Una bambina in balia delle streghe

Chiara Cremaschi, 23 agosto 2022

Due ragazzi che camminano sull’argine del fiume, su sponde opposte, che si urlano il proprio nome… eppure su quell’amore, che si farà famiglia, incombe una nube nera. Un romanzo d’esordio di Valentina Pasquon che parla di tempo, traslochi, lacrime e fughe

Di Chiara Cremaschi

“Era primavera d’amaranto”, il primo romanzo di Valentina Pasquon dopo raccolte in poesia e prosa, è una riflessione sul tempo storico, quello della memoria e quello degli affetti, che si serve della scrittura per addentrarsi nei luoghi del passato.
Nel racconto seguiamo i traslochi di una famiglia numerosa, dagli anni ‘50 al 1970: “la casa sul fiume”, “la casa senza giardino”, “la casa dei cipressi”, “la casa del pioppo”.
Ogni trasloco è una speranza di cambiamento e fortuna che si scontra con la dura realtà.
Siamo in Veneto, nel Nord-est delle campagne e i traslochi avvengono tra diverse frazioni di paesi poco conosciuti.

A raccontare è una bambina, poi ragazzina, che non riesce mai a piangere. Neanche nei momenti più duri e dolorosi.
Sulla sua famiglia incombe una sorta di nuvola nera, che non permette mai che le cose ingranino sul serio, che appesantisce il presente e non permette alla speranza di avere futuro: «Credevamo che le eventualità dannose potessero essere scansate coi riti ancestrali di scongiuro e con la sequela di orazioni quotidiane in cui veniva chiesto aiuto e protezione, l’assiduità e il fervore non potevano passare inosservati alla divinità. Ma se il nume si distraeva, le nostre suppliche svaporavano nell’etere, e si restava in balia delle streghe. Ogni disgrazia piccola o grande non dipendeva da cause oggettive o dal caso, né poteva essere imputabile al Cielo, la colpevole era sempre una fantomatica strega senza nome. Sventura era sinonimo di strega».

Eppure, la prima immagine, quella da cui nasce la famiglia, è luminosa: due ragazzi che camminano sull’argine del fiume, su sponde opposte, che si urlano il proprio nome e continuano a parlarsi così, il fiume tra loro: lei «una timidezza che lui aggirava con domande, mani ai lati della bocca per farsi udire meglio, rispondeva a monosillabi o con sorrisi ritrosi, si schermiva per un complimento, abbassava la testa alle insistenze d’incontro e ogni volta lo aspettava con il cuore in gola, gli occhi ansiosi alla ricerca della sagoma sull’argine opposto. Lui, maggiore di sette anni, contava di impiegarsi in un’azienda agricola e non appena ebbe il posto passò a un corteggiamento più manifesto: c’era una chiesetta sull’ansa del fiume, dichiarò di volerla sposare proprio lì».
Il padre, ad ogni anniversario, parla di questi primi incontri, sempre con tenerezza. Sul matrimonio, invece è evasivo. È per questo che la bambina capisce che non si può chiedere, e intuisce «un rito sottotono, a campane legate come si usava per gli sposi che bruciano le tappe prescritte».

Forse è il matrimonio riparatore l’inizio delle disgrazie. Ma la bambina dà, piuttosto, la colpa a sé stessa: «in un salvadanaio di cartone a forma di casa avuto dalla scuola nella giornata del risparmio, avevo infilato per molto tempo monetine da cinque e dieci lire, volevo fare un regalo alla madre. Andai all’emporio dal marito della megera e svuotai la cassettina sul bancone: intenerito dal gesto lui mi concesse uno sconto incredibile, quasi mi regalò una scatola di plastica che pareva intarsiata d’oro e conteneva una dozzina di fazzoletti. Quando con fierezza consegnai il dono e la mamma lo aprì, vidi il suo viso trasformarsi, il sorriso si spense, una maschera greca prese il suo posto, mi puntò addosso due occhi torvi senza più parlare, lei usava rimproverare con musi e mutismo. Nessuno ebbe una parola per me, cominciarono tutti a baccagliare, a profetizzare iatture, calamità e piaghe d’Egitto, non c’era speranza di scongiurare quanto ormai avviato, non restava che attendere. Per scrupolo, la madre mi consegnò cinquanta lire allo scopo di convincere il destino che non si trattava di un regalo, ma di un acquisto, lei aveva bisogno di fazzoletti e la bambina li aveva comprati a nome suo».

In “Era primavera d’amaranto”, subito, colpisce lo stile di scrittura.
La bambina che non riesce a piangere sceglie, nel raccontare, un ruolo di narratrice a distanza in cui i genitori sono nominati come “il padre” e “la madre” e sorelle e fratello sono chiamati con dei soprannomi: Buttafuoco, Mani D’Oro, Coda di Paglia, Milady, Cinico. Lei è l’ultima nata, e non sappiamo il suo nome.
La distanza le permette di descrivere con accuratezza il quadro sociale attorno ai personaggi e di permetterci di immaginarceli come se fossimo a teatro, o al cinema, noi testimoni silenziosi nel buio, più che lettrici o lettori.
Eppure, a volte, la sentiamo avvicinarsi al mondo che descrive, per farci vedere meglio. Come il volto di un bambino che si chiama Annibale, lo stesso nome di un maialino che avevano avuto e che lei sovrappone: «biondissimo, roseo di pelle, il naso largo, le ciglia come setole, quasi una reincarnazione».
O come il fiume, gli uccelli, le piante che sono riferimenti essenziali: «Un sogno ricorrente portava languore alla mia disperazione, leniva lo stato di malinconia in cui versavo. Sognavo di stare alla finestra a osservare l’amico pioppo dell’osteria, i rami erano folti ma riuscivo a intravedere il volo dei passeri tra le fronde, d’improvviso spostavo l’occhio alla strada e vedevo mio padre tornare, la mano sul manubrio della bicicletta, lo sguardo in su rivolto verso di me, il sorriso sereno e rincuorante».

È come se Valentina Pasquon chiedesse alla scrittura di farsi carico della sofferenza, di farci comprendere il desiderio costante della bambina, poi ragazzina di “via, andare via, e presto”.
È un moto interno della narrazione, una ricerca di distanza e una necessità di prossimità che ce la rendono cara, e che ricorda il lavoro di scrittura di Annie Ernaux in “Una donna”. Ecco le parole di Ernaux: «Questa maniera di scrivere, che mi pare andare nella direzione della verità, mi aiuta a uscire dalla solitudine e dall’oscurità del ricordo individuale tramite la scoperta di un significato più generale. Ma sento che qualcosa in me oppone resistenza, vorrei conservare di mia madre delle immagini puramente affettive, il calore o le lacrime, senza dar loro un senso».

Valentina Pasquon, “Era primavera d’amaranto”, Manni, 2021

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Chiara Cremaschi

Chiara Cremaschi è laureata in Filmologia e si è formata in regia documentaria agli Ateliers Varan a Parigi. È stata più volte Finalista al Premio Solinas - scrivere per il cinema, e tre volte ha ottenuto la Menzione Speciale dello stesso Premio. Nel 1998 ha vinto il Premio per la Migliore Sceneggiatura di Rai International con "Il cielo stellato dentro di me". Nel 2017 ha ottenuto l’Étoile de La Scam per la scrittura del film documentario “Les enfants en prison”. I suoi film sono stati selezionati in festival in tutto il mondo, ricevendo menzioni e premi. È formatrice in scuole di cinema e conduce laboratori nei contesti più diversi, soprattutto quelli in cui il cinema non arriva.

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