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Le lettrici fiorentine hanno ripreso “In fuga” di Anne Michaels, romanzo diviso in due sezioni. Nel Libro I si narra la storia del bimbo ebreo polacco Jakob Beer, salvato da Athos Roussos, che lo porta a vivere a Zante con sé. Dopo la Seconda guerra mondiale, i due emigrano a Toronto, dove Jakob si sposa e scopre la passione per la poesia. Il Libro II è scritto dalla prospettiva di un ammiratore delle poesie di Jakob, Ben

Di Maria Letizia Grossi

 

Nel bel romanzo di Anne Michaels In fuga la memoria è sia una ferita aperta sia un dovere morale, una responsabilità, una restituzione di verità. È ciò che avviene anche nel libro in cui il geologo greco Athos Roussos ridà voce a chi è stato annientato. La storia è una presenza attiva, il trauma si trasmetta alle generazioni successive, insieme alla rinascita: si snoda una genealogia non biologica, di cura materna e paterna.

Athos Roussos fa rinascere il piccolo orfano ebreo Jakob facendolo uscire dai suoi pantaloni, dove lo ha nascosto durante la fuga dalla Polonia. È significativo che lo rimetta al mondo in Grecia, dove le case sono bianche anche al buio. Qui i colori sono netti, inondati dalla luce, dal sole, anche i quadri di Daphne, la vecchia amica di Athos, sono di un cubismo definito raggiante.

A Zante Jakob deve vivere nascosto in una stanza perché anche la Grecia è occupata dai tedeschi. Ma nel piccolo spazio ricomincia la vita.

Far crescere, allevare è creare continuità di vite e di storia.  Da Athos a Jakob, da Jakob a Ben (Ben nelle lingue semitiche significa figlio). L’azione individuale va al di là della singola vita, fa e conserva la storia. Il salvatore – genitore insegna al bambino che il lutto non si può ignorare, bisogna attraversarlo. Gli mostra che la conoscenza e l’amore sono un modo per far fronte alla brutalità e riprendere a vivere; insiste perché non perda la sua radice, lo invita a studiare la sua lingua materna. Ricostruisce, con un’educazione lenta e paziente ma composita, parti della sua identità, «come se stesse lavorando alla conservazione di un pezzo di legno». Athos trasmette a Jakob gli strumenti culturali ed emotivi, la sua presenza curativa, per comprendere il trauma. «Per quattro anni restai confinato in due piccole stanze. Tuttavia Athos mi diede un altro regno per abitarvi, grande come il globo terrestre ed esteso come il tempo». Jakob trasforma quegli strumenti in poesia e testimonianza. La scrittura, la poesia e il linguaggio servono a dare forma all’indicibile e a preservare la memoria quando la storia ufficiale fallisce. La storia è amorale. La memoria è morale: la nostra memoria cosciente è una scelta di responsabilità.

Anne Michaels compie un’operazione interessantissima con la scrittura, la ricomposizione della memoria riguarda sia il trauma collettivo che quelli individuali.

I libri compiono un’azione simile: è vitale ciò che Athos racconta, ma anche legge, a Jakob. L’osservazione della biblioteca nella casa di Roussos da parte di Ben è un tassello importante nel definire il personaggio del geologo filosofo.

Athos cura e fa crescere non solo con le parole, il silenzio è altrettanto eloquente.  La natura (terra, pietre, scavi archeologici e geologici) non è solo metafora della memoria, è memoria. I luoghi ricordano. Gli strati della terra sono strati del passato, terrestre e umano.

La prima moglie di Jakob, Alex, è terrorizzata dal dolore di lui, vorrebbe che lo cancellasse, che rinascesse alla vita mettendolo da parte. Cerca di “dar fuoco a tutto”, per “ricominciare da zero”. Jakob non può farlo. Non con lo sradicamento e lo smemorarsi. Bella, la sorella sempre presente nei suoi pensieri, si avvicina fin tanto che non è in grado di dare una spinta a Jakob, perché si allontani.

Il tentativo fallimentare di Alex inaridirà e farà finire la loro relazione. Al contrario Michaela è una figura femminile salvifica. In un romanzo in cui quasi tutti i personaggi più importanti sono maschi, alcune donne sono presenze potenti, Bella nel ricordo quasi ossessivo, Daphne e appunto Michaela.

Un altro presente e un altro passato di violenza e dolore si affianca a quello del ragazzo, anche in Grecia i nazisti hanno distrutto interi villaggi, ucciso, ferito. Athos, il suo amico Kostas e Daphne, la moglie di lui, ripercorrono la guerra, gli stermini, la resistenza greca, la lotta tra partigiani comunisti e democratici, le vecchie del villaggio di Modion che affrontano le SS armate di scope e pale.

Il titolo italiano del romanzo sintetizza alcune realtà esistenziali: i protagonisti sono tutti fuggitivi, esuli e sopravvissuti, si spostano, dalla Polonia alla Grecia, a Toronto, di nuovo alla Grecia. Del resto in Michaels nulla è statico, il reale è formato da stratificazioni storiche, geografiche, geologiche. Per questo il testo apre a molti livelli di lettura. Il titolo originale, Fugitive Pieces, rimanda invece ai “pezzi”, termine con cui i nazisti denominavano i deportati nei campi di concentramento.

In una intervista Anne Michaels dice che il romanzo va letto con tutti i sensi. Ed infatti siamo coinvolt* nel sapore del cibo, la vista del mare dalla casa di Zacinto, la sensualità (“Michaela immobile sotto la mia lingua…”). Poi i suoni, le ninne nanne di Naomi, la musica di Bella, le canzoni che la madre cantava mentre spazzolava i capelli della figlia, ma soprattutto i rumori. Jakob non ha visto nulla della carneficina compiuta dai nazisti con i suoi familiari, il suo trauma è uditivo, la porta sfondata rimanda un suono molto violento, il rotolare dei bottoni sul pavimento, l’urlo del padre. L’olfatto soprattutto sembra fissarsi: l’odore di carne bruciata esplode in tutte le immagini e i ricordi del passato

Anche Athos in certi momenti avrà bisogno di Jakob. L’esule e lo stesso suo salvatore sopravvivono grazie alla vicinanza reciproca. Col passare del tempo sarà Jakob a prendersi cura di Athos, il quale farà affidamento sul ragazzo, in un rapporto quasi di simbiosi: «eravamo come la pianta rampicante e uno steccato, ma chi dei due era la pianta rampicante?». Questo «circuito miracoloso in cui ognuno trae forza dall’altro» e spinge a «dare ciò che di più si ha bisogno», è un leitmotiv che percorre il libro e ritorna anche alla fine della storia di Ben. Dunque il linguaggio non ha solo «il potere di distruggere, omettere, cancellare, ma grazie alla poesia può anche guarire»: la scrittura può essere una forma di salvezza. «Scrivi per salvarti, e un giorno scriverai perché sei stato salvato», diceva Athos. Allo stesso modo, Ben reagisce alla mancanza di “energia narrativa” che segna la sua famiglia, chiusa in un silenzio teso a soffocare il trauma dello sterminio nazista.

Ma Jakob non è solo «un agente di rinascita positiva»,  è anche un “mediatore fra due mondi” (come lo definisce Roberta Mazzanti nel suo saggio), quello dei vivi e quello dei morti. Il confine che li separa è molto labile, poroso, una “membrana vibrante”, e queste vibrazioni giungono a Jakob che sente la madre dentro di sé, ascolta le frasi di Bella o le immagini che non cessano di arrivare. Il risultato spaesante è un effetto di “sovraimpressione”: nel presente si insinua il passato, ricordi e visioni irrompono nella quotidianità, schiudendo un’altra dimensione. «Ogni momento è due momenti», si sdoppia e si riflette, mentre si moltiplicano gli “incontri spettrali”: presenze diafane si aggirano per casa e fanno sentire la loro voce, soprattutto in cucina «dove piace radunarsi a tutti i fantasmi». Questo ci fa pensare al perturbante al femminile, all’effetto straniante quando si insinua nella dimensione della domesticità.

La prima parte del romanzo è tutta intessuta di immagini dolorose di morti. La scena dei prigionieri che scavano e trovano e toccano i morti è una indicazione di un’azione possibile, perché lo spettro rivela di avere ancora il soffio della vita, mantiene il legame tra loro e noi.

Proseguendo nella vicenda, Athos crea la dimensione necessaria alla rinascita e i trapassati possono dissetarsi alla fonte del vivo.

Proseguendo, ma non in modo cronologicamente lineare. Le varie dimensioni temporali si sovrappongono e si fondono nel fluire degli istanti, in un continuum. “L’ombra del passato è formata da tutto quello che non è mai successo. Invisibile, squaglia il presente come la pioggia col calcare”. Non resta che cercare di fermare il tempo almeno per un “battito”, in attesa di una “catastrofe della grazia”: l’incontro con Micaela porterà infine al superamento del lutto, generando il “risveglio alla vita” e anche la momentanea tregua nella corsa affannata degli anni.

La prima e la seconda parte producono in chi legge effetti diversi, ma ne è solidamente stabilito il legame nella logica narrativa, nella struttura e tra i personaggi. Il legame consiste nella trasmissione della memoria. Jakob non ha figli, scrive per dei figli ideali, Ben è il figlio non biologico che ne raccoglie l’eredità. Nel riceverla, contemporaneamente, Ben cura sé stesso, recupera un rapporto filiale e di memoria, restituisce la memoria della Shoa di Jakob attraverso l’editing dei suoi diari.

Lo stile è fortemente poetico, intrecciato di metafore, immagini che a volte uniscono l’umano, il terrestre al sacro: bellissima la scena della cerimonia sul mare, quando i due sopravvissuti, prima di lasciare Zante, offrono fiori e acqua dolce per alleviare il dolore e la sete dei morti. E la risposta è il cielo che si riempie di uccelli.

Il lessico è musicale, attento al suono delle parole. La struttura è quella della fuga, con due vicende che si susseguono, a testimoniare che è sempre possibile una seconda storia. Esse sono in sovrapposizione e in mutamento, come nella forma musicale libera che è la fuga: ripetizione e variazione.

Formulazioni molto forti, originali, descrizioni precise e suggestive ci colpiscono. Tuttavia non c’è eccesso melodrammatico.

Rita Svandrlick e Maria Ester Mastrogiovanni hanno avvertito qua e là un certo peso delle divagazioni (ad esempio i racconti delle esplorazioni artiche).

Il ritmo lento induce alla meditazione. Athos è già, come essere umano, una seconda storia per il ragazzino che ha portato in salvo: è il contrario della violenza, della guerra, dello sterminio. È il personaggio che ci fa sentire l’aspetto filosofico del romanzo, colui che osserva con spirito critico la storia umana e terrestre. È un geologo e sa che anche i luoghi desiderano   ̶  Jacob parla, a proposito di lui, di “antropomorfismo poetico”, pur nel rigore scientifico. Raccontando l’origine delle isole, Athos si riferisce anche a noi umani, alla bellezza della solitudine e della meditazione, ma anche ai rischi dell’isolamento.

Una rilettura che prova emotivamente, ricca di suggestioni e generativa di idee, di riflessioni su storia e memoria, su una forma diversa di genitorialità, sul dolore, sulla cura e sull’amore.

Anne Michaels, In fuga, Giunti Astrea, 1998.

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Maria Letizia Grossi

Nata in Irpinia, Maria Letizia Grossi vive a Firenze, fa parte del Giardino dei Ciliegi e della SIL. Insegna scrittura creativa presso l’associazione e biblioteca femminista Fiesolana 2b. Ha scritto tre gialli con tematiche sociali e ambientali pubblicati da Giunti, racconti e un romanzo sulla pandemia e la cura e vari saggi col gruppo fiorentino della SIL. Ha un nipotino.

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