Ingeborg Bachmann resta fedele a questo mantra nonostante i momenti difficili. È una donna determinata, capace di adattarsi alle città, ai diversi modi di vivere, ai mutevoli contesti lavorativi. Ha un intuito profetico verso i mezzi di comunicazione che usa con sapienza – dal telefono, alla radio, alla scrittura di radiodrammi – e con una profonda attenzione alla contemporaneità e al suo fluire
di Paola Nitido
Scrivere per esistere. Vita e opere di Ingeborg Bachmann, il recente volume di Rita Svandrlik, pubblicato da Carocci editore è un libro accurato e appassionato che avvicina sia chi conosce Bachmann sia chi vorrebbe conoscerla.
Poeta, narratrice, traduttrice, intellettuale cosmopolita ed europea, Bachmann scrive libri come capitoli della sua esistenza in un legame inscindibile fra letteratura e vita: «io esisto solo quando scrivo, quando non scrivo non sono niente». L’azione dello scrivere è manifestazione dell’esistere, segue il battito del respiro: non scrivere equivale e non esistere. Il lavoro critico di Svandrlik tesse elementi biografici, letterari, umani, che brillano perché insieme; la figura della scrittrice che ne emerge è stratificata e composita e, soprattutto, tremendamente viva.
Così la vita pulsa in ogni pagina, in ogni verso di Bachmann. Di lei Christa Woolf – un’altra scrittrice di cui Svandrlik si è occupata – dice che la «qualità di artista si manifesta proprio e anche nel fatto che lei non riesce ad uccidere nell’ “arte” la donna che è”». Le città che ha abitato, gli eventi della Storia bruciano e ritornano nelle opere non per rappresentare una biografia ma per guardare i fatti della vita e comprenderne i motivi, le cause, gli effetti.
Scrivere sì, e lavorare, ma soprattutto guadagnare. È di un lavoro che le donne hanno bisogno per scrivere, non solo di “una stanza tutta per sè”. Ciò conta tanto più per Bachmann che rivendica di essere “una che si è sempre guadagnata i suoi soldi”.
Questo libro esplora i momenti fondativi della vocazione di scrittrice e mostra l’importanza che le relazioni e i luoghi hanno avuto per il suo percorso; inoltre, apre la strada a nuove prospettive di studio sia nel ripercorrere il rapporto fra Bachmann e altri autori o autrici (Jelinek, Bernhard, Cixous) sia individuando la stima che Ortese aveva nei suoi confronti: “Nessuna donna scrive in un modo così vertiginoso, attento, limpido”, ha scritto. Ma per Ingeborg il cammino per vivere da scrittrice è lungo e tortuoso tanto da innescare una profonda empatia con qualunque ragazza oggi sogni lo stesso.
Per lei, che era cresciuta in provincia, raggiungere Vienna e accorgersi di essere riuscita a studiare all’università, a viaggiare (Parigi, Londra, Germania, Italia) e a scrivere è molto di più che realizzare un desiderio. Con una formazione filosofica, a Vienna vive anni di apprendistato: la città è l’humus in cui matura il gruppo 47 e la sua prima raccolta. La carriera inizia nell’isola di Ischia, eppure già mentre conclude gli studi scrive recensioni e racconti: una fonte di guadagno limitata, così continuamente cerca nuovi impieghi. A quel periodo risale un articolo sulle difficoltà delle studentesse e degli studenti di conciliare università e attività lavorative.
Motivata a raggiungere i propri obiettivi, la ventiduenne Ingeborg incontra lo scrittore Paul Celan: il loro amore, celebre per il carteggio pubblicato nel 2008, è qui liberato dall’alone mitico in cui è spesso avvolto ed è raccontato come un dialogo poetico ed emotivo, una morsa che li stringe e li respinge.
Svandrlik dedica spazio anche alla relazione con Max Frisch e racconta gli eventi così come sono stati, perché è importante capire il contesto in cui sono nate le loro opere. Lui le scrisse dopo aver letto Il buon dio di Manhattan e lei gli rispose ipotizzando di vedersi: l’incontro fra loro è prima letterario e poi umano.
Vita, relazioni, incontri – fra cui Hannah Arendt, Fleur Jaeggy – l’esistenza di Bachmann è vivificata da un legame emotivo con i libri, i suoi e quelli degli altri e delle altre, e dalla poesia. La migliore, lo afferma lei stessa, è La Boemia è sul mare; invece Tutti i giorni, – dove incombe l’ombra di un eterno riarmo – dice Heinrich Böll, dovrebbe comparire sui muri di tutte le scuole. Se la voce poetica è quella più istintiva, per la prosa la scrittrice sente di dover trovare una sua strada: è grazie al linguaggio che l’esperienza dei personaggi e delle personagge diviene condivisa. La letteratura, attraverso la lingua, impatta sulla realtà e sulla società, difatti, il pensiero sul linguaggio è fondamentale per guardare all’opera di Bachmann.
La narratrice de Il trentesimo anno e la romanziera di Malina, abilissima con i mass media, in questo tempo possiamo immaginarla scrivere e incidere podcast.
Rita Svandrlik, Scrivere per esistere. Vita e opere di Ingeborg Bachmann, Carocci editore 2026
Paola Nitido
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