Partire da sé per diventare storia collettiva: entro il 28 giugno visitabili a Torino e a Milano le opere di Chiharu Shiota, l’artista giapponese nota per le sue gigantesche installazioni immersive realizzate intrecciando fili di lana che avvolgono oggetti quotidiani sottratti all’inerzia: barche, chiavi, valigie e pianoforti
Di Mariella Pasinati
Non è possibile attraversare The Soul Trembles al MAO, Museo di arte orientale di Torino senza avvertire che ciò che si dispiega nello spazio non nasce da un progetto formale, ma da una necessità interiore. Nelle opere dell’artista giapponese Chiharu Shiota, infatti, l’oggetto quotidiano viene sottratto alla propria inerzia e riletto attraverso la trama connettiva del filo, che ne trasfigura la presenza facendone un deposito di esperienza finalmente visibile.
Questa urgenza sembra affondare le radici in un corpo che non accetta di rimanere un contenitore passivo, ma cerca di farsi linguaggio espandendosi nello spazio. In questa prospettiva, la mostra smette di essere una semplice antologica per diventare un’esperienza in cui il “partire da sé” appare come la condizione per abitare l’universale: un movimento in cui la memoria individuale si fa trama comune e risonanza collettiva.
Il percorso si apre con la flotta di Where Are We Going? (2017) (fig.1). Le barche – ridotte a strutture essenziali in metallo nero – sono sospese a mezz’aria in un’intricata rete di lana bianca che scende dal soffitto. Qui i fili si addensano intorno agli scafi, li attraversano, li collegano tra loro; il bianco, che Shiota associa a un nuovo inizio ma anche al vuoto e alla morte, costruisce un campo in cui la direzione resta aperta e la domanda del titolo non trova risposta, anch’essa sospesa nello spazio.
La necessità di abitare la terza dimensione nasce da una rottura radicale avvenuta nel 1994 con la performance Becoming Painting. Davanti al fallimento della pittura accademica — sentita come un simulacro vuoto — Shiota decide di farsi corpo pittorico. Rovesciandosi addosso smalto rosso, l’artista compie un gesto estremo: sceglie di diventare pittura. Il corpo cessa di essere un oggetto da rappresentare, per trasformarsi nella materia stessa della creazione. Il dolore dello smalto tossico che brucia sulla pelle è il segno di una liberazione dalla bidimensionalità, l’inizio di un percorso in cui il corpo si impone come il fulcro di un’esperienza vissuta: una materia sensibile che attraversa il trauma per approdare a una dimensione trasformativa.
Nello stesso anno compare per la prima volta il filo che introduce una modalità diversa di lavorare, un gesto che diventerà centrale: portare la linea fuori dalla tela, disegnare nello spazio. Il filo non rappresenta, ma connette, attraversa, mette in relazione. È una linea che non resta sulla superficie, ma costruisce spazio, rendendo visibili legami e tensioni invisibili che altrimenti resterebbero senza forma.
Nelle grandi installazioni come Uncertain Journey (2016) (fig. 2), Chiharu Shiota non si affida alla regolarità della tessitura, ma a un gesto di accumulo e intreccio libero che satura l’ambiente. Il filo si muove nello spazio come una scrittura automatica o una crescita organica che avvolge tutto. Questo “disegnare nell’aria” sottrae l’uso del filo alla dimensione domestica e decorativa per trasformarlo in un’architettura monumentale e invasiva. È una conquista spaziale: l’intreccio smette di essere un manufatto da osservare e diventa una massa fisica che cattura, rendendo visibile la complessità inestricabile dei legami umani. L’artista non costruisce una trama, ma genera un labirinto dove il privato esplode nel pubblico.
L’attenzione alla sostanza del materiale ritorna nel passaggio al nero di In Silence (2008) (fig.3). Se il rosso è il grido del sangue, qui il nero è una “dimensione infinita” che rende tangibile ciò che è stato rimosso o dimenticato. Attorno a un pianoforte carbonizzato e a file di sedie vuote, Shiota tesse una ragnatela fitta che sembra scaturire dalle ceneri stesse dell’incendio. L’intreccio nero non si limita a cingere gli oggetti, si propaga fino alle sedie circostanti, evocando un pubblico assente ma drammaticamente presente nella propria mancanza. Il nero reifica il silenzio, rendendolo udibile come una massa densa che trattiene l’energia di un ascolto interrotto. In questa architettura della memoria, il dissolvimento viene cancellato: l’assenza smette di essere perdita e diventa una forma di presenza perenne.
Da qui, il lavoro sugli oggetti si estende ampliando il campo. In Accumulation – Searching for the Destination (2021) le valigie sospese mantengono il loro peso concreto, la traccia dell’uso, del contatto con i corpi. Non diventano simboli, ma restano elementi attraversati da storie che non si lasciano ricomporre. L’accumulazione non costruisce un racconto, ma una costellazione di presenze: ogni oggetto trattiene qualcosa che non viene restituito, ma continua a operare.
Il vissuto che persiste negli oggetti si riflette, con intensità ancora maggiore, nel modo in cui Shiota interpreta il rapporto tra il corpo e ciò che lo riveste. Se la pelle è la nostra prima protezione, l’abito costituisce per l’artista una “seconda pelle”. In State of Being (Kasaya) (2025), realizzata per il MAO in dialogo con le sculture buddhiste, la tunica conserva un volume corporeo pur dichiarandone l’assenza. Avvolta da fili rossi, il kasaya – la veste monastica – trattiene una presenza senza rappresentarla e introduce una dimensione ulteriore: il tempo, la disciplina, la trasformazione spirituale.
Questa tensione si complica ulteriormente in Reflection of Space and Time (2018). Qui lo specchio non riflette semplicemente, ma costruisce uno scarto. I due abiti identici, disposti ai lati, vengono duplicati e disallineati, rendendo instabile la percezione. Ciò che appare non coincide mai completamente con ciò che è presente: l’immagine introduce una distanza, non una conferma, uno scarto continuo tra visione e presenza.
Allo stesso modo, in Inside – Outside (2009), l’artista espande ulteriormente il confine verso quella che definisce una “terza pelle”: l’architettura. Le finestre provenienti da Berlino Est (l’artista vive a Berlino) non separano più interno ed esterno, ma diventano superfici che rimandano agli sguardi, alle memorie individuali e collettive che le hanno attraversate. Lo spazio che si costruisce è una zona di passaggio in cui i confini non scompaiono, ma si fanno porosi.
L’esperienza della malattia introduce un’ulteriore, drammatica radicalizzazione della ricerca di Shiota.
In Out of My Body (2019), realizzata in seguito alla diagnosi di una recidiva di cancro, il corpo non è più percepito come un’unità integra. Attraverso i calchi in bronzo degli arti sparsi a terra e l’uso di cuoio rosso, l’artista rende percepibile lo scarto profondo tra sé e un corpo biologico che improvvisamente si sottrae, si altera e diventa “altro”. Non è un’esibizione del dolore, ma un atto di riappropriazione: Shiota trasforma la fragilità della propria carne in una forma visibile, rivendicando il vissuto traumatico come parte fondante della propria soggettività.
L’itinerario iniziato al MAO trova un’ideale espansione al MUDEC di Milano, all’interno della mostra “Il senso della neve”, dove Shiota interviene con l’installazione site-specific The Moment the Snow Melts (2025). Qui, la trama dei fili abbandona il rosso viscerale per farsi bianca: migliaia di linee discendono dall’alto sostenendo fogli che custodiscono nomi, pensieri e tracce di persone che non ci sono più. Qui la neve è come un manto che protegge ciò che resta finché, sciogliendosi, non feconda il terreno della memoria collettiva.
Mentre a Torino il lavoro si concentra sul rendere visibile la densità dei legami e la loro persistenza nello spazio, a Milano si apre una possibilità diversa: lasciare che ciò che è stato continui a esistere attraverso la leggerezza delle relazioni che lo attraversano. In questo movimento, che procede per variazioni e ritorni, si riconosce la coerenza e l’originalità della ricerca di Shiota: una pratica capace di costruire spazio a partire dall’esperienza, senza mai ridurla a immagine né chiuderla in una forma definitiva. Così l’anima smette di tremare per integrarsi in una trama comune, dove il “partire da sé” trova il suo compimento nel farsi parte di un’unica, ininterrotta risonanza collettiva.
fig.1 Where Are We Going?, 2017
fig. 2 Uncertain Journey, 2016
fig.3 In Silence, 2008
Mariella Pasinati
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