Il “noi”, la voce corale scelta da Julie Otsuka nel suo romanzo “Venivamo tutte per mare”, racconta la dolorosa storia delle così dette “spose in fotografia”, giovani giapponesi inviate come merce negli Stati Uniti all’inizio del ‘900 per sposare immigrati giapponesi conosciuti solo attraverso una foto
Di Rita Lopez
«Sulla nave eravamo quasi tutte vergini. Avevamo i capelli lunghi e neri e i piedi piatti e larghi, e non eravamo molto alte. Alcune di noi erano cresciute solo a pappa di riso e avevano le gambe un po’ storte, e alcune di noi avevano appena quattordici anni ed erano ancora bambine».
Inizia così il bellissimo libro di Julie Otsuka, nata in California da genitori giapponesi nel 1962, Venivamo tutte per mare, edito da Bollati Boringhieri e che noi del gruppo de Le Letturate abbiamo commentato nel nostro ultimo incontro.
Pochissimi sono gli studi che si sono concentrati sul fenomeno della diaspora giapponese negli USA e ancor meno quelli che hanno preso in considerazione la dolorosa storia delle donne giapponesi “esportate” come merce in un’America capitalista e razzista, alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale. Guerra che avrebbe segnato il culmine della loro sofferenza e della xenofobia da parte di un Paese che pure si professava contrario all’antisemitismo di Hitler. Il romanzo è raccontato dalle così dette “spose per corrispondenza” o “spose in fotografia”, giovani donne giapponesi inviate negli Stati Uniti all’inizio del XX secolo per sposare immigrati giapponesi che avevano conosciuto solo attraverso una foto.
L’espediente della narrazione corale, utilizzando quel “noi” collettivo, così impegnativo e complesso da gestire ma nello stesso tempo così pieno di suggestione, ha consentito di raccontare una storia molto più ampia rispetto a quella che si sarebbe potuta raccontare dal punto di vista di ogni singola sposa. La stessa autrice, in un’intervista, raccontava che inizialmente aveva provato a raccontare la storia focalizzandosi su una singola donna, ma questo approccio le era sembrato troppo ristretto e limitante. Usare la voce “noi”, una voce dilatata e infinitamente espansibile, le aveva permesso, invece, di intrecciare tutte quante le altre voci. È come quando da un treno in corsa si intravedono gli interni delle case, attraverso le finestre aperte, e poi si va avanti. Allo stesso modo, ogni frase offre uno spiraglio sulla vita di qualcuna.
Otsuka raccontava anche che suo padre, immigrato dopo la Seconda Guerra Mondiale, una volta le aveva detto che il Giappone è l’opposto dell’America, intendendo, forse, che in America si è portati a enfatizzare più l’individuo che il gruppo. Proprio perché quella giapponese è una cultura molto orientata al gruppo, aveva senso allora parlare delle spose per corrispondenza come di un’entità collettiva. Sebbene scrivere del “noi” sia una delle principali sfide nella scrittura di Otsuka, l’autrice non assume mai il ruolo di portavoce. Al contrario, il “noi” lascia libertà a ogni “io” che lo compone. Il collettivo non nega mai l’individualità. A volte, in brevi passaggi, appare il discorso diretto, enfatizzato dall’uso del corsivo, che segnala il passaggio a una voce individuale, in una sorta di alternanza che richiama quella tra coro e corifeo nel teatro greco antico.
Alcune del nostro gruppo hanno sottolineato il registro epico del terribile viaggio verso l’ignoto da parte di queste figure eroiche femminili. Tuttavia, a differenza di Ulisse la cui avventura prevede un ritorno in patria, queste migranti intraprendono un viaggio di sola andata, in un’Odissea che descrive una straziante traversata senza ritorno. L’immaginario odisseo è un espediente frequentemente utilizzato nella letteratura contemporanea per fare riferimento all’esperienza migratoria, ma le figure femminili rimangono, il più delle volte, una minoranza e spesso sono ritratte come Penelope in attesa del ritorno dei mariti. Qui invece ci troviamo di fronte all’odissea di equipaggi femminili caduta gradualmente nell’oblio.
L’incipit commovente di quest’opera, con le giovani donne quasi tutte vergini imbarcate su una nave, fa pensare agli agnelli sacrificali offerti in matrimonio da famiglie così povere che anche le sorelle, rimaste in Giappone, «si ritrovarono vendute come geishe per sfamare il resto della famiglia». Il viaggio verso l’America è costellato da dubbi e paure («Che ne sarebbe stato di noi?… Ci avrebbero sputato addosso?… ») e, soprattutto, dalla paura più grande che si intuisce da un susseguirsi di domande concitate come le preghiere recitate in un rosario: «Quanto durerà? Con la lampada accesa o al buio? Le gambe su o giù? Gli occhi aperti o chiusi? E se non riesco a respirare? E se mi viene sete? E se lui è troppo pesante? E se è troppo grosso? E se non mi vuole?».
Eppure, questo coro di donne trova una ragione per non arrendersi, perché in fin dei conti è «meglio sposare uno straniero in America che invecchiare con un contadino nel villaggio».
Il viaggio per mare verso il Nuovo Mondo è soprattutto un’esperienza corporea. A bordo della nave diretta a San Francisco, le donne dormono su materassi ingialliti dalle macchie di altri viaggi, di altre vite. Le loro membra sono tormentate dalle cimici, dai pidocchi, dall’insonnia. Il loro udito è molestato dal costante e sordo ronzio del motore, che si insinua persino nei sogni. Il loro olfatto è martoriato dalla puzza di vomito, sudore e urina. I corpi delle donne sembrano persino seguire il movimento delle onde: «Corpi si rigiravano sotto le coperte. Il mare si alzava e si abbassava».
Il fragilissimo legame che le unisce all’America si regge attorno a una fotografia: quella di un marito mai visto. Le spose custodiscono i loro ritratti come oggetti feticistici. Li custodiscono gelosamente nei medaglioni, in sacchetti di seta, nelle maniche dei loro kimono e nei libri sacri. Al loro arrivo le passeggere scopriranno che le fotografie dei loro mariti sono false o molto vecchie e che anche le lettere ricevute non sono state scritte da loro.
Una volta giunte a destinazione, si ritrovano tra gli artigli di questi sconosciuti che non si fanno problemi ad abusare di loro (perché proprio di questo si tratta: di abuso). Le spose sono disumanizzate, costrette ad assumere l’identità di “cose”. Il loro anonimato rafforza quel loro essere oggetto. Il primo incontro con i mariti non ha nulla a che vedere con l’immagine romantica della prima notte. Tra le anafore “ci hanno prese” e “noi appartenevamo a loro”, dall’inizio alla fine del capitolo, si concretizza quel disumano processo di reificazione attraverso il modo in cui gli uomini consumano i corpi delle spose. Con gusto, con voracità le stuprano. «Ci presero in ginocchio, mentre piangevamo aggrappate alla colonna del letto…». «Ci presero bruscamente, precipitosamente, senza badare al nostro dolore… Ci presero mentre guardavamo il soffitto senza battere ciglio e aspettavamo che fosse tutto finito, senza renderci conto che era appena cominciato…».
Il corpo delle donne è un corpo resiliente sia nei confronti dei mariti, sia nei confronti dei bianchi. «Dovunque ci mettessero, li facevamo contenti». E ancora: «Con i nostri mariti lavoravamo la loro terra. Lavoravamo nei campi fino a tarda notte, alla luce delle nostre lampade a cherosene». «Non ci siamo mai presi un solo giorno di riposo». In poche parole, queste ragazze venivano importate dal Giappone per diventare manodopera gratuita. Molte, durante il lavoro, erano costrette a subire molestie di ogni tipo. Altre erano ridotte in schiavitù sessuale: «Alcuni di loro ci hanno dato dei soldi, che abbiamo nascosto nelle calze e dati ai nostri mariti la sera stessa senza dire una parola. Alcuni di loro hanno promesso di lasciare le loro mogli per noi, anche se sapevamo che non l’avrebbero mai fatto».
È interessante notare come il rapporto dominante/dominato non riguardi soltanto il marito verso la sua sposa, ma anche la società americana in generale, sfruttatrice e capitalista, nei confronti di tutta la manodopera giapponese, composta sia dagli uomini che dalle donne. Sebbene questo romanzo sia la storia di migliaia di donne, riesce a trascendere l’aspetto puramente femminista per diventare storia di tutta la comunità nipponica, incarnandone speranze, debolezze, paure e paradossi. È in questo scontro che esplode, per intero, il problema dell’identità culturale. Queste donne e questi uomini si trovavano in una sorta di limbo identitario. Da una parte la cultura di provenienza che, nonostante si sforzassero di dimenticare, li perseguitava con i ricordi; dall’altra la nuova cultura, che però non riuscivano ad abbracciare. Da una parte, si dice, «ci vestivamo come loro, camminavamo come loro», per evitare di rimarcare la propria diversità; dall’altra la società americana era una “democrazia” in cui il colore della pelle contava ancora. Da una parte, ancora, la virtù delle mogli veniva esaltata dall’obbedienza, dalla sottomissione e dall’abilità nel saper cucire e cucinare, servire il tè e comporre mazzi di fiori; dall’altra c’era un palese sentimento di invidia per le donne bianche («Le amavamo. Le odiavamo. Volevamo essere loro»).
Affetti dalla sindrome dell’eterno straniero, le donne e gi uomini giapponesi saranno costretti ad ancorarsi a una sorta di auto-isolamento. Questo sentimento di estraneità verrà percepito paradossalmente e dolorosamente anche con i figli, partoriti, tra l’altro, nelle condizioni più disparate e disperate: «partorimmo sotto una quercia… su un’isola ventosa…lungo una strada di campagna dissestata… partorimmo mentre nostro marito giocava in una bisca di Chinatown…»). Quei figli che a scuola si sedevano in fondo alla classe insieme ai messicani, con i loro vestiti fatti in casa, e parlavano con voce timida ed esitante, quei figli che non alzavano mai la mano, non sorridevano mai, si vergognavano dello loro origini, un bel giorno dimenticarono le parole giapponesi che i genitori gli avevano insegnato. Dimenticarono come si conta in giapponese. Come si prega in giapponese. Al mattino pretendevano di fare colazione con uova e bacon, anziché con la zuppa di fagioli. Quei figli che si rifiutavano di usare le bacchette, alla fine divennero irriconoscibili agli occhi dei loro stessi genitori.
Il senso di solitudine e frustrazione di quel soggetto corale, “noi”, che adesso comprende anche gli uomini, raggiunge l’apice quando, da estranei, i Giapponesi iniziarono a essere considerati anche “traditori” dall’opinione pubblica americana a seguito dell’attacco di Pearl Harbor nel 1941, episodio che portò al loro successivo internamento e all’arresto di decine di migliaia di immigrati giapponesi da parte dell’FBI. All’improvviso, si dice, «non ci volevano come vicini nelle loro valli. Non ci volevano come amici… A volte passavano in macchina davanti alle nostre baracche e crivellavano le nostre finestre di pallini, o davano fuoco ai nostri pollai… E dopo tutto questo, i nostri mariti non furono più gli stessi… Non ci eravamo mai sentite così vicine ai nostri mariti…».
Solo le donne riescono a trascendere le atrocità subite sulla propria carne e ad avere comunque la forza e il coraggio di condividere il dolore con quegli stessi uomini che le avevano ingannate in tutti i modi possibili. Trovo bellissimo e significativo, in questo senso, il titolo originario del romanzo, The Buddha in the attic (Il Buddha in soffitta) che fa riferimento al concetto buddista di armonia. Pur partendo dalla narrazione delle atrocità e dei tradimenti subiti, “le spose in fotografia” si fanno paladine di quell’armonia e diventano portavoce di un’intera comunità umana, trasformando quel “noi” in un grido di denuncia dal valore universale.
Julie Otsuka, Venivamo tutte per mare, edito da Bollati Boringhieri, 2012
Rita Lopez
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