La parola alle donne delle pulizie

Clotilde Barbarulli, 18 luglio 2020

È stato tradotto in italiano l’importante libro della studiosa, regista e attivista Françoise Vergès, “cresciuta in una famiglia di femministe comuniste” nell’isola La Riunion, all’interno “dell’ordine coloniale francese post-1962”. Il libro si apre con “Invisibili, loro aprono la città” nell’intento di mettere in luce la lotta e la vittoria di donne razzizzate e sfruttate dopo 48 giorni di sciopero, nel gennaio 2018, cioè le addette alle pulizie della ditta H. Reinier-Onet, che la Snfc subappalta per la pulizia della Gare du Nord. Le parole che Vergès sceglie per il primo capitolo del suo saggio risaltano, oggi, per l’eco d’attualità nei tempi della pandemia
Questa lotta – sottolinea Vergès – mette insieme tanti aspetti del neopatriarcato e del capitalismo, illumina le stratificazioni e l’intreccio dei diversi livelli di oppressione e della fabbricazione stessa di questi soggetti come vulnerabili: una punta di diamante di ciò che dovrebbe essere una lotta femminista decoloniale odierna. La polemica è con il femminismo “civilizzazionale” nato in Francia e diffuso ovunque, così chiamato perché richiede solo “una condivisione paritaria dei privilegi accordati agli uomini bianchi” prendendo in prestito molto di quella che è stata la missione civilizzatrice del colonialismo, con l’idea di superiorità europea considerata come la società naturalmente progressista in grado di portare l’educazione agli altri popoli.
La condizione di una donna delle pulizie solleva questioni non solo di genere ma anche di migrazione, di documenti, di trasporti, di alloggi con problemi della ‘razzizzazione’ (“costruzione sociale discriminante, marcata dal negativo”, che, abbinata al genere e alla classe, produce forme specifiche di esclusione) e dell’invisibilità delle/degli addetti alle pulizie. La questione dello stipendio è cruciale, ma non basta: “Queste lavoratrici, che fanno parte di una forza lavoro razzizzata e prevalentemente femminile, che svolgono lavori sottoqualificati e quindi sottopagati, lavorano mettendo a rischio la loro salute, il più delle volte a tempo parziale, all’alba o alla sera quando gli uffici, gli ospedali, le università, i centri commerciali, gli aeroporti e le stazioni ferroviarie si sono svuotati, e nelle camere d’albergo quando i/le clienti se ne sono andati/e. Ogni giorno … puliscono il mondo”. La segregazione avviene così anche attraverso una “divisione tra pulito e sporco, fondata su una divisione razziale dello spazio urbano e dell’habitat”. Perciò per le femministe decoloniali “l’analisi del lavoro di pulizia e di cura nelle attuali configurazioni del capitalismo razziale e del femminismo civilizzazionale è un compito di prim’ordine”.
Mentre il femminismo civilizzatore si batte solo per l’uguaglianza di genere, senza “vedere le donne razzizzate alla mercé della brutalità, della violenza, dello stupro”, le femministe decoloniali tendono alla giustizia sociale, all’emancipazione antirazzista, all’antimperialismo, all’anticapitalismo, contro la realtà di un mondo distrutto dal sistema capitalista, e, nello stesso tempo, devastatore.
Il femminismo civilizzazionale alla fine degli anni Ottanta s’impegna inoltre ad integrare alcune militanti, come nel caso di Rosa Parks rappresentata come “una timida sarta con la sua borsetta, che affronta da sola i cattivi”, omettendo che era un’attivista di lunga data vicina ai comunisti neri, in modo da farla entrare “sbiancata” nel Pantheon americano, separata dalla sua comunità militante. È dunque necessario superare l’oscurità delle narrazioni egemoniche occidentali con una pluralità di storie diverse, insieme al desiderio di riscrivere le storie militanti: se per le europee è un problema di assenza, per le altre si tratta di inesistenza. La lotta delle donne nere – nota Vergès – non può essere un capitolo a parte.
In tale ottica problematica preferisce usare il termine «femminismo multidimensionale» rispetto all’intersezionalità perché offre una prospettiva più ampia e prende in considerazione non solo genere, razza e classe, ma le nuove tecnologie, quelle ambientali e altre ancora: la sfida consiste nell’allargare i campi d’analisi, cercando di ricomporre i tasselli di un quadro globale senza però dimenticare quello locale, come nel caso, appunto, delle donne delle pulizie.
Di fronte alla violenza che il sistema è in grado di scatenare per assicurarne la conservazione, la lotta deve però essere gioiosa, piena di inventiva, nel senso di creare legami affettivi, solidarietà verso le/i compagne.i: se il capitalismo divide, tende a far rinchiudere le persone in se stesse, allora dobbiamo rendere la dimensione collettiva indispensabile nell’esperienza militante. Si riferisce al “marronage”, un termine derivato dallo spagnolo cimarròn, per indicare gli schiavi fuggiti in quanto animali domestici tornati allo stato selvaggio. Come politica della disobbedienza offre uno spazio da cui attingere “un pensiero dell’azione”, indica la possibilità di una “futurità” nel dare – come si afferma nel Manifesto collettivo dell’Atelier IV organizzato nel 2017 da Vergès – “tutta la loro forza creativa ai sogni di indocilità e resistenza, giustizia e libertà, ribellione e disubbidienza”.

Françoise Vergès, “Un femminismo decoloniale”, Ombre Corte 2020, pp. 115.
www.fmsh.fr/fr/college-etudesmondiales Manifesto Atelier IV, 2017
Françoise Vergès, Le ventre des femmes. Capitalisme, racialisation, fèmminisme, Paris 2017.
www.ilgiardinodeiciliegi.firenze.it materiali del Convegno Performatività del dominio 2019

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Clotilde Barbarulli

Clotilde Barbarulli collabora attivamente con associazioni quali il Giardino dei Ciliegi di Firenze, la Libera Università Ipazia, la Società Italiana delle Letterate. Si occupa di autrici contemporanee fra lingue e culture e di scrittrici '800/900. Tra le sue pubblicazioni: con L. Brandi, I colori del silenzio. Strategie narrative e linguistiche in Maria Messina (1996); con M. Farnetti, Tra amiche. Epistolari femminili tra Otto e Novecento (2005); con L. Borghi Visioni in/sostenibili. Genere e intercultura (2003), Forme della diversità. Genere, precarietà e intercultura (2006), Il Sorriso dello Stregatto (2010)."Scrittrici migranti: la lingua, il caos, una stella" (ETS 2010),

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