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L’esercito di donne

«Non sono giorni in cui fare mostra di essere solo una moglie o una sorella o una madre. Muovetevi come fecero le nostre madri… Sorelle, siete pronte per ciò che verrà?», dice la guerriera Astrit nel romanzo epico e polifonico scelto dal gruppo di lettura della Sil: Il Re Ombra di Maaza Mengiste, ambientato durante la guerra coloniale italiana in Etiopia

Di Gisella Modica

 

Aster, Nardos, Abebech, Tsedale, Aziza, Hanna, Meaza…E poi Fifi, spia etiope di straordinaria bellezza che carpisce i segreti dei nemici lavorando come prostituta per gli italiani. E ancora una donna chiamata semplicemente «cuoca», la quale, mossa da compassione, offre ai prigionieri etiopi un intruglio di erbe astefaris e foglie di qat, da masticare, affinché «imparino a volare come angeli prima di essere scagliati giù nel dirupo e possano morire senza mostrare al nemico la propria paura. Senza supplicare».

Sono queste, sul fronte etiope, alcune delle donne soldato, ma l’elenco è molto più lungo, che sconfiggeranno l’esercito dei coloni italiani, di ferenjoch, avanzando «con la grazia fluida di una tempesta imminente, un rombo che aumenta nella prima luce». A guidarle sono altre due donne: Una è Hirut, «la furiosa». «Figlia di Fasil e Getey, nata in un anno benedetto di raccolto» è stata venduta bambina a nobili etiopi presso i quali subisce violenza. L’altra è la moglie di Kidane, il violentatore, luogotenente dell’imperatore Haile Selassie. Si chiama Aster, «la valorosa», che rivendica il diritto alla propria libertà e autonomia, ribellandosi al ruolo di semplice infermiera e vivandiera dei soldati in guerra che il marito le ha assegnato.

Sul fronte degli italiani descritti come «Macchine rivestite di pelle, senza sentimenti, iene che un giorno divoreranno se stessi», protagonisti sono il soldato ebreo Ettore Navarra, detto Foto. «Un archivista di oscenità». «Un animale costretto all’obbedienza, ammansita dalle intimazioni a servire» che «guarda i prigionieri solo attraverso l’obiettivo, in una luce perfetta, per sopportare l’orrore». Guarda Hirut: «Una figurina derelitta, membra scomposte, finché, mettendo a fuoco, lui le riassembla». L’altro è il suo colonnello, Carlo Fucelli «Noto conquistatore di Bengasi, figlio d’Italia» che gli ordina di fotografare i prigionieri etiopi mentre vengono gettati da un dirupo appositamente costruito a strapiombo sulla valle. Ne vengono portati 5 ogni due giorni tra le due e le tre del pomeriggio e vengono spinti nel dirupo tra le 5 e le 5 e mezza, ora che garantisce la luce migliore. «Si muovono come ratti, sono troppo difficili da acchiappare. Il solo modo di tenerne uno fermo è questo. Un’immagine». Gli ordina di fotografare Hirut e Aster, da prigioniere, costrette a indossare un’uniforme militare per i giornali e per quei coloni stranieri che non hanno mai visto una donna soldato. Ordina di fotografarle nude perché «Nuda una donna non è niente. Non è nessuno. È stata disancorata e sradicata e non appartiene ad alcuna famiglia, a nessun nome, a nessun linguaggio».

Sono i protagonisti di Il Re Ombra, romanzo storico e insieme epico e lirico di Maaza Mengiste, scrittrice etiope, di Addis Abeba, che indaga sul colonialismo italiano e sulla resistenza del suo popolo soprattutto attraverso le foto dell’archivio da lei creato negli anni (Project 3541). Composto di tre sezioni (Invasione, Resistenza, Ritorni) in un arco di tempo che va dal 1935 al1937, il libro comincia nel 1974 con Hirut che incontra ad Addis Abeba Navarra per consegnargli la scatola di latta seppellita sottoterra durante la guerra, contenente articoli di giornale, lettere, foto e a lei affidata. «Contiene gli innumerevoli morti che esigono resurrezione». Un libro dalla struttura complessa con un prologo, un epilogo, diversi interludi, diverse foto «narrate a parole» e non mostrate «per inserire elementi lasciati volutamente fuori scena dal fotografo». Perché, come scrive Susan Sontag: «Fotografare significa inquadrare e inquadrare vuol dire escludere». E c’è un coro che, come nelle tragedie greche, tiene il filo dei molteplici piani narrativi, e canta: «Non c’è altra scelta che andare avanti. Non c’è via d’uscita se non attraverso. Non c’è via d’uscita se non da dentro».

Una narrazione che ha origine da una foto, quella di una ragazza sconosciuta nella quale Mengiste immagina la giovane Hirut. Ma sopratutto nasce dalla conoscenza della storia della bisnonna di Mengiste, Getey, che ottenne di arruolarsi dopo aver vinto in tribunale la causa per riavere il suo fucile. E Wujigra è un altro protagonista della storia. Il fucile, regalatole dal padre, che Hirut custodisce gelosamente sotto la paglia, nella stalla, e cercherà disperatamente di riconquistare quando le verrà tolto da Kidane. Un’arma nella quale Hirut s’identifica completamente scoprendo che in guerra il campo di battaglia alla fine è il suo stesso corpo.

Sono quindi le donne le vere protagoniste di Il Re Ombra, doppiamente cancellate e dalla storia scritta dagli italiani e dalla contro-narrazione anticoloniale di stampo maschile? Certo, sono loro.

È Aster che indossa lo sciammaà, sale sul «cavallo del colore della polvere da sparo» e imbraccia il fucile.  «Mi sono guadagnata il diritto di indossarlo in questi lunghi anni…Questo paese non è soltanto vostro», risponde al marito che si oppone alla sua decisione. «Una figura terrificante, qualcosa di familiare e insieme sconosciuto, minaccioso e incomprensibile. Una donna con l’aspetto fiero di un guerriero», scrive Mengiste. Aster creerà un esercito di cinquanta donne, di cui diventa conduttrice rivoltosa, per fronteggiare Mussolini, e venderà il tappeto di nozze regalatole dalla madre, per comprare i fucili da dare alle donne. «Non sono giorni in cui fare mostra di essere solo una moglie o una sorella o una madre…Muovetevi come fecero le nostre madri quando anche loro andarono in guerra…Sorelle, siete pronte per ciò che verrà?», le sprona. «Il grido di battaglia si stava già formando nella gola di queste donne. Aster sapeva di dover solo trovare il modo di farlo uscire. Le donne erano pronte ma non lo sapevano», commenta Mengiste.

Protagonista è certo Hirut «Temuta guardiana del Re ombra, che non ha più paura di cosa possono fare gli uomini a donne come lei».  È Hirut a inventare lo stratagemma che darà agli etiopi la vittoria. Quando il Negus ripara in Inghilterra, dopo la sconfitta di Mai Ceu, Hirut prenderà Minim, un contadino che somiglia all’imperatore Haile Selassie, e lo trasformerà nel Re Ombra. «Chi ricorda cosa significa essere più di ciò che il mondo pensa che siamo? Siamo più di questo. Non siamo spazio da riempire», dirà Hirut alle donne soldato.

Ma Il Re Ombra non è soltanto questo.

È una chiamata alla responsabilità individuale sul colonialismo degli italiani in Africa, da parte di una scrittrice che descrive con gli occhi di una etiope una storia di cui l’Italia ha preferito tramandare una versione auto assolutoria e auto celebrativa scegliendo, attraverso l’uso distorto delle foto, solo ciò che ritiene più adatto per la futura memoria. Artefice di tale scelta è Navarra costretto da Fucelli, e su volontà di Mussolini, a far vedere gli etiopi come un popolo di selvaggi che vivono in capanne e le donne languide «ritratte nude e seminude che fissano l’obiettivo con sguardo ammiccante». Non esistono invece fotografie delle 1020 bombe caricate a iprite sganciate sull’Etiopia. Mussolini nascose l’uso di armi chimiche, e non solo, grazie alla costruzione di un’unica storia artefatta. Una storia che descrive la guerra come «una meritata e bella lunga vacanza». Una festa con brindisi e cori di chitarra (Montanelli).

La creazione di «un’unica storia» è ciò da cui Mengiste si tiene ben lontana. Il Re Ombra è infatti una narrazione polifonica e molteplice. Non è una controstoria etiope, non è un’agiografia del popolo etiope, né rappresenta gli italiani come mostri, dichiara Mengiste in un’intervista. Al contrario, sia i personaggi etiopi, che italiani, sono descritti da una «prospettiva intima» con le loro insicurezze e le loro paure. «Combattiamo contro altri uomini ma abbiamo paura di queste abissine donne soldato così diverse dalle nostre, perché non sappiamo niente di loro», dice Fucelli a Navarra. Né solo luci o solo ombre, dunque, ma grigi. Vittime e al contempo carnefici.

Leggere Il Re Ombra ripropone l’urgenza di tornare su un tema dagli italiani rimosso, il colonialismo, da molti creduto un fatto storicamente superato, in un momento in cui i coloni israeliani distruggono la memoria della Palestina. Perché il colonialismo non è finito e la violenza perpetrata da un popolo, ad un altro, ritorna indietro con la forza di un boomerang. Ma leggere Il Re Ombra ripropone anche un altro rimosso: il tema dell’uso della violenza (e delle armi) da parte femminile, come forza necessaria e capacità di resistenza all’oppressione.

Quanta violenza? «Quanto basta», ha risposto Muraro in Dio è violent.

Un grido mi ha risuonato durante tutto il tempo della lettura, quello di Aster: «Sorelle, siete pronte per ciò che verrà?»

Siamo pronte?

Ps: un grazie a Letizia Del Bubba Tolomei per i suggerimenti.

Maaza Mengiste, Il Re Ombra, traduzione di Anna Nadotti, Einaudi 2021

 

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Gisella Modica

Gisella Modica, attivista femminista scrive per le riviste: Letterate Magazine on line e Leggendaria. È socia della Biblioteca delle donne Udi Palermo e della Società Italiana delle Letterate. Pubblicazioni: per Stampa Alternativa Falce, Martello e cuore di gesù Storie verosimili di donne e occupazioni di terre in Sicilia (2000) e Parole di Terra (2004). I racconti della Cattedrale Storie di occupazioni, rimozioni, immersioni Villaggio Maori (2016). Le personagge sono voci interiori Vita Activa (2017); Come Voci in Balia del Vento Iacobelli (2018); per Mimesis/Eterotopie ha curato con Alessandra Dino Che c’entriamo noi. Racconti di Donne, Mafie, contaminazioni (2022). Ha scritto racconti e saggi in libri collettanei: Terra e parole Le donne riscrivono paesaggi violati a cura di R. Falcone e Serena Guarracino, ebook, @woman, 2017; Abitare la vita abitare la storia. A proposito di Simone Weil a cura di Maria Concetta Sala, Marietti, 2015; Lessico della crisi e del possibile Cento lemmi per praticare il presente a cura di Fabrice Olivier Dubosc, ed. Seb 2019; SIL/labario Conflitti e rivoluzioni di femminismi e letteratura a cura di Giuliana Misserville Rita Svandrlick, Laura Marzi, Iacobelli 2022.

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