Da oggi, 30 giugno, al 4 luglio si svolge Bande de Femmes, tredicesima edizione del festival femminista di fumetto e illustrazione organizzato dalla Libreria Tuba: gratis, accessibile, aperto allo scambio politico. Lo curano Marta Capesciotti, Ginevra Cassetta e Sarah Di Nella. Le abbiamo intervistate
Di Amanda Rosso
Tredici edizioni sono un’età precisa, per un festival: quella in cui un’esperienza nata come scommessa di quartiere diventa genealogia, pratica consolidata, senza smettere di essere casa. Bande de Femmes, il festival femminista di fumetto e illustrazione organizzato dalla Libreria Tuba e curato da Marta Capesciotti, Ginevra Cassetta e Sarah Di Nella, torna ad abitare il Pigneto dal 30 giugno al 4 luglio: una mostra diffusa nei luoghi che animano la vita culturale del quartiere, laboratori, dibattiti, performance, e quest’anno anche Blossoms – Artiste che creano nuovi immaginari, due giornate dedicate alla formazione e alle voci emergenti, realizzate con il sostegno del MiC e di SIAE nell’ambito di “Per Chi Crea”. Il programma tiene insieme la storia e il presente del segno femminista: dalle “Chicche antiche” dedicate alle artiste che hanno fatto la storia ai “Dialoghi d’autrici”, dalle ospiti internazionali — l’illustratrice spagnola Laura Perez, l’illustratrice francese Nine Antico, la fumettista Elsa Klée con la sua storia soggettiva del fumetto queer — fino al gran finale con la performance di Holly Heuser. Perché il fumetto, qui, non è un genere minore né una nicchia: è un campo dove si ridisegnano immaginari, corpi e canoni. Ne abbiamo parlato con le curatrici.
Bande de Femmes nasce da una libreria delle donne, cioè da un luogo che è insieme spazio commerciale, presidio politico e archivio vivente. Come è cambiato il festival da allora — e come è cambiato il rapporto tra fumetto e femminismi in Italia in questi anni?
Tuba e successivamente anche Bande de Femmes nascono dalla convinzione che è importante dare visibilità e riscoprire le voci delle donne e delle persone queer del passato per contrastare l’assenza di rappresentazione. La scarsa presenza nell’immaginario collettivo, nei libri di testo e nei programmi scolastici, di donne scrittrici, ricercatrici, scienziate o matematiche impedisce a molte ragazz3 di immaginare una società in cui poter semplicemente essere quello che si desidera.
Noi ci sforziamo di creare uno spazio per dare visibilità ad artiste ed artist3 che troppo spesso vengono penalizzat3 nel mondo dell’arte che è ancora dominato dall’artista maschio bianco etero abile e cis, a tutti i livelli della gerarchia artistica. Negli ultimi anni abbiamo finalmente osservato i femminismi e l’intersezionalità farsi strada anche nel mondo del fumetto, trasformando radicalmente le graphic novel che leggiamo. Nel 2025 abbiamo ospitato Cleo Bissong, fumettista esordiente (Ma stiamo ancora qui a parlarne? Edito da Coconino Press – Fandango) che ci ha particolarmente colpito con il suo modo di raccontare il rapporto col proprio corpo ma anche di come sia possibile liberarlo dallo stigma. Corpi razzializzati e oppressione coloniale sono al centro delle pagine di Igiaba Scego e Chiara Abastanotti in Figli della foresta (BeccoGiallo).
Il desiderio che ci muove è quello di offrire spazi di rappresentazione in cui riconoscersi e di raccontare i nuovi immaginari che si vanno piano piano affermando: sono tantissime le pubblicazioni che parlano di corpi non conformi, identità, violenza di e del genere, lotte e resistenze. È la prospettiva che sta cambiando e che non dà tregua al sistema patriarcale che ancora difende il proprio privilegio strutturale. Il fumetto è il medium che ci permette di farlo, è estremamente vario ed eclettico, ci piace abitarlo in tutte le sue sfaccettature: lo spazio delle immagini e dell’immaginazione ci aiuta a osservare quello che viviamo nelle nostre quotidianità e a espandere, da diversi punti di vista, i confini del possibile. Il fumetto, quindi, diventa un alleato immediato e dirompente per stravolgere l’esistente. E su questo siamo molto curiose di sentire il racconto che farà Elsa Klée, una delle protagoniste di questa scena fumettista transfemminista, queer e underground che ci proporrà una storia soggettiva delle fanzine femministe e queer.
Quest’anno in mostra ci sono le tavole di esordio di Eugenia Erba uscita per i tipi di Eris edizioni con Squame mentre nei dialoghi d’autrici incontreremo Nine Antico e il suo mémoire complesso e compiuto, graficamente superbo: Una ossessione – pubblicato da Coconino Press – Fandango) – in cui costruisce una narrazione attorno ai corpi, alle sessualità, al lungo percorso necessario per poter dare un nome al proprio vissuto, con la città di Venezia a fare da sfondo o forse da protagonista. In modi diversi e da prospettive diverse sono due fumetti profondamente ancorati nel periodo storico e nei quali l’impronta dei movimenti femministi e transfemministi è palpabile.
Il programma è costruito per sezioni dai nomi eloquenti — dalle “Matite fuori dai cardini” alle “Chicche antiche” dedicate alle artiste che hanno fatto la storia, fino ad “A tutte ziNne” e agli “oggetti graficamente non identificati”. Come nasce questa struttura, e quanto pesa in essa il lavoro genealogico: riportare alla luce le antenate, contro la cancellazione sistematica delle autrici?
Bande de Femmes è un festival che noi vorremmo fosse il più possibile attraversabile e trasversale. E la trasversalità che immaginiamo attraversa le generazioni, le latitudini geografiche, le dimensioni temporali, i vissuti, i corpi e gli immaginari. Per questo ci piace che il programma del festival rispecchi questa eterogeneità e che sia un programma in cui ciascuna persona possa trovare qualcosa in cui riconoscersi. I vari format che utilizziamo per caratterizzare gli incontri in presenza del festival rispondono precisamente a questa esigenza: creare spazi di immaginazione e conversazione che richiamino l’attenzione, siano riconoscibili, facciano sentire alcune persone a casa e attirino altre verso la scoperta di qualcosa di nuovo. Nel corso del tempo questo approccio tra l’altro ci ha permesso di accogliere nel programma anche progetti artistici inaspettati in un festival di fumetto e illustrazione: pensiamo a Sceno/grafiche che racconta il mondo artistico e gli immaginari di artist* che amiamo, a A tutte zinNe che ci consente di far conoscere al pubblico il fantastico mondo delle autoproduzioni e delle fanzine per cui passa spesso il nostro sapere collettivo o, infine, al format che abbiamo introdotto quet’anno, Vortex, con cui vogliamo arricchire il festival di modi eterodossi di raccontare l’arte, l’illustrazione e i nuovi immaginari che le connotano.
La mostra non è concentrata in un unico luogo ma diffusa negli spazi che animano la vita culturale del Pigneto, e il festival è gratuito, raggiungibile con i mezzi pubblici, con eventi tradotti in LIS. Che relazione c’è tra Bande de Femmes e il territorio, e quanto è centrale per voi l’accessibilità — economica, fisica, linguistica — come pratica femminista concreta?
Il Pigneto, dove si trova Tuba e dove si svolge Bande de Femmes è una zona particolare di Roma: da un lato, è sicuramente un quartiere vivo e ricco di sperimentazione, cultura alternativa, anche libertà di espressione e movimento, soprattutto per le persone che si discostano dalla norma; dall’altro, assistiamo a un costante processo di gentrificazione e il quartiere sta diventando un polo di consumo. Sembra ormai quasi impossibile stare in strada, ritrovarsi, senza consumare. Tuba si inserisce in questa panoramica tentando di offrire uno spazio di scambio e contaminazione culturale e artistica che rompa un po’ questo schema: ci sono le presentazioni e ci sono i festival, Inquiete, festival di scrittrici a Roma, e BDF, festival di fumetto e illustrazione femminista. Tutte queste cose avvengono per buona parte in strada e riempiono le vie del quartiere, sono gratuite e in parte anche accessibili, oltre ad essere tradotte in Lingua dei Segni Italiana. E sono attraversate da persone molto diverse.
Curare uno spazio femminista e tranfemminista, un luogo di socialità queer, significa provare a creare uno spazio di connessione e relazione tra l3 scrittrici, le artist3, il pubblico e gli spazi del quartiere. Per quanto possibile proviamo ad avere tempi lenti e non finalizzati unicamente al consumo, ci impegniamo a facilitare l’orizzontalità tra chi produce arte e cultura e chi ne usufruisce per permettere la circolarità dello scambio. Il nostro posizionamento ci spinge ad aprirci non solo alle voci oppresse, ma anche a chi sta prendendo parola a livello globale contro le guerre e il genocidio in Palestina e contro il sistema di sfruttamento neoliberista delle persone, delle risorse e dei territori. Questo significa anche fare rete nel quartiere con gli spazi che scelgono di abitarlo in modo politico: noi proviamo, insieme ad altre realtà, a immaginarlo accessibile e aperto, capace di mettere in rete generazioni diverse e visioni diverse, senza mai perdere di vista la necessità di una cultura come impegno collettivo. Viviamo un tempo in cui i provvedimenti repressivi intendono ridurre la possibilità di espressione e di presenza nello spazio pubblico, nel tentativo di silenziarci. Invece noi vogliamo rimanere nelle strade, essere visibili, manifestare a pieno quello che pensiamo.
Quest’anno debutta Blossoms, con un laboratorio rivolto ad “artiste in erba” e una sessione di mentoring sul portfolio, mentre “Facciamo Rete” mette in contatto le artiste con curatrici e spazi culturali. Quali sono oggi gli ostacoli più concreti per chi fa fumetto e illustrazione femminista in Italia, e cosa può fare un festival per smontarli — anche costruendo passaggi di sapere tra generazioni?
Blossoms è un esperimento che abbiamo avviato lo scorso anno grazie al sostegno di SIAE e di cui siamo particolarmente entusiaste perché ci sta permettendo di dare visibilità ad artist3 giovani ma già molto conosciut3 e amat3 che sono riuscit3 ad affermarsi nel mondo del fumetto e dell’illustrazione, senza scendere a compromessi e perdere il loro smalto e il tratto che le contraddistingue. Blossoms si sta rivelando anche un canale utile per supportare giovan3 artist3 nell’avvicinarsi al mondo dell’editoria e nel trovare strumenti e tattiche di resistenza ai processi di sfruttamento, precarietà e invisibilizzazioni delle forme di vivere e di creare che si discostano dalla norma vigente: tutti processi che connotano il mondo dell’arte. L’incontro tra l3 artist3 e l3 partecipanti è per noi un modo di fare comunità e resistere insieme alla marginalizzazione. “Facciamo Rete” in questo senso è un passo in più, è un momento in cui chi fa arte, chi la pubblica, curator3, critic3 possono incontrarsi, conoscersi e scambiare esperienze e opportunità in un contesto orizzontale e accessibile, fuori dai circuiti esclusivi ed escludenti.
Come ospiti ci saranno voci internazionali molto diverse — da Laura Perez a Golrokh Nafisi, da Safaa Odah a Elsa Klée con la sua storia soggettiva del fumetto queer. Che mappa disegna questa edizione? Esiste un filo che lega le pratiche femministe del fumetto attraverso confini e lingue?
Ci teniamo a dire che siamo molto molto felici di essere riuscite quest’anno ad avere con noi Golrokh Nafisi: è un’artista, una compagna e un’amica che conosciamo da tempo e di cui amiamo il lavoro artistico che nel 2025 non è potuta venire a Roma a causa dei bombardamenti statunitensi sull’Iran. Sono state settimane di rabbia e angoscia in cui abbiamo perso i contatti con lei ma quest’anno – nonostante la guerra sia ancora in corso in Iran come in altri Paesi dell’Asia sud-occidentale – riusciamo ad ospitarla a Bande de Femmes con un laboratorio – Manifesta – e un incontro in cui parleremo del suo lavoro ma anche della situazione che sta vivendo il popolo iraniano che resiste al fuoco incrociato dei bombardamenti israelo-statunitensi e dell’oppressione del regime.
Per quanto riguarda Safaa Odah, abbiamo scelto di presentare con una mostra il lavoro creato insieme alla storica fumettista italiana Pat Carra. Un lavoro a quattro mani – pubblicato da Fandango – nato a distanza e fiorito tra le macerie a cui è stata ridotta la Striscia di Gaza per mano dell’esercito israeliano. Safaa disegna sulle tende della tendopoli in cui da due anni è costretta a vivere dopo la distruzione della sua casa. Per noi ospitare il lavoro di Safaa – pur nell’impossibilità di parlarne direttamente con lei al festival – risponde all’urgenza di nominare la Palestina e la lotta di liberazione della popolazione palestinese in ogni edizione del festival, perché rappresenta l’orizzonte di senso della nostra concezione del mondo. E, infine, ogni anno, anche grazie al supporto degli istituti di cultura, cerchiamo di arricchire il programma del festival con la presenza – fisica quando possibile – delle opere di artist3 internazionali, anche non conosciute o tradotte in Italia, che ci hanno colpito particolarmente. Pensiamo sia un modo immediato per ampliare il perimetro dell’immaginazione del pubblico che vive in Italia, e anche per noi per entrare a contatto con modi altri di fare e parlare di arte.
Cosa sognate per Bande de Femmes? C’è qualcosa che il fumetto femminista italiano non ha ancora osato fare e che vorreste vedere accadere, magari proprio in via Pesaro?
Innanzitutto, sogniamo di poter portare avanti l’esperienza di Bande de Femmes ancora per molto tempo, allargando la squadra che ci lavora che va ben oltre noi tre e senza la quale il festival non esisterebbe. Per il resto, noi speriamo che il mondo del fumetto – italiano e in generale – riesca a scrollarsi di dosso le dinamiche di sfruttamento, precarizzazione ed egemonia delle voci bianche, maschili, eterosessuali e cisgenere che ancora lo contraddistinguono. E che riesca davvero a essere uno spazio di libertà e di immaginazione, e a dare spazio e voce a chi spesso viene silenziat*. Bande de Femmes si muove verso questo orizzonte e cerchiamo di dare il nostro contributo, sempre in rete con chi, a ogni latitudine, muove passi nella nostra stessa direzione.
Amanda Rosso
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