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Nell’estate romana del 1980 la scrittrice finisce in cella per furto. Intervista a Ippolita di Majo, autrice del soggetto e sceneggiatrice insieme a Mario Martone del film “Fuori”, appena uscito, in cui si racconta la vicenda. Ne è interprete Valeria Golino. Dentro e fuori il carcere nasce un legame intenso con alcune detenute e in Goliarda rinasce la voglia di scrivere.

di Paola Nitido

Fuori (ora al cinema) racconta la scrittrice Goliarda Sapienza, interpretata da Valeria Golino, nella calda estate romana del 1980. Dentro e fuori Rebibbia nasce un legame intenso con le detenute mentre il romanzo L’arte della gioia è nel cassetto. Ippolita di Majo, di cui è l’adattamento de Il filo di mezzogiorno, ha scritto il soggetto del film e la sceneggiatura insieme a Mario Martone che firma la regia. Il film è stato presentato al Festival di Cannes e ha ricevuto dieci candidature ai Nastri d’Argento 2025, fra cui miglior film e migliore sceneggiatura, con le intense interpretazioni di Valeria Golino, Matilda De Angelis, Elodie.

Il filo di mezzogiorno di Goliarda Sapienza è andato in scena nel 2021 con il tuo adattamento e la versione teatrale è stata pubblicata da Einaudi nel 2024. Com’è continuato il tuo interesse per la sua opera e quando è nato il soggetto del film Fuori?

Un’idea originaria più antica esisteva da tempo, per la quale Mario Martone già aveva pensato a Valeria Golino, e riguardava gli anni della scrittura de L’arte della gioia e i suoi tentativi di pubblicazione. Poi ci sono stati i film Qui rido io e Nostalgia. Intanto lui aveva provato a chiedere i diritti del romanzo, ma Valeria li aveva chiesti giusto una settimana prima per la serie televisiva uscita nel 2024. Insomma, una bella sinergia!
Io avevo già appunto lavorato all’adattamento de Il filo di mezzogiorno, un romanzo complesso perché su un unico registro temporale si intersecano tempi diversi vissuti al presente: quello dell’analisi e di lei con l’analista, quello della scrittrice che dice al lettore “ti sto raccontando la mia analisi” e il tempo delle riemersioni nel rapporto psicoanalitico del suo passato, quindi, di volta in volta l’analista diventa sua madre, la sua amica, suo fratello, come se fossero lì vivi. Dunque, la prima volta che ho letto Il filo non l’ho capito molto e stavo lavorando ad altro, ma mi è rimasto in mente, come un tarlo… così l’ho riletto e ho pensato che dovevo conoscere i suoi fantasmi, i suoi affetti e il suo mondo per poter tirare un filo che mi consentisse di scrivere un testo teatrale comprensibile al pubblico. Ho cominciato a leggere tutto. Sono partita da Lettera aperta, romanzo autobiografico, poi i taccuini, i romanzi, e poi la bibliografia scientifica. Allora, sono tornata a Il filo del mezzogiorno e a quel punto sapevo chi fossero le persone di cui lei parlava e mi orientavo nel suo mondo interiore così ho scritto la versione teatrale (poi pubblicato da Einaudi e che uscirà anche in Francia con Le Tripode).
Ero ormai sprofondata nel mondo di Goliarda per cui era difficile uscirne…avevo letto Le certezze del dubbio e mi ero innamorata del rapporto tra Goliarda e Roberta, una storia di una libertà pazzesca dove all’interno di una stessa relazione ci può essere il materno e l’eros, la vicinanza e la diversità. Provo a scrivere il soggetto e a Martone piace moltissimo, si è sentito come liberato rispetto ad un impianto più storico, biografico, perché è Goliarda per come lei stessa si racconta in quel romanzo: la trasfigurazione letteraria mescola la verità alla finzione, non si sa dove finisce l’una e comincia l’altra.

Per la sceneggiatura, scritta insieme a Mario Martone, come avete lavorato sui testi di Sapienza? Ci sono, per esempio, nel film molte personagge letterarie raccontate ne L’università di Rebibbia, come Marilyn e James Dean, insieme a personaggi e spazi reali, fra cui la vera casa di Goliarda in via Denza. Gli elementi della finzione letteraria respirano con la realtà biografica tanto che l’incontro con le detenute cambia la sua prospettiva di sguardo sulla vita. In che modo, allora, il “dentro” è “fuori”?

Penso che Goliarda sentisse il “fuori”, inteso come una serie di convenzioni borghesi e alcuni contesti sociali, in maniera un po’ scomoda. La sua storia è particolare: le vite dei suoi genitori, la politica sin da bambina, le persecuzioni negli anni del fascismo, il non essere andata a scuola e l’aver continuato a studiare con i fratelli più grandi…. Negli anni raccontati nel film per lei la vita fuori, la vita sociale, era diventata una cosa in cui evidentemente non si riconosceva del tutto. In carcere, invece, dove sei a nudo, l’incontro con altre donne diversissime per classe sociale e per storia personale ti racconta nell’unicità della relazione che si stabilisce in quel momento. Quella per lei dev’essere stata una grande liberazione che le ha restituito l’energia per la scrittura: il desiderio di scrivere, di cambiare il suo linguaggio, di guardare un mondo che è altro da sé e altro dalle frequentazioni romane alle quali era abituata. Il “fuori” e il “dentro” si scambiano l’uno con l’altro. Dentro le relazioni puoi essere accettata per quello che sei.

Il legame con il dentro, «l’affezione al carcere», si nota nella scena di Fuori in cui Goliarda (Valeria Golino), Roberta (Matilda De Angelis), Barbara (Elodie) si rincontrano al negozio, uno spazio chiuso che quasi riproduce un dentro.

Martone ha raccontato gli ambienti del negozio attraverso lo sguardo di Goliarda: grandi prima e poi che si rimpiccioliscono in particolare il bagno e poi retrobottega che riecheggia la cella. Rispetto alle ragazze Goliarda dice “loro non ne escono” perché ad esempio Roberta, che è una donna giovane la cui identità si è formata in carcere, fuori ha una famiglia che non la capisce, da cui si sente rifiutata, mentre dentro è rispettata e amata. L’affezione al carcere è un sentimento paradossale che però esiste. Mario l’ha mostrato in quella sequenza bellissima nella quale le ragazze vanno nel parco su cui affaccia Rebibbia e lanciano un canto popolare romanesco poi ripreso dalle detenute dentro. E il canto racconta molto bene quel sentimento di nostalgia.

In molte scene Goliarda cammina e osserva come se stesse scrivendo dentro di sé.

Molti protagonisti dei film di Mario sono spesso seguiti mentre camminano: Carlo Cecchi in Morte di un matematico napoletano, Toni Servillo in Qui rido io, Anna Bonaiuto ne L’amore molesto. Anche in Fuori tutto quello che esiste è illuminato e trasfigurato dallo sguardo di Goliarda Sapienza che è lo sguardo di una scrittrice.

Quando ho letto L’arte della gioia e ho conosciuto Modesta ho scoperto una personaggia che non avevo ancora sentito raccontare e mi ha invaso un’euforia contagiosa. Che cosa chiama Ippolita verso questi libri?

Goliarda Sapienza mi chiama alla libertà e alla gioia. Il suo sguardo è sempre spiazzante, dice sempre una cosa che non ti aspetti. Sul personaggio di Modesta invece… io nella giovinezza mi ero un po’ innamorata della Pisana del romanzo di Ippolito Nievo Le Confessioni di un Italiano, che infatti anche a Goliarda piaceva molto. La Pisana è una figura femminile incredibile e fuori dai canoni, e anche se non è la protagonista assoluta come Modesta, è in qualche modo una sua antenata. Quando ho letto le prime venti pagine de L’arte della gioia mi son detta «Ma com’è possibile che esisteva questa cosa qui e io non la conoscevo?». Oltre ad alcuni punti di contatto molto profondi, c’è stato l’amore per questa libertà. Quel romanzo libera la creatività, e più in generale i suoi scritti anche quando raccontano il dolore, comunque, ti aiutano e ti liberano nell’espressione di te.

La scrittura è osservazione e ricerca «studiare le parole esattamente come si studiano le piante, gli animali… E poi pulirle dalla muffa, liberarle dalle incrostazioni di secoli di tradizione, inventarne delle nuove» scrive Sapienza ne L’arte della gioia, ma «scrivere è anche artigianato», scrive a Sandro Pertini in una lettera, raccontandogli delle difficoltà per i rifiuti che stava ricevendo. Era una donna scomoda in un mondo di salotti, così come Pasolini?

Sì, per la totale libertà del suo pensiero. Questo è chiaro guardando l’intervista terrificante che le fa Enzo Biagi in televisione subito dopo l’uscita de L’università di Rebibbia. La prima volta che l’ho vista non sono riuscita ad arrivare in fondo perché mi dava un forte disagio, è terribile vedere il modo in cui la deridono. Pasolini era chiaramente scomodo, però era un uomo e quando parlava lo stavano a sentire, mentre Sapienza la trattano con meno che sufficienza. In quel salotto televisivo, in un contesto di uomini che parlottano tra di loro, ridono, alzano gli occhi al cielo, Biagi la incalza mettendola in ridicolo.
L’arte della gioia, poi, è un libro scabroso… il desiderio di una bambina, la sua sessualità, lo stupro, lei che dà fuoco a sua mamma e sua sorella… C’è un racconto divertente sui tentativi di pubblicazione del romanzo da parte di amici di Goliarda che scrissero una sceneggiatura portata poi al direttore della RAI di allora che la lesse e disse: «Ma voi siete pazzi, ci volete fare chiudere?!».
La libertà nel trattare il corpo, il potere, la sessualità, era incomprensibile. E anche lì c’è la liberazione perché c’è chi l’ha censurata e chi proprio semplicemente non l’ha capita. Era molto avanti per quel tempo e invece è giusta per il nostro difatti negli incontri che facciamo nei cinema di tutta Italia le domande interessanti arrivano da ragazze e ragazzi di diciotto anni, fra chi dice che Goliarda gli ha cambiato la vita e chi racconta di un rapporto intenso. La sua è una capacità di parlare alla contemporaneità: amava le donne, amava gli uomini, senza però doverne fare una categoria, una prova di ideologia. È sempre tutto privo di ideologia. È corpo e vita e realtà.

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Paola Nitido

Paola Nitido è autrice e docente di materie letterarie, laureata in Italianistica presso l’Università di Bologna con una tesi su Fabrizia Ramondino e in Lettere Moderne presso l’Università di Napoli su Dino Campana e Sibilla Aleramo. Ha pubblicato “Le vite degli altri abitano la mia. La scrittura del sé nell’opera di Fabrizia Ramondino” (Fridericiana Editrice Universitaria, Napoli 2021). Già redattrice e speaker presso F2 Radio Lab, web Radio dell’Università Federico II, vincitrice del Premio Letterario Internazionale Nova sociale con il racconto “A gambe incrociate” (2016) e Menzione speciale per lo stesso Premio per le poesie “Vuotezza” (2017). Pubblica articoli e racconti su varie riviste e si occupa di autrici del Novecento e di teatro.

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