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C’è ancora differenza tra vita reale e virtuale? Juno accudisce il marito disabile e chatta con un altro di cui non sa se fidarsi… Ecco un nuovo gruppo di lettrici, sono di Firenze e hanno come proprio filo conduttore il tema della cura. Perciò hanno letto Buongiorno come stai? di Martina Hefter e una di loro ci racconta cosa ha suscitato in loro

Di Luciana Floris

In un percorso che problematizza il tema della cura dell’altra/o visto non come vocazione specificamente femminile basata su qualità di accudimento, empatia, ma sotto il segno dell’accoglienza e responsabilità, contrapposte al clima di aggressività, violenza, all’ideologia della guerra e del riarmo che marcano il nostro tempo, il gruppo SIL di Firenze ha letto Buongiorno come stai? di Martina Hefter. Un testo che ci ha interessate, coinvolte emotivamente e fatto discutere per l’ampia costellazione di temi cui l’autrice rimanda, partendo da spunti autobiografici.

Partendo dal trailer del capitolo iniziale, il linguaggio visivo, quasi cinematografico, procede per immagini, sequenze, zoom ravvicinati, e la scrittura asciutta, distaccata, adotta un tono di desolazione e disincanto, che non è solo quello della protagonista, Juno Isabella Flock, una donna piuttosto dura, «fatta di cemento, col cuore di pietra», ma anche quello delle donne vittime del fenomeno del love scamming, rovinate dagli scammer (i truffatori) fino a spingersi al suicidio, solo perché hanno avuto l’ingenuità di sperare in un futuro più roseo (“la speranza, questo superpotere malvagio”). E di lasciare che la vita virtuale – una conversazione in chat – invada la vita reale.

La realtà quotidiana invece è fatta di corpi fragili, vulnerabili: quello malato di suo marito Jupiter sul letto ortopedico cigolante, in sedia a rotelle, davanti a barriere architettoniche da superare, o al servizio di assistenza insufficiente. Ma anche il corpo di Juno, che ha ormai superato una certa soglia, entrando nella età in cui si diventa invisibili, e fa i conti con l’invecchiare: la sua concezione del tempo è cambiata, e conta la vita a partire da quel che le rimane. «Ancora circa ventitré anni davanti se tutto andava bene». La consapevolezza di avvicinarsi alla morte si fa strada. Salvo che «ogni tanto bisognava escludere la possibilità della morte, altrimenti non si andava avanti, essere un po’ ingenui».

E proprio questa naïveté, questo bisogno fanciullesco di scoperta e avventura la porta a incantarsi davanti alla bellezza della natura, a contemplare le costellazioni così come a evadere verso dimensioni virtuali.

Per attraversare le notti insonni, popolate da incubi, comincia a chattare con i love scammer: cosciente della truffa romantica diffusa in Occidente, che ha mietuto molte vittime fra le donne, risponde col loro stesso registro menzognero, arriva a smascherarli. Finché si imbatte in Benu dalla Nigeria, con cui il gioco vero/falso diventa più sottile. Se comincia a mentire al marito Jupiter quando dimentica di spedire la busta per la ricetta medica, è a Benu che dice la verità, trovando solidarietà in lui («a volte bisogna mentire, non c’è alternativa»). Mente anche a Plutos, per proteggersi dalle sue avances, inventandosi un lavoro all’osservatorio astronomico. Accade così che Juno finisca per essere più vera in chat che nelle relazioni in presenza. La realtà virtuale si è insinuata nella vita reale e l’ha trasformata, rovesciando il rapporto vero/falso. Anche «le donne che si lasciavano truffare dagli scammer non volevano vedere la verità, nonostante la conoscessero da tempo». Eppure, come insegna Ingeborg Bachmann, “la verità si può pretendere”.

Un legame che procede sul confine, molto labile, tra verità e menzogna implica sfruttamento: se l’Occidente ricco sfrutta i minerali rari dei paesi africani, (gli occidentali «avevano tutto e volevano tutto. Niente di ciò che Juno aveva intorno a sé, calore, cibo, lavoro non creava danni altrove»), anche i love scammer, coi loro inganni, «spolpando gli altri e gettandoli via, si svilivano, si piegavano ai meccanismi occidentali di sfruttamento e avidità». Del resto «tutto sulla terra era basato su un sistema di sfruttamento, non c’era niente che venisse fatto e basta, senza contropartita».

L’autrice riesce a tenere insieme i vari piani, a tessere i diversi fili narrativi creando una tensione crescente: da una parte il faticoso lavoro di cura, la pesantezza quotidiana a volte difficilmente tollerabile, ma accettata per affetto profondo, la precarietà economica che non offre garanzie per il domani (Juno riuscirà a fare la spesa?), una società non preparata ad accogliere la disabilità (i due riusciranno a cavarsela?); dall’altra la relazione virtuale con Benu, che avanza sulla linea sottile che separa diffidenza, sospetto, estrema cautela per non cadere nella trappola (finirà per chiederle dei soldi?), e desiderio di lasciarsi prendere dalle emozioni. Se l’autrice ci mette in guardia e marca il confine fra vita vera e realtà virtuale (come alcune di noi hanno sostenuto), tuttavia ci mostra anche come le due dimensioni siano ormai inestricabilmente legate – come indica il termine onlife, l’essere sempre connessi ai dispositivi digitali.

Sono personaggi marginali, quartieri periferici, vite pronte a scivolare fuori scena. Ma la via risolutiva è offerta dall’arte, dall’invenzione creativa e resiliente: è grazie alla danza che il corpo di Juno, sottoposto a una disciplina ferrea, all’allenamento quotidiano, al lavoro costante di muscoli, tendini, ossa, ritrova la sua leggerezza, la sensazione di “volare”, quasi uno stato di grazia. È nel gruppo di ballerine non più giovanissime che sente “l’energia collettiva”, un abbraccio che le permette di “proteggersi dalla partenza definitiva. È durante le performances in teatri off che entra in una sorta di “camera delle meraviglie” in cui il tempo non scorre in un’unica direzione, verso la morte, ma in più sensi, diventando reversibile. L’arte ha il potere di “attraversare” il tempo, rallentarlo o persino di “fermarlo”, aprendo una parentesi di sospensione, una zona franca in cui si è salvi: «finché recito non succede niente».

La cura non è una pratica innocente ma intrisa di relazioni di potere: il senso del dovere grava sull’essere figlia, moglie, madre, a volte fino al sacrifico di sé, portando a volte dipendenza e sofferenza. Come sostiene Laura Marzi, in Raccontare la cura, 2024, di solito questo tema ruota intorno alla figura dell’eroe, ma bisognerebbe mettere in discussione l’eroismo maschile, teso all’autosufficienza e all’esaltazione della morte, sostituendolo con “l’eroinismo”, ossia quell’ insieme di «azioni votate al mantenimento della vita, alla salvaguardia dei corpi e delle relazioni». In questo senso, Juno Isabella Flock è davvero un’eroina.

 

Martina Hefter, Buongiorno come stai?, Gramma Feltrinelli, 2025

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Luciana Floris

Luciana Floris vive tra Firenze e la campagna toscana. Dopo un dottorato alla Sorbonne, ha insegnato filosofia nei licei. Giornalista pubblicista, ha collaborato a diversi quotidiani tra cui il manifesto e ad alcuni programmi per la RAI. Finalista al premio Calvino, ha pubblicato “Isole di terra, di pietra, d’aria” (Empirìa, 1999), “La doppia radice” (Il Maestrale, 2005, Premio Livio Paoli per la narrativa) e il saggio “Lo specchio magico. Il tema della parola nel pensiero di Martin Heidegger” (Zonza, 2004). Ha curato “La rivolta dell’eros” (Stampa Alternativa, 2012), riedizione di alcuni scritti di Lou Andreas-Salomé. Col racconto “L’onda muta,” è presente nell’antologia “Donne che raccontano storie” (Consulta, 2024)

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