Il rattoppo dopo le ferite

Bianca Tarozzi, 18 luglio 2020

Gli strappi nella vita sono innumerevoli e solo con rammendi imperfetti li curiamo. Dai familiari, all’arte, agli amici l’elegante percorso esistenziale in versi di Luisa Gastaldo.

Di Bianca Tarozzi

Luisa Gastaldo, grande esperta e insegnante di orticultura, dopo le poesie di “La culla sospesa” (2011) e “Della tua voce” (2013), ci regala ora “La linea del rattoppo” (qudulibri, Bologna 2020), libro ben articolato in varie sezioni eppure unitario, che traccia un percorso esistenziale al seguito di molte ferite e cicatrici (la linea del rattoppo) fino a un risanamento che non è forse definitivo ma che rallegra il lettore con una visione di grande unità tematica e formale, con un tessuto elegante. Il rattoppo ha una sua dignità, se ben fatto – e questo è il caso dei versi di Luisa Gastaldo. Il rattoppo è infatti un lavoro delicato, di pazienza, nel quale si rivelano le forze e l’abilità di chi fa il rammendo – di solito una donna. L’abilità consiste nel rendere invisibile lo strappo. Ma lo strappo, cosa è stato? A cosa è dovuto? E come rimediare? Con l’arte del rattoppo.

Il titolo di questa raccolta ha dunque innumerevoli significati. Gli strappi nella vita di chiunque sono innumerevoli, seppure raramente reclamizzati; ma in questa raccolta di poesie il percorso esistenziale – la linea del rattoppo – si disvela in cinque sezioni di lunghezza difforme, variamente articolate; alla fine si aggiunge una coda o epilogo. Gli strappi sono immediatamente evidenti, nella perdita – o nella distanza – delle persone più care, qui raffigurate, ma la stessa parola rattoppo sta a indicare che il rammendo è stato imperfetto, la ricucitura implica un dolore non anestetizzato, pressante, continuo.

La prima sezione, complessa e fitta di emozioni, ha per oggetto le figure genitoriali; ma prima di arrivare a loro, nella prima poesia, fuori sezione, si definisce una poetica dello sguardo che informerà tutto il libro. Lo sguardo è uno sguardo d’addio, «quando sai che gli istanti sono tutti / ultimi». Le due figure sono ritratte alla trattoria, e in una passeggiata lungo il mare nella loro «nudità disarmate». Madre e figlia, così colte «a parlare di niente» in un ultimo sguardo, sono disarmate di fronte allo strappo. Parlano d’altro: non della morte che coglierà una delle due all’improvviso. In un’altra poesia la madre è resa nella figura sacrificale del mito: è Alcesti, che resiste e muore nuovamente ogni giorno, che vive nel ricordo, «nei cassetti»: alla sua croce hanno contribuito i familiari, della sua morte sembrano essere tutti colpevoli.

Per questo motivo la figura mitica successiva è antitetica: si tratta della mitica Lilith – immagine persecutoria, evocatrice della colpa. Le poesie seguono una successione consequenziale: dopo l’evocazione di Lilith, associata all’eros, la colpa che risalta in seguito è il peccato di gola: «penso / alla tua frutta sciroppata / ancora qui nella dispensa / veleno dolce amore assoluto»: la figlia si è nutrita della madre, se ne nutre ancora, ma quella eredità è ambivalente e può uccidere.

Si torna dunque indietro nel tempo, a una istantanea fatta in una località dal nome maleaugurante – Malborghetto – e la bambina «indecifrata / uguale alle tante passate di lì» è congelata nella posa, timida e, a quanto pare, senza il sorriso che le viene chiesto. Ancor peggio, nella poesia che segue si raffigura una bambina morta: nel vestito della prima comunione «sembra una statua di cera / una bambola di cartapesta». Queste immagini – la bambina della foto, la bambina morta, la bambina statua davanti alla «povera casa contadina» contribuiscono via via all’atmosfera gotica della sequenza, ribadita dalle composizioni successive: il cuore dato in pasto, la rivalità tra madre e figlia: «l’una all’altra si trovarono avverse / senza saper la posta / senza una via d’uscita / da rispettiva pena».

La figura materna serve dunque inevitabilmente a tessere il tema del tempo e della morte in una necessità fatale e senza riparo mentre quella paterna, problematica e vitale, sollecita un ritmo vivace anche nella evocazione del dolore: «Nello stare impassibile ripari / alla stretta del cuore / ma quando piangi dove lei riposa / vedo in te aperte le mie stesse falle». Difficile è vivere con i vivi e con i morti: se con il padre vale «il gioco dei ricatti», bisogna pur dire che la sua attesa della morte annunciata è quieta e la sua riflessione sulle pubblicità delle onoranze funebri sfiora il comico.

È con un certo sollievo che nella seconda sezione del libro si esce dalle strettoie familiari: l’aria si fa limpida, ritorna il gioco amoroso «del respingersi e cercarsi». L’aria è invernale ma non impedisce la speranza: «Solo l’inverno ha questa luce / trasparente d’attesa / raggelata luce sospesa / su orizzonti definitivi // ma il desiderio delle gemme / timido e prepotente chiede luogo / come solo d’inverno». La voce che parla in prima persona nelle poesie della seconda sezione ritorna a visitare il mondo esterno ma rivela una certa cautela: «Torno alle abitudini / alla cara lingua / alle arrancanti stagioni / fin qui spiate / dalle fessure della mia tana». Il «desiderio delle gemme» persiste, e la speranza del volo, ma si procede a «scatti», a «brevi salti» raffigurati graficamente come in certe composizioni di Apollinaire o della poesia visiva. Ostacoli possibili sono «l’afasia / l’irrisolto rimuginare / sul tempo perduto». La luce è invernale ma piena d’attesa.

Questa sezione mostra le contraddizioni irrisolte del sé, incerto su ciò che maggiormente desidera: «Non mi guardare. Guardami». Si tratta di salvarsi uscendo da ogni solipsismo e qui aiuta l’ironia, che percepisce la bugia sociale mondana come teatro perenne che può anche vantare grandi attori: «Non sono un animale da teatrino / o palco, ma a chi sa muoversi / mi inchino: riconosco l’artista». Costante tematica della sezione è il silenzio: quello dello scettico spettatore della mondanità, quello di chi è «muta in ascolto a chiedermi / dove si va a parare», ma anche un silenzio sbigottito, interno: «Persino / i suoi propri pensieri / le restavano segreti le parole / le morivano in gola». La reazione della spettatrice muta e ammutolita è: «Incredibile quante cose / (sempre le stesse) abbiano da dirsi / le persone». Ma il silenzio più tremendo, che nessuna ironia può scalfire, è quello della città sepolcro – distrutta dal terremoto che ha messo in fuga gli abitanti impazziti. Eppure forse anche per loro – e per chi scrive – c’è un punto di arrivo indicato dalla mappa con un cerchietto rosso: è forse la salvezza, indicata ironicamente: «e come rassicura la notizia / la scritta perentoria – VOI SIETE / QUI».

La terza sezione è una riflessione sull’arte che si sofferma anche sul sadismo delle offerte sacrificali. Qui compare il cucito e il rattoppo nella forma di un libro strappato e ricucito: «Chi guarda l’opera non vede questa / imbastitura ma tu \ Barbara/ sèguita – come fai — nella sua cura».

La cura è l’arte, l’arte del rattoppo: i lavori dell’artista Ba Abat sono il punto di partenza che ha fornito lo spunto al titolo del libro di Luisa. I contorti segmenti, i fili ritorti, le corde o duttili catene di carta scompigliate dell’artista visiva mostrano per evidente implicazione che alle origini dell’arte gotica – tale è l’arte tessile di Barbara – vi è un corpo dilacerato; la nuova Justine fatta a pezzi nella performance è semplicemente la parola; le parole intricate e avviluppate sono raccolte, messe insieme, serbate: sono insieme la malattia e la cura. Nello stesso modo, alla sezione successiva, la poesia dedicata all’artista visiva Karin Andersen svela lo sfondo gotico di un’arte che muta la fanciullina delle favole in insetto.

Sulla elaborazione del lutto Luisa Gastaldo, archivista della memoria, rievoca un incontro con la metafora dei fiumi-torrenti che si uniscono, con quella dei diversi segni zodiacali che in modo del tutto inaspettato generano una unione: Pesci e Gemelli. A questo punto il passato non è più una minaccia: le presenze estranee nell’appartamento – i segni di una vita precedente – recedono, si può davvero ricominciare.

Infine la quinta e ultima sezione si popola di ritratti, segno di una riconciliazione con il mondo. Sono ritratti di amici, viventi e non: dodici poesie che formano la sezione più lunga, dopo la prima dedicata ai genitori. Qui compare l’immagine della poesia vista come lava rovente: non acqua e frescura, ma dolore che si rinnova, liturgia quotidiana. Oppure – con una metafora antitetica e gioiosa – poesia come barchette di carta invisibili, da liberare. Immagine simbolica è nella poesia «Alla mia sigaretta» l’elegante elegia sul passare del tempo: «Dilazione del tempo che va in fumo / volute di idiozia (la sua a ciascuno) / persiste in bocca un gusto di tabacco // Sapore dello scacco». Segue una gentile, scherzosa e inutile predicazione all’amico Alessandro: «Ancora non sai / che questo non è un videogame?».

Dal doloroso inizio di questo rattoppo poetico si arriva dunque felicemente alla leggerezza affettuosa delle ultime battute e la riflessione sulla poesia, che percorre tutto il libro, conclude la raccolta con l’immagine dell’ humus e del bosco: «… quando/ perdi il sentiero là / c’è bosco vero / selva che / adesca i sensi / scompagina i pensieri / scandisce i suoi ritmi nascosti». È infatti il bosco – che è anche selva amorosa – a fornire la chiave di lettura di tutta la raccolta con la parola che chiude l’ultima poesia di questo volume: amigdala è il lobo a forma di mandorla che ha un ruolo chiave nella formazione del ricordo e favorisce la memoria di ciò che ha procurato dolore.

Ma il dolore, lo strappo, gli strappi… sono medicati dalla poesia di Luisa Gastaldo con l’ironia, con l’eleganza delle rime interne e nascoste, degli endecasillabi appena accennati o divisi dagli a capo, con l’assenza della punteggiatura che dà ai versi la libertà di una lettura individuale, di una decifrazione emozionante.

Luisa Gastaldo, “La linea del rattoppo”, qudulibri, 2020

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Bianca Tarozzi

Bianca Tarozzi, nata a Bologna nel 1941, vive Milano e a Venezia. Ha insegnato Letteratura Inglese e Anglo- Americana a Venezia e a Verona e tradotto in italiano numerosi autori inglesi e americani, tra i quali Elizabeth Bishop, Emily Dickinson, Richard Wilbur, Lewis Carroll e A.E. Housman. E’ autrice di numerosi saggi letterari, di un romanzo (Una luce sottile. Storia di Eddo e Mary, 2015) e di dieci raccolte poetiche tra cui La buranella (1997), Il teatro vivente (2007), La signora di porcellana (2012), Canzonette (2016). Le sue poesie sono state tradotte in inglese in The Living Theatre (2017), libro che negli Stati Uniti ha vinto il premio della Lannan Foundation. .

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