Parlano le irachene

Paola Meneganti, 1 giugno 2023

«La Rivoluzione mi ha fatta sentire per la prima volta forte e capace di raggiungere qualsiasi obiettivo. Io ero la strada, io ero la voce, io ero la Rivoluzione», dice una delle donne che Silvia Abbà, studiosa e militante che opera in Medio Oriente, mette nel suo libro “Il mio posto è ovunque”

Di Paola Meneganti

Donne e Rivoluzione irachena del 2019: Astarte edizioni, nata nel 2019 per raccontare il Mediterraneo, valorizzandone le lingue e le letterature, la storia e l’arte, ha ora pubblicato – inaugurando la collana “Manifesta” diretta da Renata Pepicelli – Il mio posto è ovunque. Voci di donne per un altro Iraq, un testo assai interessante di Silvia Abbà.
Abbà è una giovane studiosa, operante nelle attività dell’organizzazione non governativa Un Ponte Per, e ha compiuto diversi viaggi in Medio Oriente, specialmente in Libano e in Iraq.
Queste esperienze le consentono uno sguardo non convenzionale, documentato e appassionato sulla realtà irachena. In particolare Abbà parla della rivoluzione scoppiata nell’ottobre 2019, sempre più ricordata come movimenti di Tishreen. Il primo ottobre di quell’anno migliaia di persone scendono in piazza a Baghdad per protestare contro corruzione, disoccupazione e mancanza di servizi. In pochi giorni le proteste si diffondono nelle principali città irachene, da Baghdad a Bassora, da Nassiriya a Mosul. Come in tante altre piazze, non soltanto del Medio Oriente, la reazione immediata è il dispiegamento delle forze di sicurezza, che rispondono al sollevamento popolare sparando sulla folla. Come una scena già vista tante volte, la violenza esercitata dallo Stato non riesce a soffocare i manifestanti, al contrario, ne alimenta la forza: le voci che si alzano dalle piazze non si limitano più a chiedere maggiori servizi e occupazione, ma mirano al sistema su cui l’Iraq si regge dal 2003, pretendono le dimissioni dell’intera classe politica. La Rivoluzione di ottobre «è stata una rivoluzione imprevista… Tra il 25 e il 27 ottobre c’è stata una polarizzazione contro di noi. Il sangue versato in quei giorni ha alimentato la nostra reazione» (Lodia, 27 anni).
Il libro è dunque una fonte preziosissima di analisi e di notizie sulla situazione del Paese e delle donne irachene in particolare, che può contare su una solida e dichiarata base teorica di femminismo intersezionale e di pensiero decoloniale.
Una base interessante e intrigante. Non a caso, all’inizio del primo capitolo, si cita questa frase di bell hooks: “Tutto ciò che facciamo nella vita si fonda sulla teoria”, dal suo Il femminismo è per tutti. Questo consente all’autrice di dichiarare la necessità di prendere coscienza delle coordinate sociali, culturali, economiche del sistema in cui viviamo, per poterle analizzare, discutere, decostruire, combattere.

«Nei secoli, il Nord globale è riuscito a imporre il sistema capitalista, imperialista, liberale e patriarcale come egemonico. Nello stesso arco di tempo, il sistema – o almeno porzioni di esso – è stato messo in discussione, sia alle sue periferie che al suo interno. Da qui sono scoppiati dei veri e propri incendi. Alcuni hanno smesso di bruciare, altri ardono ancora. Il femminismo è uno di questi». (p.26)

Ma anche lo stesso termine “femminismo” va decostruito. Silvia Abbà si richiama al femminismo delle donne nere, e l’intersezionalità emerge dalla constatazione che l’impatto di un fenomeno non è uguale per chi ha condizioni diverse di partenza nella realtà economica, sociale e politica. È la transversal politics, la politica dell’attraversamento, strumento importante per leggere il mondo.

«qualsiasi sapere sul mondo, se derivato da un unico punto di osservazione, sarà immancabilmente incompleto […] per raggiungere una conoscenza più estesa, (è) necessario entrare in dialogo con persone che hanno posizionamenti differenti […] la transversal politics si basa sul principio della parità nelle differenze, ossia sul riconoscimento delle differenze in un contesto di rispetto reciproco e di orizzontalità. Infine, sul fatto di tenere in conto le differenze tra posizionamento, identità e valori, riconoscendo quindi le differenze tra chi si identifica con un determinato gruppo, ma da posizioni differenti all’interno del mondo sociale, economico e politico, e allo stesso modo anche tra chi occupa posti simili nel mondo, ma si riconosce in valori sociali e politici differenti». (p. 32)

A partire da questo, Abbà legge la situazione storica e politica dell’Iraq e delle donne irachene con occhi attenti alla molteplicità, sottraendo quest’ultime ad un paradigma vittimario che non rende loro giustizia e che può essere mistificatorio: il che non significa non narrare soprusi, violenze, uccisioni, ma dare conto anche della vitalità, della capacità di elaborazione, della resistenza che esprimono, della complessità della loro visione politica.
Non dobbiamo dimenticare che si disse che la guerra in Afghanistan fosse stata scatenata anche per liberare le donne afghane: abbiamo visto com’è andata a finire.
Il libro dedica una buona parte al racconto di sé di alcune donne irachene, che mette in luce, pur tra le mille difficoltà e tragedie, l’importanza della presenza nello spazio pubblico che si sono conquistate. Ribadisce l’importanza di raccogliere e documentare le storie, perché raccontarsi può essere una pratica politica, attraverso la costruzione di uno spazio per sé, l’apertura della relazione con l’altra/altro, e con lo scegliere le parole, perché “le parole non sono mai neutre”. Si sofferma sulla “rivoluzione d’ottobre” del 2019, in cui le donne hanno ridefinito il politico, lo spazio pubblico, i servizi, ma

«rispetto ai propri compagni, le donne hanno dovuto pagare un prezzo più alto per il proprio attivismo: oltre a essere state attaccate per aver partecipato alle proteste, infatti, hanno dovuto far fronte a specifici attacchi di genere mossi, come abbiamo visto, da dinamiche di restaurazione della mascolinità. Molte di loro sono state bersaglio, per strada e sui social, di insulti e di minacce di genere. Per altrettante, la vita semplicemente non è stata più la stessa». (p. 100)

Ci sono stati infatti anche omicidi e tentati omicidi di attiviste ed attivisti.

«La rivoluzione di ottobre ha fatto emergere una parte della mia anima che non conoscevo. Mi ha fatta sentire per la prima volta forte e capace di raggiungere qualsiasi obiettivo. Io ero la strada, io ero la voce, io ero la Rivoluzione”, afferma una delle attiviste raccontando delle proteste scoppiate a Najaf, una delle città sante per i musulmani sciiti. Parlare di sé in questi termini, mettere nero su bianco queste parole perché altre persone le possano leggere è, nell’Iraq di oggi, un atto profondamente politico, e lo è ancora di più se a farlo è una donna. A seguito della cacciata di Saddam Hussein e dell’occupazione statunitense, il sistema iracheno si è sviluppato e consolidato nella forma di un regime imperniato su patriarcato e settarismo. La studiosa Maya Mikdashi conia il termine sextarian per il sistema libanese per indicare come lo Stato articoli “al contempo la differenza settaria e sessuale a livello legale, burocratico e ideologico”, ma può tornare utile anche per spiegare il sistema iracheno». (p. 104)

L’importanza del prendere la parola è centrale in un Paese come l’Iraq, in cui le voci delle donne non devono essere proferite ed ascoltate in luoghi pubblici. Così come lo scendere in piazza è a rischio di vita: già lo stare nello spazio pubblico è un gesto politico di resistenza, per conquistarsi nuovi spazi di azione, che sono sempre a rischio, sempre sotto attacco; le forze conservatrici hanno paura della loro voce, e a noi sono dirette le amare constatazioni delle donne irachene: “non siamo state viste e visti”, “siamo state abbandonate”, “siamo rimaste sole”.
Tutt’altro che neutro è questo libro, che è molte cose, tra cui un libro militante.
Le donne non saranno davvero libere finché non lo saranno tutte.

Silvia Abbà, “Il mio posto è ovunque. Voci di donne per un altro Iraq”, Astarte 2022

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Paola Meneganti

Sono nata e vivo a Livorno. Laureata in filosofia e in scienze archivistiche e biblioteconomiche, ho diretto per anni un servizio della Provincia, e ora sono in pensione. Ho contribuito a fondare, nel 1984, il Centro Donna di Livorno e, nel 2002, ho dato vita, con altre, all’associazione femminista Evelina De Magistris, che è tuttora gioiosa pietra miliare per la mia esistenza. Noi Eveline operiamo cercando di essere fedeli ad alcune pratiche politiche che caratterizzano il femminismo: la pratica della relazione e la pratica del partire da sé, che pensiamo possano vivificare la politica e il desiderio che molte e molti hanno di agire nel mondo, ma che non riescono ad esprimere in una realtà ossificata e bloccata. Ho scritto saggi di argomento filosofico e di teoria femminista, pubblicati in volumi collettanei, interventi, recensioni, e ho curato svariate pubblicazioni. Sono socia della Società Italiana delle Letterate, studio le filosofe e le pensatrici, sono una lettrice appassionata e privilegio la narrativa e la poesia scritte da donne. Infine, posso dire, con Carla Lonzi, che il femminismo è stata la mia festa.

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