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Una bambina abusata per anni dal patrigno sperimenta la potenza dello stupro e ne resta segnata per tutta la vita. Non c’è perdono, non c’è oblio, non c’è resilienza. Il gruppo di lettura della Sil ha letto “Triste Tigre” di Neige Sinno, un libro duro, urticante, doloroso che racconta la sua storia

di Rita Lopez

«Diceva di amarmi. Diceva che era per poter esprimere quell’amore che mi faceva quello che mi faceva, diceva che il suo desiderio più grande era che io ricambiassi il suo amore».

È curioso il fatto che più di una, nel nostro CircolodelleLetturate, sia andata a cercare il volto di Niege Sinno, l’autrice di Triste Tigre, il potentissimo libro che avevamo in programma di leggere insieme e commentare. L’ho fatto anch’io. Forse è stato un tentativo inconscio di dare fattezza, realtà, verosimiglianza, a qualcosa di inverosimile. Perché Triste Tigre, vincitore del Premio Strega Europeo 2024, questo fa: racconta l’indicibile.
La bambina Niege, che durante gli anni Novanta vive con la famiglia tra le Alpi francesi, viene regolarmente abusata dal suo patrigno. Poco più che ventenne, troverà il coraggio di denunciare l’uomo che sarà processato e condannato a nove anni di carcere (anche se ne sconterà cinque per buona condotta), ma è soltanto trent’anni dopo che Niege, ormai donna, riuscirà a scriverne.
Come si racconta la verità quando è così assurda, così abominevole, così oscena? La scelta stilistica è il primo punto su cui, in molte, ci siamo soffermate. Triste tigre è un volume lucido, di una razionalità feroce e disarmante, scritto secondo una formula che spazia dal memoir al saggio, dal ricordo al sogno. Come fanno notare Loredana Magazzeni e Nadia Tarantini, la testimonianza è probabilmente il genere più adatto, più diretto, privo di inutili orpelli, per raccontare l’abisso vissuto.
La spudoratezza con cui viene narrata la violenza, diventa violenza essa stessa, come sottolinea Mariella De Santis, ma è proprio questo che rende la scrittura di Sinno onesta e magnifica, anche se scabrosa, senza che mai si ceda nel patetismo o nel vittimismo. E ancora più a fondo, sulla questione dello stile, si spinge Gisella Modica quando si chiede se il ricorso alla testimonianza, più che alla fiction narrativa, serve a chi scrive quando c’è bisogno che chi legge “veda” ciò che non può essere visto. Per Gianna Cannì, nonostante l’impianto estremamente ragionativo del libro, la mente dell’autrice sembra oscillare, sbandare, a volte subire dei veri e propri blackout. Ed è la stessa sensazione che ha avuto Nadia, quando ammette di aver trovato questo libro veritiero e interrogativo al tempo stesso. Ci sono interrogazioni continue, anche se non tutte trovano una risposta chiara, anzi, si ammantano di nebbia quando devono ancorarsi a precisi riferimenti temporali.
In tenera età i ricordi non appartengono a un tempo preciso. Si riducono a immagini, sensazioni, materiale indelebile e friabile allo stesso tempo. Alcuni dettagli sono stati cancellati. È come se, per sopravvivere a diversi anni di ripetute violenze sessuali, il cervello debba dissociarsi dal corpo, ma non abbastanza perché questo trauma non la perseguiti, comunque, quotidianamente.
Un altro paio di questioni ci ha viste tutte concordi. La prima è l’esigenza di scandagliare e riflettere il rapporto che le donne, in generale, hanno con la figura paterna e l’altra è imperniata, come ha detto Mariapia Lessi, sul dubbio che la carcerazione, da sola, sia la soluzione per questo tipo di crimini.
Tantissime sono le tematiche racchiuse in Triste Tigre. Tantissime e dolorose, disturbanti, difficili. Il tema del consenso, per esempio, sollevato sia da Mariella che da Mariapia e Rossella Caleca. A volte, pur non essendoci un rifiuto esplicito della violenza (soprattutto quando lo stupro riguarda i minori, anche perché quali strumenti può mai avere un minore per capire che un adulto gli sta usando violenza?), questo non implica che ci sia consenso. È, in pratica, la metafora della porta aperta o chiusa, che Nadia ci rilegge e che io, qui riporto.

«Delle leggi che stabiliscano chiaramente che non può esistere consenso in un bambino renderanno le cose più facili per tutti, inclusi gli stupratori, i quali non di rado vengono a patti con loro stessi immaginandosi che alla fin fine la porta era stata volutamente lasciata aperta[…] Se dunque non possiamo dire che la porta era spalancata, è possibile che fosse un po’ socchiusa? Si vedeva della luce, ne filtrava parecchia, era come un segnale che si poteva entrare. Sei proprio sicura che non avevi lasciato la porta socchiusa? Inavvertitamente, o per paura di rappresaglie, non avevi chiuso a chiave. Come esserne sicura? Se invece venisse sancito dall’inizio che la questione non è sapere se la porta era aperta o meno, se è stata forzata o spinta con dolcezza, perché la porta non esiste, toglieremmo almeno di mezzo un argomento rilevante sul quale non ci sarebbe più bisogno di tergiversare. Nel bambino tutto è spalancato. Un bambino non può aprire o chiudere la porta del consenso. Non arriva alla maniglia».

Strettamente collegato al tema del consenso è il silenzio dei bambini. C’è chi, come Pina Mandolfo, si chiede perché Neige Sinno parli degli abusi subiti dopo così tanti anni. Viene a crearsi, a volte, un muro di silenzio attorno al mondo dei bambini. Anche Antonella Bontae, Loredana e Licia, ripensando alla loro infanzia, lo ricordano bene. Anche io lo ricordo bene. Ma quanto è difficile per un/a bambino/a raccontare alla propria madre o al proprio padre, che un adulto gli sta facendo delle cose che non capisce, che non riesce nemmeno a spiegare? «Perché non lo hai detto a tua mamma?», chiederà, anni dopo, la figlia di Neige.

«Non ci sono riuscita – è la risposta. Quando succede una roba così, non si riesce a dirlo alla mamma se lei non chiede niente. È strano, le parole sono come bloccate dentro la gola, non ce la fanno a uscire. Credo che avessi paura».

Quanto è alto il rischio che gli abusi vengano perpetrati senza che nessuno se ne accorga? E, infine, quanto pesa il nostro tabù riguardo alla violenza sessuale sui minori, il nostro “non voler vedere”? Come rimarca Mariella, con questo libro Sinno si ribella alla scotomizzazione sull’abuso infantile. L’autrice non ha pudore nel descrivere un argomento che noi rimuoviamo per la nostra sopravvivenza.
Mi chiedo se, dal punto di vista dei bambini, ci sia una qualche forma di consapevolezza. Quanto influisca sul loro silenzio il senso di vergona («se non lo dico a nessuno, la cosa non esiste») e l’autocolpevolizzazione («ero io a provocarlo?»). Sono domande terribili, ma necessarie, perché rivelano il legame fortissimo che viene a crearsi tra vittima e carnefice. Un legame così perfido che arriva a sfiorare il paradosso di portare a una sorta di capovolgimento dei ruoli. Il patrigno non si accontentava di stuprarla, pretendeva e faceva in modo che la bambina provasse piacere, facendola così sentire complice, esercitando su di lei una violenza ancora più spietata, una violenza che ambisce al controllo totale. Durante il processo il suo patrigno faceva riferimento agli stupri come qualcosa che gli era successo, non qualcosa che voleva fare o che aveva deciso di mettere in atto. Lui ne era la vittima e non solo, una vittima di cui la bambina era il carnefice. Era la bambina che, per il solo fatto di esistere, aveva avviato dentro di lui quel meccanismo ignobile.
D’altra parte, come dicevo durante il nostro incontro, tutto ciò che mi ha colpito di Triste Tigre è legato alla volontà di “ribaltare” una serie di problematiche.
Ribaltamento, prima di tutto, del punto di vista. Ammettere che il punto di vista del carnefice sia un aspetto molto più interessante di quello della vittima, è già un enorme cambio di prospettiva. È facile empatizzare con la vittima, ma mettersi nella testa del carnefice è un’altra cosa. Va al di là della comprensione. La guida alpina che doveva portare al sicuro la gente, anche a costo di affrontare una serie di pericoli, diventa il mostro. Un essere umano, cioè, che pratica deliberatamente il male su un altro essere umano. Non a caso viene citato il celebre libro di Nabokov, ancora così attuale e provocatorio, proprio perché il narratore della storia è il colpevole, il pedofilo. Ed è importante, come notano Mariella e Pina, che l’autrice parta proprio da qui, quasi per una sorta di volontà di riscatto della figura di Lolita, ridotta, con il tempo, a ninfetta seduttrice dall’immaginario maschile pedo-pornografico.
Ribaltamento nel tradurre la violenza sessuale come qualcosa che non riguarda tanto il sesso, quanto il potere. Il sesso viene usato come la forma più estrema di dominio, l’umiliazione assoluta di un essere umano. Cosa può esserci di erotico, si chiede l’autrice, in un esserino con le ginocchia coperte di croste, con ancora tutti i denti da latte in bocca? E la risposta è: l’innocenza. La più pura innocenza. Ad attirare, forse, è semplicemente la possibilità di distruggerla. Stuprare è un atto che crea potenza, una potenza che si estende oltre sé stessi. Per riflettere su questi argomenti, per comprendere dove risiedono il male e la crudeltà umana negli individui che a volte ci circondano da vicino, Neige Sinno si avvale di esempi su larga scala, come la tortura in guerra, la schiavitù, l’Olocausto.
Ribaltamento dell’opinione, intrisa di retorica, del potere salvifico della letteratura. «Ho voluto sognare che il regno della letteratura mi avrebbe accolta come una delle tante orfane che vi trovano rifugio», dice Sinno. «Ma la letteratura non mi ha salvata. Io non sono salva». Il fatto che la scrittura sia terapeutica è un falso mito, o almeno non è stata terapeutica per lei. Quando si è all’inferno non si scrive, non si racconta niente, si è solo troppo occupati a essere all’inferno. La scrittura può avvenire solo quando il lavoro, quel lavoro che consiste nell’uscire dal tunnel, è stato fatto. E non solo la letteratura non guarisce ma, come suggerisce Gianna, rischia di creare un immaginario, una ambigua zona grigia in cui la passione diventa incontrollabile.

«Finché non si vede il pene dell’uomo di quarant’anni nella bocca davvero piccola della bambina, i suoi occhi umidi di lacrime per l’immediata sensazione di strozzamento, finché non si vede, è ancora possibile dire che si tratta di amore, di una storia d’amore folle». Ed è, questo, un dubbio conturbante al pari dell’epilogo che si incentra su una domanda fondamentale: cosa vuol dire guarire? Diventare normali? «Lui non mi ha obbligata a essere coraggiosa. È stata la risposta che ho scelto di dare all’abuso. Ma alla fine, (…) la mia più grande qualità (…) proviene da quello che ho vissuto, da quello che mi ha fatto lui. Tutto il mio carattere è opera sua».

Ribaltamento anche delle responsabilità degli adulti. «Si incolpa sempre la madre – afferma l’autrice – che non ha saputo proteggere il proprio figlio, più dello stupratore stesso». È vero, sua madre non ha saputo proteggerla. Ma nemmeno suo padre, i suoi nonni, gli zii e le zie, gli amici di famiglia lo hanno fatto. Nemmeno i suoi maestri, i professori delle medie, gli educatori del centro ricreativo, né gli psicologi e i terapeuti, né i medici. Nessuno l’ha protetta. Eppure, la madre resta la  colpevole.
Ribaltamento della santificazione del concetto di resilienza. Secondo la personale esperienza di Sinno, chi è vittima lo sarà sempre. Un abuso sessuale su un bambino non è una dura prova, un incidente della vita, è un’umiliazione profonda e sistematica che distrugge le fondamenta dell’essere. «Quando si è vittime una volta, si è vittime sempre. E soprattutto si è vittime per sempre. Anche quando se ne viene fuori, in realtà non se ne viene fuori».
Ribaltamento, infine, dell’idea del male come risultato deterministico. Più che il determinismo, che toglie la possibilità di decidere, fondamentale è il concetto di libertà, e quindi di responsabilità, individuale. Chi violenta un bambino potrà essere spinto da tutte le cause del mondo (turbe psicologiche, violenza subita a propria volta o qualsiasi altra traumatica esperienza) ma c’è un momento preciso in cui sceglie di farlo. E c’è un momento preciso in cui noi scegliamo di non farlo. È su questa scelta che si fonda la nostra umanità. Ed è in questa possibilità che, come dice Daniela Maurizi, è racchiuso il messaggio più grande e salvifico del libro.
Guardo un’ultima volta il viso di Negie. Anche nelle foto in cui sorride, i suoi occhi mi sembrano tristi. Pina, nel suo intervento, dice una cosa molto vera: sebbene questa storia si basi su una esperienza vissuta in prima persona dall’autrice, le sue parole vanno ben oltre il suo caso personale e ci riguardano tutte e tutti da vicino perché è un mondo, il nostro, in cui non si riesce a ignorare il male.
Tutto quello che possiamo fare, tutto quello che dobbiamo fare, «è imparare a rimanere sul ciglio di quel mondo, ecco la sfida, camminare come funamboli sul filo dei nostri destini. Inciampare ma ancora una volta, non cadere. Non cadere. Non cadere»

Neige Sinno, Triste tigre, traduzione di Luciana Cisbani, Neri Pozza, 2024

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Rita Lopez

Rita Lopez è nata e cresciuta a Bari, nel quartiere Libertà. Dopo il liceo classico ha frequentato l’Università di Roma, abitando in uno studentato e pagandosi gli studi con i lavori più svariati (il più divertente di tutti: compilatrice di schedine di calcio per un noto produttore cinematografico). Si è laureata in Sociologia e, anni dopo, in Archeologia (per una sorta di gratitudine verso la città di Roma, che considera la sua città di adozione). Partecipa da anni agli scavi archeologici al Palatino e al Foro Romano. Ha pubblicato le raccolte di racconti: · Vie d’uscita. Salvarsi con i Led Zeppelin, Bach e Nilla Pizzi (2016) · Peccatori, sconfitti e per di più insolenti (2019); Il saggio: · Elvira Tatulli e la rinascita dell’Acropoli nel volume Compagni al Flacco (2018) I romanzi: · Apri gli occhi (2019), che si è classificato al secondo posto al Premio Letterario Terre di Puglia · Fuori da ogni tempo (2021) · La vita sognata (2023) In passato ha collaborato con La Gazzetta del Mezzogiorno, il Corriere del Mezzogiorno e La Repubblica, scrivendo sia racconti che articoli. Ha scritto per lungo tempo sul blog Infodem.it, coordinato da Beppe Lopez, giornalista di fama nazionale. Suoi racconti sono presenti in numerose antologie.

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