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È sbocciata L’imprevista, una newsletter che nasce per attraversare il presente a partire dal pensiero delle donne, costruendo uno spazio condiviso di riflessione, confronto e possibilità. Ne abbiamo parlato con la redazione

Di Amanda Rosso

Nel panorama sempre più affollato delle newsletter culturali, L’imprevista si distingue per un’ambizione precisa: non limitarsi a commentare il presente, ma provare ad attraversarlo costruendo uno spazio condiviso di pensiero a partire dal femminismo. Il primo numero è uscito il 17 marzo su Substack, segnando l’avvio di un progetto editoriale promosso da un gruppo di studiose, scrittrici e ricercatrici attive tra Italia ed Europa.

La redazione, formata da Giulia Camin, Tristana Dini, Ilaria Durigon, Sara Gandini, Ivana Margarese, Valentina Ricci e Maia Tomasella, riunisce figure con percorsi diversi – dalla filosofia alla ricerca scientifica, dalla scrittura alle pratiche culturali. Questa pluralità di sguardi si riflette nella forma stessa della newsletter, pensata come uno spazio seriale, accessibile e in costruzione, capace di tenere insieme riflessione teorica, pratica editoriale e dimensione relazionale.
Il manifesto traccia una direzione chiara e, insieme, aperta: attraversare le oscurità del presente, riattivare genealogie interrotte, coltivare il confronto anche quando attraversato dal conflitto, senza rinunciare a una pratica gioiosa del pensiero. Le voci che lo attraversano – da Susan Sontag a Virginia Woolf, da Audre Lorde a Carla Lonzi – non sono semplicemente citate, ma chiamate in dialogo.
In un momento in cui il dibattito pubblico tende a irrigidirsi o semplificarsi, L’imprevista scommette su qualcosa di più esigente: un pensiero situato, collettivo, capace di restare aperto anche nel disaccordo. È da qui che prende forma questa conversazione con la redazione.

Amanda: Come nasce L’imprevista? Quali esigenze – intellettuali, politiche, ma anche relazionali – vi hanno portate a immaginare questo spazio oggi?

Vale: L’imprevista nasce da un intreccio di esigenze e desideri diversi, ma credo di poter dire che, prima di tutto, nasca dalla constatazione che molte delle parole e delle strutture concettuali di cui ci collettivamente ci serviamo per fare senso non ci bastano più, in questo mondo in fiamme, perché ci consegnano letture spesso parziali, insufficienti a comprendere questo mondo e ancor più a costruire un orizzonte nuovo e radicalmente alternativo. Anche quando informato da uno sguardo femminista, infatti, ci sembra che il dibattito attuale si limiti spesso a commentare quanto accade, ad applicare concetti e chiavi di lettura che raramente vengono esplorati e messi in discussione, a stare dentro delle abitudini di pensiero, per così dire. Sentiamo invece il bisogno di tornare a fare pensiero, a sviluppare sguardi nuovi e coraggiosi per leggere quello che succede intorno a noi ogni giorno.
Sentiamo questo desiderio come profondamente politico: ci interessa comprendere il mondo non soltanto per vederlo meglio, per descriverlo in modo più accurato, ma anche e soprattutto per aprire nuove strade dalle quali possa iniziare un cambiamento profondo e quanto mai necessario. Allo stesso modo, è politico il desiderio di fare tutto questo insieme ad altre: perché crediamo sia essenziale fare comunità, fare ecosistema – dove proprio le differenze e le relazioni permettono al tutto di funzionare e di svilupparsi – per dare vita a qualcosa di nuovo. C’è una forte tendenza a lavorare in modo isolato, specialmente nel panorama attuale in cui il confine tra intellettuale-attivista e influencer tende a essere sfocato o del tutto assente, e questo limita la possibilità di far muovere il pensiero. La redazione de L’imprevista, in questo senso, aspira a essere uno spazio in cui proprio l’incontro tra anime e vocabolari diversi e la pratica di un confronto radicale e nel contempo gentile costituiscono le condizioni in cui provare a comprendere, immaginare, costruire qualcosa che vada oltre le letture parziali e gli esercizi di stile.

A: L’imprevista riunisce percorsi molto diversi, dalla filosofia alla ricerca scientifica, fino alle pratiche culturali. Che tipo di intreccio si è creato tra queste esperienze? E cosa ciascuna di voi sente di portare dentro questo progetto?

Giulia: Siamo consapevoli della diversità dei nostri percorsi e approcci e l’affermiamo come forma di ricchezza necessaria per la creazione di uno spazio di dialogo costruttivo che vorremmo non divisorio. Ognuna partecipa portando nel collettivo una visione del mondo singolare e soggettiva legata ad un modo di pensare, esprimere e vivere il proprio femminismo. Le nostre esperienze umane e professionali sono lontane, ma si incontrano nel terreno comune e estremamente fertile del pensiero delle donne. Per cerebrarlo mettiamo in relazione le nostre competenze, connettiamo le nostre biblioteche, ci apriamo al confronto. L’intreccio che si sta creando tra le nostre geografie e traiettorie individuali e la nascita de L’imprevista, vissuta come gioiosa avventura collettiva, è fruttuoso proprio perché ci permette di pensare il presente con angolazioni, metodologie e strategie di pensiero anche dissonanti.

A: Avete scelto la forma della newsletter, che costruisce una relazione diretta e continuativa con chi legge. Cosa vi interessa di questo formato, e che tipo di spazio di pensiero vi permette di aprire?

Ilaria: Negli ultimi anni i luoghi in cui il sapere nasce, si forma, si diffonde si sono trasformati. Sono nate nuove realtà che si muovono autonomamente rispetto alle traiettorie tradizionali. Anche a causa della crisi delle istituzioni pubbliche, dell’erosione della credibilità dei giornali, e delle derive mercificanti a cui è sottoposto il settore culturale, si sono aperti nuovi canali dove le persone cercano informazione libera e conoscenza. Tra le strade possibili, quella della newsletter ci è sembrata l’ideale perché arriva direttamente nelle caselle personali, come se fosse una comunicazione privata. E, inoltre, implica una scelta attiva e continuativa da parte delle lettrici, creando una sorta di comunità. In questa direzione, stiamo immaginando di promuovere anche un incontro annuale in presenza.

A: Nel manifesto parlate di uno spazio aperto al confronto e anche al conflitto creativo. In un momento in cui il dibattito è spesso polarizzato, come immaginate di coltivare forme di confronto che restino vive, anche quando attraversate dal disaccordo?

Sara: Immaginiamo “L’imprevista” come uno spazio aperto al confronto non nel senso di un luogo “pacificato”, ma come un contesto capace di sostenere un conflitto che faccia spazio per l’altra e l’altro, che non si riduca a scontro sterile o a polarizzazione. Il conflitto non è un incidente da evitare, ma una condizione generativa, un passaggio che aiuta a trovare una mediazione feconda a partire dalla propria verità soggettiva, situata di ciascuna e ciascuno. Non si tratta quindi di andare d’accordo, né di stabilire chi ha ragione. Il punto quindi non è vincere o perdere, ma ricordare da dove si parla e cosa ci muove. E qui risuona anche Arendt: la differenza tra “avere ragione” e cercare la verità è decisiva. La verità, se è vivente, non si lascia possedere una volta per tutte, ma si dà nel movimento del confronto, nello spostarsi continuo delle posizioni. Non si mira ad eliminare posizioni differenti. Al contrario, il provare ad attraversarle, lasciando che il conflitto continui a interrogare, permette di tenere aperta la ricerca di senso. Il disaccordo quindi non chiude il dialogo, anzi, lo rende più necessario e più vero.
Anche perché, seguendo anche Chiara Zamboni, pensiamo che il confronto vivo nasca quando si dà parola a ciò che solitamente resta muto o rimosso: il corpo, l’esperienza personale, le contraddizioni, anche il disagio, ciò che non torna. Questo implica un lavoro su di sé che permette di riconoscere come il personale e il politico siano intrecciati. Il conflitto, allora, non è solo tra posizioni esterne, ma attraversa ciascuno di noi, e proprio per questo può diventare occasione di trasformazione profonda.

A: Il vostro progetto sembra puntare su una costruzione del pensiero che avviene nel dialogo tra voci diverse. Come lavorate su questa dimensione collettiva, e cosa significa per voi “pensare insieme”?

Ivana: Uno degli apporti più preziosi, a mio parere, delle pratiche femministe è la radicale messa in questione del concetto di potere e il riconoscimento della relazione in un orizzonte di pensiero tradizionalmente centrato sull’individuo e sulla sua autosufficienza. Il “partire da sé” è un movimento consapevole del nostro esistere in maniera situata e relata, per cui ogni possibilità di accesso a un pensiero e a una vita autentici e fecondi include la pluralità e l’intrecciarsi dei punti di vista; il soggetto è imprevisto, dice Carla Lonzi, restituendoci la possibilità di essere all’altezza di un universo senza risposte. Pensare insieme è prolifico, a mio parere, sia perché permette di uscire allo scoperto, sia perché mantiene i discorsi vicini alle esperienze e alle loro possibili inclinazioni, sfrondando i rischi, sempre presenti, di posture rigide, opache e persino armate contro ogni forma inedita o disallineata rispetto al progetto che avevamo previsto. Pensare insieme, incontrarci regolarmente per ascoltarci e confrontarci, permette di provare a restare e a ripensare, al di là di ogni sopraffazione, e vorrei aggiungere: al di là di ogni bisogno frettoloso di efficienza.

A: Scrivete che L’imprevista si rivolge alle “genealogie interrotte” e ai “momenti radianti”. Cosa significa, per voi, riattivare queste genealogie oggi? E come entrano nella scrittura e nella scelta dei contenuti?

Tristana: Troviamo ispirazione nelle genealogie interrotte del pensiero delle donne nel senso che non ci riferiamo ad una tradizione canonica, fissa, acquisita una volta per tutte. Si tratta, piuttosto, di richiamare ogni volta quella postura espressa nelle parole di Virginia Woolf “Pensare, pensare dobbiamo. Non dobbiamo mai smettere di pensare: che “civiltà” è questa in cui ci troviamo a vivere?”. E, per pensare in questo modo, ci riferiamo a testi e parole di donne che ci hanno preceduto. Cerchiamo attraverso di loro un’angolazione, un punto di avvistamento estraneo alla società (“approfittare dell’assenza”), anche oggi che le donne sono ormai dappertutto. In questo senso, riattivare queste genealogie serve a schivare vecchie e nuove ideologie, pensieri triti e scontati. In relazione con le scrittrici del nostro cuore teniamo vive le faville, cerchiamo di aprire squarci impensati nel presente.

A: Richiamate l’idea dell’erotico come forma di sapere. In che modo questa dimensione – legata al corpo, alle relazioni, all’esperienza – trova spazio nella newsletter?

Maia: Parliamo di erotico, mantenendo saldo il riferimento alla definizione che ne dà Audre Lorde, perché ci interessa costruire uno spazio in cui il sapere non sia separato dall’esperienza, ma emerga da ciò che viviamo, come corpi situati. L’erotico, in questo senso, è una misura, un criterio che orienta il nostro lavoro: scriviamo ciò che ci interpella e che, di volta in volta, ci sembra necessario raccontare. Allo stesso tempo, la dimensione collettiva di questo progetto è per noi centrale. Pensiamo l’erotico anche come il piacere che nasce da un lavoro condiviso, da un processo editoriale che non sia solo produzione di contenuti ma dialogo e costruzione collaborativa. Se il femminismo è una festa, dev’essere anche luogo di energia condivisa, di corpi che si incontrano e producono senso insieme. La newsletter diventa uno spazio vivo, attraversato da energie diverse, in cui il sapere si forma in modo aperto, relazionale e incarnato. Il potere dell’erotico è caratterizzato dalla possibilità di formare relazioni non totalizzanti con l’Altra: nutre la relazione, ma nutre anche lo iato, la decoincidenza necessaria al dialogo. Ci impegniamo, con l’imprevista, a mantenerci l’un l’altra nelle nostre diversità, senza appiattirci su un’unica voce.

A: L’imprevista si presenta come uno spazio in trasformazione. Quali possibilità vi interessa esplorare nei prossimi numeri, e che tipo di spazio vi piacerebbe che diventasse per chi legge e per chi scrive?

Il primo numero de L’imprevista ci ha permesso di iniziare ad esplorare che cosa significa essere un gruppo di persone che pensano e scrivono insieme a partire dalle proprie differenze e specificità. Sappiamo che questa esplorazione proseguirà con ogni numero e che è parte integrante del lavoro che desideriamo fare insieme. Dopo aver messo a tema il pensiero delle donne come finestra aperta nel buio, nei prossimi numeri approfondiremo questo lavoro confrontando su (e con) alcuni temi che consideriamo centrali nella realtà di oggi: ad aprile parleremo di libertà/liberazione a partire da uno spunto di Carla Lonzi (“Liberazione non si può dire”) e inizieremo a guardare all’attualità in modo piuttosto concreto, mantenendo nel contempo lo sguardo aperto e vivo sugli stimoli che ci giungono dall’arte e dalla letteratura. Il numero di maggio, invece, sarà dedicato al tema del lavoro in relazione alle esigenze dell’anima, per esplorare/esplodere un conflitto che, in questo mondo, ci sembra farsi sempre più aspro.

La comunità di lettrici e lettori de L’imprevista è già molto nutrita – ci ha anzi sorprese la velocità con cui tantissime e tantissimi hanno iniziato a leggerci – e ci piacerebbe che questa comunità trovasse agio nel prendere parola, nel contribuire alle discussioni che apriremo, nel fare pensiero insieme a noi: ci auguriamo che L’imprevista offra (e diventi) uno spazio in cui è possibile riflettere sulle cose liberandosi dall’urgenza di affermare una posizione e accogliendo invece l’incertezza in un’esplorazione di cui ancora non si conosce il punto d’arrivo. Questo è lo spazio che stiamo coltivando tra noi, e in cui invitiamo chiunque vorrà unirsi alla festa.

L’imprevista è disponibile su Substack (imprevista.substack.com) ed è possibile iscriversi gratuitamente alla newsletter.

 

 

 

 

 

 

 

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Amanda Rosso

Amanda è nata e cresciuta nell’entroterra ligure. Si è laureata in Comunicazione all’Università di Pavia e ora vive e lavora a Londra, dove sta portando avanti un dottorato di ricerca in Comparative Literature alla Birkbeck University of London. I suoi racconti sono apparsi su “Narrandom”, “Quaerere”, “Malgrado le Mosche”, e in alcune antologie online e cartacee, fra cui “Musa e getta. I racconti delle lettrici e dei lettori” (Ponte alle Grazie, 2021) e “Il corpo c’è” (Vita Activa Nuova, 2023). Ha co-tradotto la raccolta di racconti “Donne d’America” (Bompiani, 2022) a cura di Giulia Caminito e Paola Moretti. Ha fatto parte del direttivo della Società Italiana delle Letterate.

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