Cosa ne è stato di Lea, dopo?

Adriana Chemello, 19 giugno 2024

Staffetta sui monti vicentini, incarcerata dal novembre ’44 all’aprile ’45, Flora Cocco, la partigiana “Lea”, dopo la guerra si sposa e ha tre figli. Ma le crisi depressive la costringono a frequenti ricoveri: la sua storia ricostruita ora da Brigida Randon, che ne sentiva parlare da sua madre, coetanea di Flora

Di Adriana Chemello

 

A partire dagli anni ’80 del secolo scorso, grazie alle ricerche delle storiche e all’affermarsi degli Women’s Studies, si è data visibilità alla partecipazione delle donne alle lotte per la Resistenza in Italia. Un atto dovuto che ha restituito alla storia volti e voci di donne che si sono spese con coraggio e consapevolezza per la libertà e la giustizia nel nostro paese. Non mi soffermo sul prezioso lavoro di “restituzione” di tante figure di donne, né sulle narrazioni di quegli anni tragici, nei diari, nelle testimonianze, nei racconti e romanzi di mano femminile. Vorrei aggiungere invece una noticina a piè di pagina per rilevare che spesso siamo in presenza di narrazioni un po’ agiografiche, imprigionate in facili stereotipi tendenti a riprodurre gli schemi e i ruoli femminili tradizionali, che poco ci informano sulle singolarità delle protagoniste, sui loro conflitti interiori, sulle sofferenze patite nell’intimo, durante e dopo la Resistenza. Restano ancora in ombra tante donne che parteciparono alla lotta per la libertà e la giustizia e che negli anni successivi alla Liberazione si sono chiuse nel silenzio, come inghiottite in un vortice oscuro che ha tolto loro ogni visibilità sulla scena del mondo “nuovo” in cui avevano tanto sperato.

Una di queste è la storia di Flora Cocco che oggi possiamo conoscere grazie alla caparbia di un’altra donna, Brigida Randon, che ha restituito valore e ridato senso alla sua vita, facendola ritornare dalla dimenticanza in cui era caduta, riportandola in vita e restituendole la sua voce

Ridare voce ad una donna che è stata oscurata è una operazione di svelamento, di restituzione di visibilità che ha per le donne una forte valenza politica. È una forma di riconoscenza che significa anche “fare ordine” nella propria genealogia femminile. Brigida ne sentiva parlare da sua madre, che la ricordava come una figura saggia e autorevole, capace di spendersi per il bene comune. La madre di Brigida e Flora erano quasi coetanee, abitavano nello stesso paese, anzi nella stessa contrada, erano legate da una vicinanza temporale e geografica. Brigida sottolinea poi che l’incitamento ad intraprendere il lavoro di ricostruzione biografica della partigiana ‘Lea’ le è venuto da un’altra donna.

Partiamo da una felice notazione di Elsa Morante che, rivolgendosi ad un amico, scriveva: «Ma quel che importa è di scrivere […] prima o poi le carte canteranno». Per sottolineare l’importante funzione della scrittura per sopravvivere al tempo. Nel caso specifico, la scrittura di Brigida ha restituito ‘voce’ e ‘vita’ a Flora: le lettere, i documenti, le foto recuperati da lei sono diventati “carte parlanti”, hanno raccontato un frammento, un tassello di storia. Ogni lettera ha dietro una storia e le “carte cantano” perché, come la musica, tramandano emozioni, sentimenti, gioie e dolori (e spesso tutto ciò interessa poco agli storici). Brigida ha saputo far cantare le poche carte che ha recuperato di Flora, con un lavoro accurato e tenace, prendendosi cura, con amore, di questa donna dimenticata. È partita da un archivio ufficiale, quello della Brigata partigiana Stella, e via via ha aggiunto frammenti, piccole tessere, testimonianze sparse per ricostruire una “storia singolare”. Ogni donna ha una storia a sé e il “disegno della propria vita” è unico e irripetibile. Brigida ha saputo porsi domande e cercare risposte.

Importante è il rapporto che Brigida ha saputo instaurare con la sua biografata: ha ricostruito la storia di Flora Cocco senza un mero ordine cronologico, bensì aprendo un dialogo nel tempo e nello spazio con lei, interrogando, facendosi e facendo ad altri domande. In questo modo si è sforzata di svelare l’intus di Flora: i suoi sentimenti, i suoi valori, le sue sofferenze, i suoi dolori. Il tutto senza invadere, con il pudore e il rispetto dovuti all’intimità di un’altra.

Chi era Flora Cocco?

Flora nasce a Brogliano, un paesino adagiato sulle colline che separano la Valle del Chiampo da quella dell’Agno, sulla riva destra dell’omonimo torrente, in provincia di Vicenza. La famiglia è di condizioni economiche modestissime e, all’età di dieci anni Flora, la primogenita, rimane orfana di padre assieme ai due fratelli minori. La madre con coraggio e intraprendenza si preoccupa di dare una adeguata istruzione ai suoi figli, così Flora può frequentare il ginnasio e poi un liceo privato a Valdagno. Conseguita la maturità classica nell’estate del 1940, nonostante la precarietà dei tempi, decide coraggiosamente di iscriversi all’Università di Padova, alla facoltà di lettere e filosofia. Nel contempo svolge lavori saltuari per mantenersi agli studi e contribuire al bilancio familiare, gravando il meno possibile sulle spalle della madre. Dal 1942 riesce ad ottenere incarichi come insegnante, nelle scuole della provincia vicentina. Cadono in questi anni un manipolo di lettere inviate all’amica Stellantonia Castellan, che ci restituiscono squarci della sua anima: la passione e la determinazione nello studio, la tensione ad approfondire le conoscenze, la “fiducia nell’avvenire”, il desiderio di nuove letture, ma anche momenti di pessimismo, il peso della solitudine associato al bisogno di una parola di affetto e di incoraggiamento. Nei faticosi e spesso fortunosi viaggi a Padova per frequentare le lezioni o per sostenere gli esami, Flora conosce uno studente della facoltà di chimica che nel dopoguerra diventerà suo marito.

Dopo l’8 settembre 1943 la situazione si complica e la vita di tutti diventa più difficile e pericolosa. Il fratello di Flora decide di unirsi alle formazioni partigiane attive nella Valle dell’Agno. Flora percepisce la drammaticità del momento, sicuramente ha sentito risuonare dentro di sé l’appello rivolto il 1° dicembre 1943, dal rettore Concetto Marchesi, agli studenti dell’Università di Padova, prima di entrare in clandestinità per unirsi alla Resistenza: «Studenti: mi allontano da voi con la speranza di ritornare a voi maestro e compagno, dopo la fraternità di una lotta insieme combattuta […] liberate l’Italia dalla schiavitù e dall’ignominia».

Fin dai primi mesi del ’44, Flora entra in contatto con i gruppi partigiani operanti nell’alta Valle dell’Agno. Un rastrellamento con imponente dispiegamento di uomini e mezzi viene condotto dai tedeschi il 9 settembre in quella zona: è l’episodio più tragico della guerra di liberazione, vi trovano la morte quarantuno partigiani, tra cui il fratello di Flora, e venti civili. Due settimane dopo, il 23 settembre ’44, Flora, pur nella sofferenza indicibile per la morte del fratello, indirizza al commissario politico della brigata Stella, una lettera con la richiesta di entrare a “lavorare con voi”. E tre giorni più tardi, in un’altra lettera, esplicita l’ideale che guida la sua scelta e la sua determinazione: «L’Italia dovrà ben bene epurarsi dal fascismo e subire una nuova ricostruzione, che sarà quella giusta e duratura».  La morte del fratello è per Flora un punto di non ritorno: all’età di ventiquattro anni chiede, pur consapevole dei rischi, di lavorare a fianco ai partigiani. Assume il nome di battaglia ‘Lea’. Saranno mesi di attività intensissima e ad alto rischio per l’incolumità propria e dei propri cari. Il suo coraggio, l’intraprendenza, il sacrificio e la sua intelligente capacità di collegamento hanno reso possibile il ricompattamento della brigata Stella che sembrava essere stata annientata dal feroce rastrellamento del 9 settembre.

Tanto tenace lavoro non sfugge agli squadristi della zona che la inseriscono nella loro lista nera e la arrestano il 29 novembre ’44. Trattenuta dapprima dai fascisti della Brigata Nera locale, è condotta nella caserma della guardia repubblicana a Vicenza, sede dell’Ufficio politico investigativo della RSI, e qualche mese dopo (marzo 1945) trasferita al carcere giudiziario di San Biagio in Vicenza. Ne esce solo il 26 aprile, in “libertà provvisoria”.

Nel maggio del 1945, prima dello scioglimento delle formazioni partigiane, si costituisce un battaglione femminile della Brigata Stella, il Battaglione ‘Amelia’, forse su suggerimento di Flora, che ne viene nominata comandante. La Commissione Regionale Triveneta per il riconoscimento dei partigiani le attribuisce la qualifica gerarchica di “Tenente”.

Finita la guerra, Flora porta a termine gli studi universitari, laureandosi in lettere il 18 novembre 1946, presso l’ateneo patavino. Riprende l’attività di insegnante. Nel frattempo anche Giovanni Priante, rientrato dalla prigionia in Germania, conclude i suoi studi universitari e si laurea in Chimica. Si sposano l’11 agosto 1949. Si trasferiscono subito a Pisa, dove Giovanni è stato assunto, con qualifica dirigenziale, nel lanificio di Marzotto.

La nuova vita pisana si rivela per Flora carica di insidie e di fragilità psico-fisiche che, dopo la nascita dei tre figli (Renzo, Giuseppe, Fernando), la portano a frequenti ricoveri in ospedale psichiatrico. Le cartelle cliniche parlano di crisi depressive che, negli anni ’50-’60, venivano curate con farmaci, elettroshock e ricoveri in manicomio. Flora si ritrova dentro un vortice opaco che la rende estranea a se stessa e alle persone che le sono accanto. Uscirà dal lungo tunnel della malattia solo alla fine degli anni ’60; nel frattempo il lanificio pisano della Marzotto è stato dismesso e la famiglia è ritornata in Veneto, dove il marito ha trovato lavoro in una fabbrica del vicentino. Con la famiglia riunita e il ritorno alla terra delle origini, Flora sembra aver recuperato un po’ di serenità: è tornata persino a sorridere accarezzando con lo sguardo il suo primo nipotino. Muore a Vicenza, il 20 gennaio 1993 e, assecondando il suo desiderio, il marito e i figli la fanno seppellire nel cimitero di San Martino, all’ombra della più antica pieve della Valle dell’Agno, nel paese natale, Brogliano.

Lasciamo la parola ai figli, al loro commovente ricordo di quel giorno: «Quando è arrivato il feretro la chiesa era tutta piena. C’era gente di Brogliano, della vallata. Gente che non avevamo mai visto ed erano tanti, seduti e in piedi, perfino qualche bandiera italiana. […] Quando hanno chiuso la porta e non l’abbiamo più vista, ci sono state tante mani da stringere e gente che si ritrovava e si salutava agli angoli del cimitero. Starai bene qui, mamma? – abbiamo pensato – Sono belle queste colline dolci, i boschi e i prati e il verde poco morsicato dall’uomo. […] In quel momento, nel giorno del suo funerale è iniziata la nostra scoperta della madre prima che fosse nostra madre» (La scelta di Flora, p. 8).

Per comprendere la crisi esistenziale di Flora, credo necessario ritornare al biennio 1944-1945. Flora si è trovata dentro il vortice della lotta partigiana, ad agire in un equilibrio incerto tra ‘privato’ e ‘pubblico’, in un mettersi al mondo come donna che diventa di necessità un mettersi nel mondo, rompendo gli stereotipi del genere femminile. Con la caduta del fascismo, uomini e donne impegnati nella lotta di liberazione sono consapevoli di essere ad un punto di non ritorno: percepiscono che l’epifania di un mondo migliore, all’insegna di libertà e giustizia, comincia ad apparire a portata di mano. È il «tempo meraviglioso della speranza» di cui parla Italo Calvino nella Prefazione a Il sentiero dei nidi di ragno; il tempo in cui, per dirla con le parole di Natalia Ginzburg, «tutti pensavano d’essere dei poeti e tutti pensavano d’essere dei politici; tutti s’immaginavano che si potesse e si dovesse anzi far poesia di tutto, dopo tanti anni in cui era sembrato che il mondo fosse ammutolito e pietrificato e la realtà era stata guardata come di là da un vetro, in una vitrea, cristallina e muta immobilità». Ora, continua Natalia Ginzburg, «c’erano di nuovo molte parole in circolazione, e la realtà di nuovo appariva a portata di mano» (Lessico famigliare, p. 171).

Bastano pochi mesi per rendersi conto che non tutto va per il verso giusto. Alba De Cespedes scrittrice sensibile e osservatrice attenta, che dal ’44 al ’48 aveva diretto la rivista Mercurio, pubblica nel 1949 un romanzo, Dalla parte di lei, dove racconta tra l’altro la partecipazione delle donne alla Resistenza, ma soprattutto l’attesa di un “mondo nuovo” che aveva alimentato tante speranze e aspettative. Commentando gli eventi di quel 1949, a distanza di qualche anno, De Cespedes afferma che esso segnò «la fine della speranza nata con la Resistenza», e titola l’articolo: Quando l’Italia perse le illusioni.

Nell’ultimo numero della rivista Mercurio, uscita nella primavera del 1948, quindi subito dopo le elezioni politiche del 18 aprile in cui la Democrazia cristiana si aggiudicò la maggioranza assoluta dei seggi, leggiamo un dialogo tra Natalia Ginzburg e Alba De Cespedes dove, a proposito della condizione femminile, si afferma che «le donne cadono spesso nel pozzo», alludendo al frequente fenomeno della depressione femminile.

E Flora Cocco? Anche lei “perse le illusioni” che avevano guidato il suo agire per un mondo migliore fondato su libertà e giustizia. Una giustizia nella polis e nelle sue vicende private (l’uccisione del fratello, la sua carcerazione, l’oltraggio subito). Anche nella vita privata di Flora il 1949 segna una svolta, una torsione non indolore: il matrimonio. È un matrimonio voluto, desiderato, atteso con ansia gioiosa ma che la conduce a Pisa.

Flora si trova catapultata in una realtà imprevista: deve abbandonare il suo lavoro di insegnante, anzi nelle graduatorie la precedenza viene data agli uomini; si trova in una città nuova, priva di relazioni, quasi in un paese straniero; il marito è una figura dirigenziale ma lei è priva di ogni ruolo sociale, è isolata, è sola, ha perduto la sua identità pubblica; inoltre in cinque anni ha dovuto sostenere ben tre gravidanze. Ed è caduta nel pozzo: non ha avuto una mano femminile che l’aiutasse a riemergere. Certo la madre le è stata molto vicina, ma la madre la esortava a dimenticare il passato, a rientrare nei ranghi, ad accontentarsi di fare la “brava moglie” accanto ad un bravo e amorevole marito.

 

Brigida Randon, “La scelta di Flora. Vita di Flora Cocco, la partigiana ‘Lea’”, Ronzani editore, 2023

           

           

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Adriana Chemello

Adriana Chemello ha insegnato Letteratura Italiana e Letteratura e studi di genere all’Università di Padova. È socia della Società italiana delle Letterate, di cui è stata anche presidente nel biennio 2004-2005. È nel comitato scientifico della rivista on-line “altrelettere”, e della rivista internazionale “Women Language Literature in Italy / Donne Lingua Letteratura in Italia”. Presiede la giuria del “Premio Vittoria Aganoor Pompilj” dedicato ai carteggi ed epistolari. Ha pubblicato numerosi saggi sulla letteratura e la scrittura delle donne dal Cinquecento al Novecento; ha curato l’edizione moderna de Il merito delle donne di Moderata Fonte (Venezia, Eidos, 1988); la ristampa anastatica de I Componimenti poetici delle più illustri rimatrici d’ogni secolo di Luisa Bergalli (1726); e l’edizione commentata dei Racconti di Caterina Percoto nella collana “Novellieri Italiani” (Roma, Salerno editore, 2011). Collabora con la rivista «Leggendaria». Da qualche anno cura la rubrica “Dalla parte di lei” della rivista on-line “Articolo 21”.
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