Di zanne e di ali è fatta una donna

Amanda Rosso, 28 marzo 2022

ZUZU, ovvero Giulia Spagnulo, firma il graphic novel “Giorni felici” con cui è candidata allo Strega. Di corpo, animalità e vulnerabilità è fatta Claudia, la protagonista “inadatta” che al suo compagno riserva amore e rabbia

Di Amanda Rosso

 

“Scrivevi lettere d’amore alle dogane
Sognavi strade gelate
E baci con le labbra spaccate
Porti la tua fotografia nelle ambasciate
Bussi alla porta di città occupate”
(Giorni Felici, Giorgio Poi)

«Preferisco pensare alla felicità come a uno stato vitale» dice ZUZU – nom de plume della fumettista Giulia Spagnulo – in un’intervista sul canale YouTube di Fanpage.it. Non una condizione di appagamento costante, quindi, ma di vitalità; una risposta sensoriale al mondo, una partecipazione corporea e istintuale all’esistente. «Se si è vivi si può essere felici, e anche essere tristi, allo stesso tempo, arrabbiati eccetera», conclude. E sono proprio questa possibilità sconfinata e l’eccezionalità emozionale e fisica – un corpo e una mente non normati, per certi versi animaleschi – a contraddistinguere il dimenarsi di Claudia nel mondo, la protagonista di Giorni Felici, graphic novel edito nel 2021 da Coconino Press.
Il corpo è un elemento caro a ZUZU, che ne ha fatto il centro di un dialogo liberatorio e impietoso nel suo esordio, Cheese, nato come tesi di laurea e successivamente pubblicato sempre da Coconino nel 2019. Di corpo e vulnerabilità ci racconta di nuovo, con il tratto deciso, potente e fitto dei suoi pastelli, in un’opera in cui alla narrazione come epurazione e liberazione dalle zavorre del passato si sostituisce un dialogo in divenire con un presente vivo e pulsante. Dove Cheese era uno sguardo a posteriori, Giorni Felici si fa immersione quotidiana nelle profondità emotive della sua protagonista.
Il corpo femminile, con le sue cicatrici, imperfezioni e mestruazioni, è protagonista e linguaggio: fin dalle prime pagine del fumetto, all’avvertimento benevolo ma urticante di un fidanzato allarmato dal suo sangue mestruale, incapace di relazionarsi con il suo sanguinare – e la metafora si espande, riplasmata nel corso di tutta l’opera – Claudia risponde con un sorriso di zanne.
L’indagine di ZUZU sulla corporeità, specialmente sulla relazione imprescindibile fra il corpo come medium relazionale e come parafrasi dei versi quasi inintelligibili dell’animo, acquista una profondità nuova nelle membra di sfinge della protagonista: «Io intera lo sono mai stata? Lo sarò mai?» chiede a Piero, il suo attuale compagno, «Non sei a metà» risponde lui. «Sei due in una». In Giorni Felici il corpo agisce come veicolo di disvelamento e rivelazione. Claudia non può nascondere le sue emozioni, perché la sua fisionomia si trasforma, si fa pericolosa, affilata, non più accogliente, difficile da maneggiare, da gestire, da irregimentare. Come amare un corpo non adatto, che nell’impeto della passione azzanna, nella tristezza si frantuma, nella rabbia lacera?
Nello scontro fra l’aspettativa – maschile ma soprattutto sociale – di una femminilità attenta e carezzevole, di un’emotività morbida e controllata, e gli artigli di Claudia, soggiace uno degli snodi narrativi cruciali del fumetto: chi ha diritto a quali emozioni, e quali sono le modalità socialmente accettabili per manifestarle.
ZUZU sembra volersi scrollare di dosso la soffocante aspettativa di equilibrio e razionalità che l’Illuminismo ha imposto alla società Occidentale: la creazione di un sapere razionale e scientifico erroneamente classificato come neutro, in realtà posizionato politicamente e socialmente al solo fine di far emergere una “normalità” gerarchica, un modus operandi da cui discende la classificazione dei saperi e di coloro che li custodiscono.
L’irrazionale è divenuto territorio nefasto occupato da donne, bambini, popoli esotizzati ed erotizzati, “pazzi” e ingenui, incapaci di gestire se stessi, bisognosi di controllo e guida, pesati e misurati in base alla loro prossimità con il razionale e, di conseguenza, il potere.
Uomini, usualmente bianchi, europei, privilegiati, istruiti, dai corpi abili e sani, che detengono il potere, e le creature, non del tutto umane, coloro la cui umanità viene messa in discussione e misurata in base a criteri fatti passare per universali.
Ma la creatura di cui racconta Samuel Beckett nella sua opera teatrale Giorni Felici, che ha ispirato sia ZUZU che la sua protagonista aspirante attrice, abbraccia invece la portata sovversiva dell’animalesco, del bestiale, del ferino: l’autrice descrive la sua Claudia come una sfinge «imponente e catastrofica», e ne addolcisce i tratti leonini con soffici ali.
Ma alla giovane donna, impreziosita da zanne e artigli, con la pistola nella borsetta, si contrappone l’ex fidanzato Giorgio, l’“adulto” arido che si fa portavoce di un sistema di oppressione e implementa nella loro relazione romantica sbilanciata biasimo e vergogna, manipolazione e violenza. L’escalation dell’abuso, all’interno della coppia, si snoda imperscrutabile eppure dolorosamente familiare fra le tavole del passato e si riallaccia senza sforzo al presente, dove il percorso di violenza si compie e deflagra in un finale inaspettato.
Ed è proprio in quell’atto ultimo di difesa, di risposta all’aggressione, di riappropriazione del corpo come medium e custode di tutta la sua multisfaccettata complessità, che Claudia si fa veicolo di quello che nel suo saggio Decolonialità e privilegio. Pratiche femministe e critica al sistema-mondo Rachele Borghi chiama impoteramento: non una semplice traduzione di empowerment – che il neoliberismo ha spogliato della sua portata rivoluzionaria – ma «uno spazio di creazione e non di sottomissione». L’impoteramento utilizzato da Maria Nadotti in Scrivere al buio, il suo dialogo con bell hooks nel 1998.
Se all’inizio Claudia ci appare come una moderna versione della Winnie di Beckett, nel suo inventario ossessivo e nella metaforica prigionia nella normatività, a cui sente di doversi adattare per sopravvivere, finalmente, attraverso l’arrancare a tratti doloroso che si conclude con estremo atto di violenza, si sente autorizzata a dispiegare le ali.
La rabbia femminile – nel suo potenziale sovversivo di cui scrivono autrici femministe come Soraya Chemaly e Mona Eltahawy – impregna le tavole di Giorni Felici, ma la complessità di Claudia non viene mai ridotta a mera furia vendicatrice. La sua rabbia e la violenza dell’autodifesa sono portatrici di ricchezza e liberazione, di un afflato quasi ottimistico.
L’emancipazione della Claudia “bestiale” e “inadatta” non discende semplicemente dalla legittimazione della violenza di cui si fa vessillo, ma dalla rivendicazione del sé irrazionale e animalesco, istintuale e incontaminato, il riconoscersi come una totalità complessa e ricca, un corpo e un’anima irrequieti che meritano amore e cura.
«Però il fatto stesso di esserci, e di sentire di esserci, è un po’ felicità», conclude ZUZU, ed è l’esaltazione del potenziale inesauribile dell’esperienza che rende la sua opera così ancorata al quotidiano eppure immaginativa.
Giorni Felici è carnale, efferato, sanguinante ma irradiato da un’onestà purissima, un confronto doloroso con i limiti dell’amore, la violenza – quella subita e quella inferta – e la vulnerabilità come superpotere. Con le sue tavole ZUZU riesce nel miracolo della metamorfosi intesa non come passaggio dal potenziale al reale, ma come accettazione di un sé eternamente sia reale che potenziale, fatto di zanne, di ali, di artigli e di sangue.

ZUZU, Giorni felici. Coconino Press, 2021
ZUZU, Cheese. Coconino Press, 2019
Giorgio Poi, Giorni Felici. “Gommapiuma”. Universal, 2021
“Zuzu presenta Giorni Felici: «È ora che il fumetto sia fonte d’ispirazione per altre arti», Fanpage.it
Rachele Borghi, Decolonialità e privilegio. Pratiche femministe e critica al sistema-mondo. Meltemi, 2021
Maria Nadotti, Scrivere al buio. Maria Nadotti intervista Bell Hooks. La Tartaruga, 1998
Soraya Chemaly, Rage Becomes Her: The Power of Women’s Anger. Simon & Shuster, 2019
Mona Eltahawy, The Seven Necessary Sins for Women and Girls. Tramp Press, 2021

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Amanda Rosso

Amanda è nata e cresciuta nell'entroterra ligure. Si è laureata in Comunicazione all'Università di Pavia e ora vive e lavora a Londra. Collabora come autrice con "Marvin Rivista", e con "JO – Diari dal futuro", come traduttrice. I suoi racconti sono apparsi su "Narrandom", "Quaerere", "Three Faces", e in alcune antologie online e cartacee. Ha co-tradotto la raccolta di racconti "Donne d'America" (Bompiani, 2022) a cura di Giulia Caminito e Paola Moretti.

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