Una storia che si distrugge: un estratto da “Riddance” di Shelley Jackson

Redazione, 17 giugno 2024

Apparso nel 2018 e frutto di dodici anni di lavoro, Riddance è l’opera che racchiude la totalità dei temi, delle tecniche e delle ossessioni esplorati da Shelley Jackson in decenni di pratica letteraria e performativa. Inedito in Italia, é uscito nella collana Água Viva – curata da Luciano Funetta ‒ per Rina edizioni nella traduzione di Valentina Maini.

Ringraziamo Rina Edizioni di averci concesso di pubblicarne il seguente estratto:

Ho appena trascorso un’estate nella mano di mia madre. Non intendo accovacciata nel suo palmo, ma dentro la sua carne viva e nelle sue ossa, che sapevo essere solide, ma che per me (e solo per me) erano uno spazio, caldo e accogliente come una tenda in cui avrei potuto vivere. All’inizio non ho riconosciuto ciò che mi circondava; ero passata senza accorgermene dal fare la veglia accanto alla bara a balzare per una serie di passaggi elastici, pulsando di energia e di benessere. Mi stavo muovendo, come infine compresi, da un dito all’altro. A volte, per accontentarmi o per portare a termine un qualche lavoro di cui non cercai mai di accertare lo scopo, tutta la mano si piegava intorno a me; ammiravo il movimento fluido delle articolazioni; che gioia essere messa in azione dentro un tutto coordinato in modo così ammirevole. Era estate e l’oggetto del mio amore era la mano di mia madre, dove vissi per anni che volarono via come attimi, gli attimi in cui ti racconto tutto questo, cara ascoltatrice, che sono (come la mano di mia madre) una sorta di dacia all’interno del regno dei morti, un luogo che dà conforto e sicurezza, con un suo valore intrinseco. Sì, mi riposo nelle parole che descrivono la mano di mia madre e sono felice, come nella mano stessa, il che è possibile perché sono la stessa cosa, qui.
Dovresti comprenderlo, in effetti, perché vivo nella tua mano, mentre stai battendo a macchina; le tue mani, intendo. Tu batti a macchina, dunque io sono. Naturalmente le mie parole hanno la precedenza. Starei forse parlando, se tu non stessi ascoltando? Forse è solo quando annoti ciò che dico che lo dico o magari mi sto confondendo di nuovo, a proposito del tempo?
Fanculo a questi forse!
Ma ne ho ancora uno: forse sei tu la vera autrice di questo monologo. E quindi sono alla tua mercé, chissà. Potresti cambiare una parola e con essa cambiare il mio destino, trasformare i principi in rane, i paperi in somari. Se il cielo è per un attimo un origami, magari è perché tu hai detto che lo era, anche se potresti dire che è stata una mia idea e io ci crederei. Poi potresti dire che è stata una tua idea e io ci crederei. Potresti dirmi tutto quello che io sto dicendo a te, che penso di stare dicendo a te, in modo che io oscilli, angosciata, tra convinzione e dubbio, senza sapere se sono io a inventarti o se tu stai inventando me o un qualche scellerato miscuglio tra le due cose. E non abbiamo ancora parlato degli errori di battitura. Forse anche adesso stai sollevando dai tasti le tue dita anchilosate e ti stiri le mani e le studi, pensando Quelle sono le mie mani e Ah ah ah li sto prendendo tutti in giro. Ti strofini gli occhi, le dita dei piedi ti si arricciano dentro le scarpe rigide, ti infili una piega della gonna sotto le natiche per ammorbidire la tua seduta, posi di nuovo le dita sui tasti. Taptaptap.
Naturalmente non lo fai e non puoi farlo mentre prendi nota di questo resoconto che parla di loro, quindi lo fai un poco prima o un poco dopo. Forse hai pensato Dirò che sto facendo queste cose e poi le farò o altrimenti Ho fatto quelle cose e adesso le descriverò. Ma perché mai farle, avendole descritte? Perché descriverle, avendole fatte? Se l’intento è costruire un falso, perché lasciare sorgere il sospetto che sia tu a mettermi in bocca le mie battute?
«… che sia tu a mettermi in bocca le mie battute» scrivi e hai abbastanza ragione, lo sto facendo. Cosa sono, se non un ventriloquo che fa dire al suo pupazzo «Sono un ventriloquo e la persona che nasconde la sua mano sotto la mia gonna è il mio pupazzo»? Perché dovrei farlo, Dio solo lo sa. Capita di avere simili fantasiucce di impotenza. In ogni caso, è probabile che nessuno si sia lasciato ingannare.
Riesci a sentirmi? La tua lampada si sta spegnendo, ma c’è abbastanza luce per vedere le disiecta membra, classificate nelle loro nicchie sul muro, anche se non per leggere la precisa, piccola iscrizione presente sull’etichetta sotto ciascuna di esse. Il tuo stomaco si lamenta; al suo interno si contorcono gli irriconoscibili relitti di una fetta di pane con il burro e di una tazza di tè al latte. A breve avrai bisogno di trarre l’illecito vantaggio di una pausa per correre nella camera accanto, sforzando l’orecchio fino in fondo al corridoio per sentire il suono della mia voce.
La porta dell’ufficio batte monotona nel telaio e alzi lo sguardo. Sta arrivando qualcuno, no, la tensione si scarica dalle tue spalle e torni al tuo lavoro, è soltanto il consueto trambusto, mentre il giorno cede il passo alla notte, le porte si aprono e si chiudono, i forni ruggiscono, gli strofinacci sbattono, l’acqua schizza, le spazzole risuonano nei lavandini e si levano le voci, lamentose e brusche. Fuori i vasti fiumi di vento picchiano senza sosta contro lastre di ardesia, gli uccelli proiettano ombre rapide sul viale sterrato, gli arbusti sfregano, più e più volte, lo stesso punto nel muro, ma non so se tutto questo sia reale o se lo sia mai stato. Non so se un tempo io abbia vissuto, poi sia morta e se adesso continui a vivere – non vivere, ma fare quello che sto facendo qui, qualunque cosa sia, tenere un discorso, ecco! – o se non abbia mai vissuto. Non so se qualcuno abbia mai vissuto, te compresa. Lei compresa. Le sue salde ginocchia ricoperte da una chiara barbetta. La sua morbida pancia bianca con la sua pelosa voglia color nocciola. Il suo collo increspato da pieghe che si incrociano e color rosso-bruno nella parte posteriore. Il suo grigio bluastro [crepitio, pausa audio]…
Apro un nuovo capitolo nei miei occhi e mi ritrovo in una baracca. Un capanno, in realtà. In realtà lo riconosco. Ciuffi di pelliccia guizzano negli angoli o si strattonano, provando a scappare, come schegge impazzite. La gabbia è vuota, ma ancora acciottolata di cacchette. Le innocenti cacchette. I miei polmoni si gonfiano di tutti gli ululati che ho negato a me stessa. Poi mi faccio forza. Conigli, mi dico, cadono come gocce di pioggia da altri, più grandi conigli. Lasciati soli, ci affogherebbero tutti. La metafora è bizzarra, ma ha i suoi punti di forza. Un coniglio a pelo lungo, maturo e addomesticato, come per esempio un coniglio d’Angora o un Testa di Leone, somiglia eccome a una nuvola. Una lepre himalayana o belga naturalmente no. Ma sto divagando.
In una delle gabbie si sta nascondendo la ragazza Finster.
No [interferenza], è il coniglio che ho chiamato Lady Zampatenera.
No [interferenza], è un rotolo di corda marcita.
No, è una parrucca di capelli umani, un nido di vespe, una torta di mele, un grido lacerante interrotto, un pavone, un operatore del telegrafo, le unghie di un uomo morto. No, mi sto confondendo.
Sono [interferenza] morta? [interferenza].
No, ma più a lungo rimango qui, più è difficile capire la differenza e con questo intendo misurare il tempo, far sì che il tempo proceda al solito modo, così da non annoiarmi o forse così da non provare interesse, forse è il provare interesse a essere fatale, ecco un’idea nuova. Forse la morte è solo fermarsi per avere una visuale migliore sul mondo, questo potrebbe essere vero, meglio non verificarlo, meglio andare avanti, questo fanno i vivi. Ma il tempo continua a sfuggirmi di mano, sembra troppo pesante da spostare e insieme troppo leggero.
Sai, avendo trascorso troppo tempo con il senza tempo, l’idea che le cose accadano una dopo l’altra, ciascuna causando quella successiva in ordine, come in una fila di domino, mi suona strana. Le tessere del domino possono cadere in due modi. E così gli effetti possono causare le cause, far svoltare i punti di svolta, ripiegare il dispiegarsi e impilarlo per riporlo.
Così apro la porta del capanno, pur sentendo un moto di sorpresa – perché mi aspettavo fosse chiusa a chiave? – ed eccomi di nuovo nella mia scuola. Attraverso il pianerottolo superiore e scivolo lungo il corridoio, i miei piedi che piangono sul pavimento di legno, così. Così i muri si sorreggono, allontanandosi appena un poco da me, come offesi e fingendo di non notarmi. Alla fine del corridoio, la finestra è uno stemma argentato di luce: piatto, imperturbabile. Non ho dubbi su dove sto andando e quindi la porta è dove sapevo che sarebbe stata e la apro. Una mosca ne balza fuori ronzando [interferenza], quindi sbatte contro il mio occhio sinistro, per poi, infine, barcollar via pigramente, zzz, il dolore momentaneo è zzz.
All’interno, la maniglia della porta è contesa da leccapiedi impazienti di convincermi di aver anticipato il mio ingresso. Tiro con un po’ più di forza la maniglia per poi abbandonarla e ho la soddisfazione di vedere la porta picchiare contro la fronte del vincitore della gara, un certo signor Mallow, amministratore junior in formazione, la cui espressione compiaciuta cede il passo all’indignazione, per poi ricomporsi con uno sforzo, malgrado la cresta rossa che gli si alza sulla fronte.
Eppure tutto questo l’ho già visto in passato.

Shelley Jackson, Riddance, trad. Valentina Maini (Rina Edizioni, 2024)

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Redazione LM

Scritture, politiche, culture delle donne. E non solo. Alla ricerca di parole, linguaggi, narrazioni che interpretino e raccontino cambiamenti e spostamenti in corso. Nello scambio tra lettrici, autrici e autori – e personagge. REDAZIONE: Silvia Neonato (direttrice), Giulia Caminito, Laura Marzi, Loredana Magazzeni, Gisella Modica, Gabriella Musetti, Sarah Perruccio
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