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“Le cinque storie” inaugura la nuova iniziativa curata da Gisella Modica: far scrivere alle nostre lettrici i loro luoghi della scrittura. In ordine alfabetico i vostri racconti

di Romina Arena

Ho una stanza tutta per me con una scrivania ampia piena di libri impilati, la visuale sui palazzi del circondario e su un pino che resiste alla pirateria edilizia. I passeri sul balcone che fanno il nido tra i rami dell’asparago selvatico e il limone carico di frutti. Man mano che la giornata avanza e le incombenze si frappongono, la stanza tutta per me è un miraggio al quale non approdo. Così scrivo dove capita, quando capita, di fretta, senza visuale urbana o bucolica e la scrittura si fa di scaglie messe insieme alla buona negli interstizi della vita domestica ordinaria. Non allevo creature umane, ma ho una moglie, Paola e con noi vive un cane, Arturo. Ho anche una malattia cronica autoimmune, la fibromialgia. Arturo, Paola e la fibromialgia hanno una interrelazione con la scrittura – oltre che con la mia vita – ne fanno parte e la influenzano.
Le sale d’attesa e gli ospedali sono tra i luoghi in cui scrivo meglio, tra i brusii di sottofondo, gli sguardi di Paola che alza gli occhi dal telefono e invoca la pazienza sospesa dietro una porta tagliafuoco, la decadente malinconia dei tempi di attesa e la sfibrante sensazione di essere appena un numero e un codice fiscale su una lista. In piedi, tra un pilastro e i dispositivi antincendio, vivo momenti di brutale socialità. Quando mi chiamano, faccio presente che sono l’appuntamento dell’orario così e così. L’infermiere non mi guarda, ma mi sente. Sì, lei è l’esame ics e ipsilon. Adesso il mio collega la chiama. La porosità del concetto di Adesso è direttamente proporzionale alla molteplicità di realtà teorizzate dalla fisica quantistica. Adesso può essere per sempre oppure mai. La porta si chiude, risucchia pazienti. Non ne restano più al di qua dalla porta. Solo io. Adesso è tanto tempo se hai un orario stabilito in precedenza. Adesso è la premessa che il numero è solo indicativo, un’illusione prodotta in serie dentro una fabbrica del sudore di merce scadente che si vende a poco prezzo. C’è chi aspetta già da un’ora. Quanto e quando sarà stato il loro Adesso? Nel frattempo scrivo, sempre di fretta, non si può quantificare Adesso, può essere ora, oppure ora. Oppure, eccetera. Fine della prima storia.
Scrivo per sincopi una scrittura strappata al tempo non tempo, vissuta come un capriccio gettato con disprezzo e altezzosità in faccia alla vita che dovrei guadagnarmi facendo possibilmente un lavoro normale, che quando devo aprire un conto in banca appaia tra le opzioni possibili. E non un mestiere al quale ci si deve avvicinare per approssimazione altrimenti il sistema va in tilt e non solo non riconosce il mestiere, ma non riconosce nemmeno me come persona. Scrivere non è un mestiere, soprattutto non è un mestiere da femmine, riecheggiano le generazioni afflitte dalla meritocrazia performativa e dal patriarcato. E anche se di mio non posso dirlo, la gente intorno a me, sì, dice che io scrivo, mi addita col mestiere di scrittora, anche se io preferirei un più succinto participio presente di scrivente, che intende lo scrivere come prendere spazio e prendere tempo, ovvero, prendere spazio e prendere tempo nella stanza tutta per me, alla scrivania ingombra di libri e cianfrusaglie che non potrebbero stare altrove, con un alfabeto da ricucire toppa su sbrago mentre piove e le macchie di umidità si allargano sul soffitto e io le guardo e penso al numero dell’amministratore di condominio e penso anche che devo parlarne a Paola, prendere una decisione, lasciare a lei l’incombenza di chiamare l’amministratore perché è più brava a litigare. Perché, per litigare, le parole non mi vengono fuori. Le parole non mi vengono mai fuori. Fine della seconda storia.
Ad ogni modo, non scrivo quasi mai nella stanza tutta per me, ma scrivo anche quando, tra un’aspirapolvere che aspira solo peli di cane e un bucato dal quale non vengono mai via i peli di cane, resto in piedi nel mezzo di una stanza qualunque della casa col telefono in mano a digitare freneticamente e spesso in maniera accidentata versi su versi pregando che Paola non mi parli. Paola mi parla sempre. Da una parte all’altra della casa. Di questioni altissime e di facezie. “Stavi scrivendo?”, chiede, se mi sorprende con la schiena curva sullo schermo del telefono. “Sì”, rispondo, svegliandomi da una ipnosi, uscendo dall’applicazione delle note, oscurando lo schermo del telefono e tornando alla praticità degli eventi dove è necessario mettere le tende alla finestra o comprare un flacone di Mr. Muscolo per gli scarichi del bagno. Rinuncio a chiedermi quale attività sia più importante tra le tre, o meglio, lo so, ma ho la sindrome dell’impostore, quello che scrivo non è importante, può aspettare. Mai più importante del flacone di Mr. Muscolo per gli scarichi del bagno. Mi dico, del resto, che se davvero vale qualcosa quello che sto pensando di scrivere, non lo dimenticherò. Lo dimentico sempre. Dimentico tutto, sempre. Fine della terza storia.
La scrittura che scrivo trattiene il respiro, intrappolata nel vocabolario. Quando mi manca una parola o mi incaglio in una frase con talmente tanti spigoli da non volersi partorire, allora leggo freneticamente, compulsivamente, ossessivamente. Aggiungi tu altri avverbi che ti tornano utili per chiarire il concetto. O preparo il minestrone. Sminuzzo le verdure, tolgo i fili al gambo di sedano, penso al verso di una poesia, al modo in cui mi è passata per la testa come se camminasse sulle zampe dei passeri, sbuccio le carote, aggiungo i semi di finocchio e la foglia di alloro, c’è una storia, ma non è una storia è solo un dettaglio, una testa di pietra su un corpo di carne, lavo il basilico, avvio il bollitore, devo sforzarmi di non dimenticare la frase che sta cercando di venire fuori, pelo le patate, affetto le zucchine, ecco, c’è questa parola che mi piace molto per come è rotonda e affilata allo stesso tempo, neanche questa devo dimenticare, verso l’acqua bollente nella pentola, sopra le verdure, aggiungo il sale, accendo il gas, mi ricorda tanto quel tale romanzo sovietico o anche quel tale film di Tarkovskij, metto il coperchio alla pentola, la frase è ancora lì? La parola è ancora lì? Ho il tempo di asciugarmi le mani, afferrare il telefono, aprire una pagina delle note e scrivere?
Nel frattempo la frase ha perso vigore, si è sgonfiata, gli spigoli smussati. La scrivo lo stesso, poi dopo l’aggiusto – mi dico – intanto faccio un mucchietto con la cenere rimasta dal suo friggere nella mia testa. Ho lasciato la fiamma del gas troppo alta, l’acqua sobbolle, solleva il coperchio e sbrodola sul piano cottura. Devo pulire. Il disordine mi provoca un tic all’occhio sinistro. Prendo lo straccio da sotto il lavello, assorbo l’acqua che è caduta, abbasso la fiamma al minimo, aspetto per verificare che non si sparga altro liquido. La pignoleria d’accatto di vergine ascendente scorpione. Funziona con tutto. Non funziona con la scrittura. Fine della quarta storia.
Ho un’attenzione sinestesica. Rincorre, acchiappa e cuce brandelli e fili disparati, un nido d’uccello, un deposito in cui si accumulano chincaglierie di generi vari. La distrazione non è uno stato, è una liturgia. Si compie con l’instabile sontuosità della rigatteria. Leggo un articolo sugli autobus elettrici cinesi, uno sulle monarchie in crisi, un altro sul cambiamento adattativo della dentatura degli squali e uno sugli Harlem Globetrotters. Cerco un video con le loro acrobazie, l’algoritmo suggerisce anche una intervista a Margaret Atwood sulla sua tecnica di scrittura. Cerco il metodo di cottura migliore per rendere più digeribile un uovo e mi imbatto nella storia di Hans, che per aver sbagliato la pronuncia di Hornschlittenrennen deve pagare dazio e portare a valle una balla di fieno su una slitta di legno. In testa mi rimangono frammenti di altre notizie, di post adocchiati al volo sui social, di una canzone che devo ricordarmi di ascoltare, di una poeta che non conosco e della quale devo trovare introvabili raccolte.
Nello spazio rimediato tra una sinestesia e l’altra scrivo due righe sulla violenza vista e raccontata da vicino e sulla salvaguardia della pulizia e dell’integrità dello sguardo contro le mistificazioni autoritarie, ma sento puzza di plastica bruciata. La poltrona sulla quale siedo è troppo vicina alla stufa e quasi va a fuoco. Allontano la stufa, butto giù ancora qualche parola per riprendere il filo del discorso, ma la magia è svanita. Svanisce sempre. È così anemica che sviene ovunque, di continuo e la perdo. C’è troppo mondo, mi dico, ma è una giustificazione balorda. La giustificazione completa, in realtà, sarebbe: c’è troppo mondo e troppa gente con le idee più chiare delle mie, che necessità c’è di affannarsi così tanto a cercare parole esatte che probabilmente nemmeno conosco per esprimere concetti che nemmeno possiedo. Così non è più una giustificazione. Così diventa un alibi davanti al quale alla stanza tutta per me crolla l’intonaco sulla testa di Arturo che dorme sul suo cuscino e sulla mia che sto su una poltrona mentre va a fuoco. Fine della quinta storia.

Info. La fotografia ritrae lo “scrittoio” di Romina

Mi chiamo Romina Arena, educo alla lettura consapevole e alla scrittura creativa. Curo il laboratorio permanente di lettura consapevole presso la Casa Circondariale di Reggio Calabria. Ho scritto: Leggete e moltiplicatevi. Manuale di lettura consapevole, la raccolta poetica Case che non ho abitato e Creature, racconto incluso in Stiamo Strette, della CollettivA STRETTESE. Ho pubblicato racconti e Non-fiction su Spazinclusi, Ghinea Newsletter, D Zine, Malgrado le mosche. Il mio blog è La biblioteca di Montag.

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Redazione LM

Scritture, politiche, culture delle donne. E non solo. Alla ricerca di parole, linguaggi, narrazioni che interpretino e raccontino cambiamenti e spostamenti in corso. Nello scambio tra lettrici, autrici e autori – e personagge. REDAZIONE: Silvia Neonato (direttrice), Giulia Caminito, Laura Marzi, Loredana Magazzeni, Gisella Modica, Gabriella Musetti, Sarah Perruccio
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