Il passato di cantare non è cantato

Cecilia Arcidiacono, 15 luglio 2020

Ciao Ma’,

Ti scrivo per avvicinarmi a te, anche se ogni parola che butto giù è una parola che ci allontana.

 Inizia così Brevemente risplendiamo sulla terra di Ocean Vuong, uscito a marzo per La Nave di Teseo nella traduzione di Claudia Durastanti.

Little dog scrive in inglese a colei che è già semi analfabeta nella sua lingua d’origine. Scrivere in inglese, in una lingua che la madre non comprende, è la condizione che rende questa lettera possibile.

La questione dell’accesso alle parole, al linguaggio, accompagna chi legge lungo tutto il romanzo. Qui la lingua si fa coltello, solco, silenzio. Ed è nel riverbero tra parola e silenzio che le parole si fanno parole: in relazione al vuoto che la lingua crea, nell’impossibilità di farsi lingua, di comunicare. Quel che Little dog scrive non raggiungerà mai sua madre. L’inglese in cui scrive è una lingua che non unisce, che crea un vuoto, ed è a partire da questo vuoto, dentro questo vuoto, che le sue parole prendono forma.

Cosa succede quando non si ha accesso alla lingua? Cosa succede quando la lingua materna è un’orfana, una lingua mozzata?

La lingua materna, dice Vuong citando Barthes, è l’unico oggetto in rapporto costante col piacere. Se la lingua è non solo il simbolo di un vuoto, ma è essa stessa il vuoto, se la lingua materna è mozzata o frantumata, l’esperienza di piacere è forse esperienza del vuoto?

L’amore, come la lingua materna, riflette questo rapporto tra piacere e perdita, parola e silenzio. Affetta da stress post traumatico, la madre di Little Dog alterna scatti violenti a momenti di profonda tenerezza verso il figlio. Anche qui l’amore è una questione di codici mozzati, occhi attenti a non guardarsi troppo a lungo.

Che prezzo ha l’amore quando la sua esperienza è già una perdita? É la domanda che Little Dog sembra chiedersi spesso mentre scrive. Anche quando racconta della sua relazione con Trevor, con cui scopre la sessualità, si percepisce la paura, sempre in agguato, della perdita di sè, come un preludio di annientamento, di rovina.

A volte la tenerezza che ti viene offerta sembra solo la conferma che sei stato rovinato” scrive Little Dog.

Un filo sembra tenere insieme amore e violenza, un filo che Little Dog fa scorrere tra i punti di sutura delle sue cicatrici. Ripercorre la storia della sua famiglia a partire dalla violenza della Guerra in Vietnam, violenza senza la quale sua madre e lui stesso non ci sarebbero. La madre di Little Dog è nata dall’unione tra un soldato americano e una raccoglitrice di riso.  Violenza di cui la famiglia non riuscirà a spogliarsi neanche quando abbandonerà il Vietnam per trasferirsi nel Connecticut: violenza che vive nel disturbo da stress post-traumatico della madre, a sua volta abusata dal marito che lascerà, violenza che è iscritta nell’origine della nazione stessa. L’identità americana, dice Ocean Vuong in un’intervsta per il The Guardian , inizia proprio quando gli Usa cominciano a bombardare il suolo vietnamita e l’idea  di cittadinanza americana si rafforza e legittima con quelle scelte di politica estera predatoria che la caratterizzano, che si riflettono anche nell’uso della lingua: Voung fa notare come alcune espressioni di accezione positiva nell’inglese colloquiale americano – smashed it, slaying, making a killing – rispecchino proprio quella violenza della conquista.

“Da ragazzina, dall’alto del boschetto di banani, hai visto l’edificio della tua scuola collassare dopo un raid americano al napalm. Avevi cinque anni, non hai mai rimesso piede in una scuola. La nostra lingua materna allora non è affatto una lingua, è un’orfana. Il nostro vietnamita è una capsula del tempo per i posteri, un segno che indica dov’è finita la tua istruzione, ridotta in cenere. Ma’, parlare nella nostra lingua madre significa parlare in vietnamita solo in parte, e parlare tutto in guerra”.

Quando si trasferiscono in Connecticut, la madre di Little Dog trova lavoro in un centro estetico, tra turni di lavoro massacranti ed esalazioni chimiche mescolate all’odore del soffritto che sfrigola dal wock nel retrobottega. Non imparerà mai l’inglese. Lui capisce ben presto che indossare la maschera dell’inglese, spogliarsi del vietnamita, è un atto necessario per uscire dall’invisibilità della condizione di migrante sottopagata e sfruttata, senza altra garanzia che il proprio corpo, come è sua madre.

Mi sono spogliato della nostra lingua e ho indossato il mio inglese come una maschera in modo che gli altri potessero vedere il mio viso, e così anche il tuo.

Il romanzo è una lettera, ma anche un diario, vi si coglie lo sforzo di chi scrive di scavare nella storia e nella memoria del corpo,  di essere pronto a maneggiare con cura e lucidità quel che emerge da questo dissotterrare. Così Little Dog accompagna sua madre nell’intimità dei suoi ricordi, rivolgendosi sempre a quel tu immaginario che crea uno strano paradosso: il lettore estraneo ha accesso a una materia così intima da cui la reale destinataria è esclusa, sempre presente quanto assente.

Dal riconoscimento dell’omosessualità, alla presa di coscienza della invisibilità a cui i migranti sono confinati, al vivere in una provincia americana dove molti dei suoi amici sono morti per overdose, tra cui lo stesso Trevor: scrivere non è mai qui un flusso inconsapevole, è un continuo maneggiare con cautela, ricomporre, assimilare, accettare, incassare i colpi e farlo con estrema grazia.

Anche chi legge, chi maneggia questa materia così intima e coraggiosa, sentirà forse il bisogno di soffermarsi, di rileggere, di assimilare, di essere pronto ad accogliere questa grazia, tanto quanto i graffi che questa scrittura lascia.

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Cecilia Arcidiacono

Cecilia Arcidiacono ha 28 anni, ha studiato Cooperazione Internazionale a Bologna e dopo erranze più e meno lunghe al di là del Mediterraneo, ha scelto Napoli come approdo. Qui due anni fa, insieme al suo socio Fabiano, ha dato vita alla libreria Tamu, dedicata alla letteratura dai sud e a saggistica con uno sguardo rivolto a temi di attualità.

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