per i molti delicati livelli su cui si muove. Eppure Pamela Marelli ce l’ha fatta, sostenuta anche idealmente dalle donne che con lei costruiscono da molti anni un discorso attento ed empatico sulla narrazione delle storie di migrazione, de-costruendo al contempo le molte narrazioni nocive così frequentemente circolanti, se non dominanti. Il libro è dedicato e il suo titolo infatti è “ispirato a quello di Clotilde Barbarulli, gli Archivi dal mare salato ripreso da uno scritto della docente Federica Sossi sulle memorie migranti”.
Ed eccoli allora questi nuovi archivi, un libro necessariamente drammatico e insieme carico di speranza, una speranza che non è tanto un sentimento quanto una direzione da percorrere e una posizione attraverso cui leggere la realtà; una posizione che mette al centro l’essere umano. Un libro che pure chiama la messa in campo dei sentimenti da parte di chi legge e che, attraverso la grande ricchezza di informazioni – i dati dei naufragi, i contesti storici, le leggi in vigore – sa suscitare quell’indignazione capace anche di infiammare l’intelletto.

Marelli Pamela, “Archivi dell’acqua salata. Stragi di migranti e culture pubbliche”, Futura, Roma, 2021.

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Sarah Perruccio

Sarah Maria Perruccio nasce nel Regno Unito nel 1982 e cresce in Italia. Consegue una Laurea in DAMS all'Università di Roma Tre e un MA in Applied Theatre alla University of Manchester. Si occupa di teatro: sin dal liceo recita, scrive e cura la regia dei propri testi. In UK, all'Octagon Theatre, collabora alla direzione di laboratori teatrali con gruppi di adolescenti di diverse provenienze e con esperienze di difficoltà. Ha contribuito alla traduzione della collezione di drammi Teatro di Timberlake Wertenbaker di M.V.Tessitore e P. Bono, curando anche la postfazione critica di Le Leggi del Moto. Ha continuato ad occuparsi di Wertenbaker in un breve saggio su Altre Modernità, e per altre pubblicazioni in lingua inglese. Tuttora traduce articoli accademici, racconti e documentari. Ha da poco completato una sceneggiatura cinematografica attualmente in fase di pre-produzione (l’Innesto), per la regia di Dario Germani. Collabora stabilmente come autrice di documentari con la casa di produzione Rizoma Film il cui ultimo progetto, Cuore di Bambola, è stato presentato all' EFM di Berlino e al 49° Giffoni Film Festival, in concorso. È socia SIL dal 2009.

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