La giovane ha un potere di guarigione celato là dove non dovrebbe come la santa napoletana Giulia Di Marco, tacciata di eresia. La carità carnale di Monica Acito, seconda prova di un’autrice notevole che piace al pubblico e alla critica
Di Jo Blivion
La tavola trabocca Una mattina, i coniugi Pezzullo si ritrovano a casa per mangiare pietanze, molto più del solito. Per loro è giorno di festa, non solo perché questo è uno dei pochi pranzi che possono godersi insieme, momentaneamente sollevati dagli affanni del loro negozio di alimentari. È un giorno di festa perché Marianeve ha superato l’esame di maturità col massimo dei voti. L’orgoglio dei suoi genitori riempie tutta la casa, ma così anche le loro divergenze: la Miciona insiste perché la figlia, dopo il diploma, dia una mano nel negozio; per Sarchiapone, invece, la sola idea di condannare Marianeve a quelle fatiche è inammissibile, un sacrilegio.
Perché Marianeve non è come le sue compagnelle d’infanzia, anzi… lei è diversa da tutti gli abitanti di Canfora: «Marianeve tiene l’arte in corpo».
Nelle sole parole di questo padre in adorazione è racchiuso il leitmotiv del nuovo romanzo di Monica Acito, La Carità Carnale, pubblicato da Bompiani. Sono passati tre anni dall’uscita del suo esordio, Uvaspina, calorosamente accolto sia dalla critica che dai lettori, già tradotto in francese e in corso di traduzione in spagnolo. In questo lasso di tempo Monica Acito si è distinta nel panorama letterario italiano grazie alla sua scrittura sempre mutevole, capace di evocare immagini nitidissime dentro cui attira il lettore, lo fa smarrire, per poi pugnalarlo alle spalle, curarlo, e ricominciare da capo l’incantesimo.
Marianeve Pezzullo, protagonista della Carità Carnale, è nata d’inverno dopo le tante preghiere della madre a Santa Maria ad Nives del monte Cervati. La sua attesa viene infine ricompensata con la nascita di questa creatura candida, bianca da capo a piedi, per cui suo padre stravede come un devoto davanti all’idolo. Per Sarchiapone, uomo umile con un sogno infranto, Marianeve è una manna dal cielo nella terra delle disgrazie: il Cilento. Sembrerà impossibile associare località come Agropoli, Castellabate, Acciaroli e simili a un immaginario decadente. Ma se decideste di uscire dalle acque cristalline, dimora di Leucosia, e vi trascinaste coi piedi ancora sporchi di sabbia lungo certe stradine tortuose, arrancando lungo campagne verdi e brune, non reggereste il dispiacere del disincanto.
L’entroterra cilentano, di cui Canfora è una fedele iconografia, è abbandonato alle istituzioni corrotte e impoverito dallo spopolamento. Un destino sempre più incombente su quelle zone del sud Italia che non corrispondono all’aesthetic della vita lenta, al mito idilliaco che i media alimentano ultimamente su un Meridione trattato allo stremo di Cassandra: denigrato, ignorato e umiliato. «».«Il Cilento – scrive Acito, che in quest’entroterra ha scoperto la scrittura – era una serpe sempre prena, sempre gravida, col grembo gonfio di lecci, castagni e ginepri rossi, un utero feroce come il morso di un lupo, perché tutti i suoi figli nascevano ciechi, storpi o già morti, oppure crescevano a suon di latte di capra e poi se ne andavano, risalivano la china dell’Italia».
Non sembra così un caso che Marianeve nasca e cresca tra queste rovine, proprio lei che ha il dono innato di curare le persone. Dono che, per chi lo ha già incontrato, riporta col pensiero a Uvaspina. Ma mentre lui compie la guarigione altrui lasciandosi spremere da chi ama, come vuole il frutto da cui prende il nome, Marianeve fa il bene degli altri attraverso il suo corpo. A Canfora nessuno è a conoscenza di questa sua dote, nemmeno lei che trascorre i pomeriggi d’infanzia nello sgabuzzino del negozio di famiglia assieme alle sue compagne di classe, dedicandosi a giochi talvolta perturbanti, in cui il corpo c’entra come nel pomeriggio di una bambina c’entra un giocattolo: non è nulla di cui aver paura.
Proprio durante uno di questi giochi, Marianeve compie il suo primo miracolo, ma scopre anche l’abbandono. Con la carità non si conquista l’amore degli altri, talvolta se ne attrae l’avidità, la cattiveria che abita dentro ognuno di noi.
Siccome sin da bambina Marianeve desidera diventare un’artista, da adulta sceglie di frequentare Storia dell’arte alla Federico II. Realizzare il suo sogno diviene così il nuovo sogno di suo padre. Sarchiapone la accompagna fino all’appartamento a Mezzocannone, si carica di pesi per non affaticarla, le compra i libri per l’università. Quanti più sacrifici Sarchiapone fa per lei, tanto più Marianeve si impone di non deluderlo. «Papà, io sono un’artista, fidati di me, papà, le artiste possono tutte cose, […] le artiste non ti faranno morire mai».
Ma quello che avrebbe dovuto essere un lieto sposalizio («La mattina in cui partì per Napoli, Marianeve sembrava una sposina»), si rivela in realtà un’unione fredda, spigolosa. La città la accoglie dentro di sé senza entusiasmo, la sfianca con le sue luci e le sue ombre, è un reticolo di vicoli sommersi da viavai, Napoli non è mai simile a se stessa e Marianeve sembra non riuscire mai ad ambientarsi davvero. Per lei Napoli rimarrà a lungo un enigma, ma non c’è segreto che Marianeve possa nascondere alla città, «perché (Napoli) aveva già capito chi era Marianeve e cosa aveva lì sotto».
Per essere più precisi, Napoli non conosce Marianeve, riconosce il suo potere.
A differenza di Uvaspina (che non è un romanzo su Napoli, come precisato da Acito stessa, bensì un romanzo dentro Napoli) La Carità Carnale ritrova il suo senso proprio tra le pieghe della storia napoletana. Prima ancora di Marianeve, la storia (in)segue Giulia Di Marco tra le onde del mare, in una notte della Napoli seicentesca, sfinita dalla carestia, dalla febbre quartana, dalla peste e dal male francese. Chi sia stata Giulia Di Marco, non è semplice da decifrare. La bibliografia su questa “santa viva” è piuttosto scarna. Acito la dipinge così all’inizio del romanzo: «Lei era l’ennesima scarogna di Napoli. […] era nata con le stimmate, ma non ce le aveva sul palmo della mano, sulla fronte o sulle dita come tutti gli altri santi, lei ce le aveva in un luogo che non si poteva manco nominare. […] Giulia Di Marco guariva le persone col suo corpo, e nel suo corpo c’era tutto lo Spirito Santo».
Attraverso La Carità Carnale, Monica Acito tira via Giulia Di Marco da un freddo oblio profondo, diluendo le poche fonti a disposizione con la sua ormai rinomata capacità affabulatoria. E se la storia è scritta dai vincitori, ben venga una riscrittura simile, che rompe il silenzio punitivo calato su Giulia Di Marco, la “santa viva”, per opera dei religiosi teatini, responsabili di aver sciolto la setta della Carità Carnale accusando la sua creatrice di eresia.
Durante la prima presentazione al Teatro Nuovo di Napoli, Massimiliano Virgilio ha definita La carità carnale come un’opera libera, che sguscia via dalle tendenze editoriali per inseguire le ossessioni di chi la scrive. E la scrittura di Monica Acito è una spirale da cui non ci si può sottrarre, inganna e guida al tempo stesso. I luoghi, i volti, le voci della gente che si imbatte in Marianeve non restano mai fissi in un’immagine sola. In una sola pagina il volto di una giovane può assumere connotati animaleschi; un ragazzo taciturno tramutarsi in corallo; una voce gentile può riversare addosso agli altri un fiotto acido di parole. La ripresa del realismo magico di Màrquez è chiarissima, l’autrice se ne appropria per rievocare al meglio il polimorfismo di Napoli: in Uvaspina “gigantesco polpo”, la cui testa è Capo Posillipo; per Marianeve un’ostrica, «una di quelle che non erano mai comparse sulla tavola sua».
Già altrove è stato fatto il parallelismo tra La carità carnale e Ninfa plebea di Rea, premio Strega 1993, un po’ per l’invenzione di Canfora e un po’ per la crescita tortuosa di Marianeve. Ma se è vero che le opere instaurano dei legami anche attraverso ciò che non le accomuna, per me ha senso far notare che tra le due, la vera martire è Miluzza. Marianeve è un chiaroscuro di cui tutti restano accecati dalla bianchezza: non è una santa, è umanissima e venata di ombre. Prima amorevole, poi egocentrica; umile e poi orgogliosa; ferita nel profondo e quindi aggressiva. C’è una parola in napoletano che è fondamentale nella scrittura di Monica Acito: lo scuorno, che non è la semplice vergogna, ma la vergogna che ci inietta lo sguardo altrui. Marianeve scopre lo scuorno quando le sue coinquiline incontrano per la prima volta suo padre e le sente ridere di lui; quando il professore si prende gioco di lei all’esame; quando constata di non essere avvenente quanto le altre ragazze, e di essere sempre un passo indietro.
E dopo anni senza una stella, Giulia Di Marco è per Marianeve ciò che Salvatore Di Giacomo è stato per Uvaspina. Solo due creature morte possono confortarli, perché i vivi da loro vogliono sempre un tornaconto viscido. Il legame tra le due donne è ancora più viscerale, una vera e propria eredità, che è anche una maledizione. Nella vita di Marianeve, come in quella di Giulia Di Marco, certi uomini che ne fanno parte sono affascinati quanto terrorizzati dal loro potere. Non ne conoscono l’origine, ma vogliono credere di esserlo per ammansirlo, controllarlo. La carità carnale è un elogio, per riprendere Jude Ellison S. Doyle, al mostruoso femminile. Mostruoso agli occhi della Chiesa, degli uomini tutti che nel corso dei secoli hanno cercato di controllare il corpo delle donne, di imputarne l’impurità. E se è ancora vero che Napoli è un Paradiso abitato da diavoli, oggi come nel Seicento, la prossima volta che passerete per Forcella, non vi resterà che cercare una certa finestra dove l’opera di una donna, per il bene di Napoli, fu scambiata per opera del diavolo, per il bene di Napoli.
Monica Acito, La carità carnale, Bompiani, 2026
Jo Blivion
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